L'associazione Utopia Rossa lavora e lotta per l'unità dei movimenti rivoluzionari di tutto il mondo in una nuova internazionale: la Quinta. Al suo interno convivono felicemente - con un progetto internazionalista e princìpi di etica politica - persone di provenienza marxista e libertaria, anarcocomunista, situazionista, femminista, trotskista, guevarista, leninista, credente e atea, oltre a liberi pensatori. Non succedeva dai tempi della Prima internazionale.

venerdì 26 agosto 2016

QUESTIONE CURDA E CONFLITTO SIRIANO, di Pier Francesco Zarcone

UNA QUESTIONE IRRISOLTA

Di recente nel quadro del già complicato scenario del conflitto siriano è esplosa la questione curda, con violenza e foriera di complicazioni notevoli per tutti i soggetti del Vicino e Medio Oriente che ne temono i contraccolpi. Le loro preoccupazioni sono aggravate dal palese e massiccio appoggio ai Curdi di Siria da parte degli Stati Uniti, direttamente presenti sul terreno a prescindere dal non esservi stati chiamati da quello che - piaccia o no - in base al diritto internazionale è il legittimo governo della Siria (simpatie e antipatie rimangono extragiuridiche) e con cui mantengono regolari rapporti paesi non di secondo piano come l'India e la Cina. I soggetti in questione sono notoriamente Siria, Turchia, Iran e Iraq.
Emersa con la fine della Grande Guerra, la questione curda è rimasta irrisolta non tanto per la cattiveria e l'ottusità dei governanti di quei paesi - che tuttavia ci sono state e l'hanno aggravata - quanto e soprattutto a causa di due fattori geopolitici: la frammentazione del Kurdistan geografico all'interno delle entità statali costituite da Gran Bretagna e Francia per i rispettivi interessi imperialistici (il caso della Turchia kemalista è del tutto a parte); nonché i fragilissimi "equilibri" interni di tali nuovi Stati (dalle frontiere palesemente tracciate col righello sulla carta geografica) sotto i profili etnico, religioso e sociale; di modo che i loro poteri centrali hanno visto un concreto pericolo di disintegrazione nella pur minima concessione di autonomia alle minoranze curde.
In linea generale della questione curda per decenni e decenni non è importato molto alle potenze esterne all'area, mentre in essa gli Stati spesso e volentieri hanno cinicamente e in vario modo appoggiato i Curdi altrui mentre reprimevano quelli di casa propria. Mancando appoggi internazionali, è mancata altresì la strumentalizzazione esterna del problema, naturalmente a scapito ulteriore dei Curdi: non si dimentichi il male derivato agli Armeni alla fine dell'Impero ottomano a causa delle istigazioni esterne in senso nazionalistico senza proposizione di soluzioni concrete e possibili, ma sostenute da reiterate e mai mantenute promesse di aiuto e difesa.

LE PREMESSE

Esistendo l'Impero ottomano, era assente una «questione curda», al pari del nazionalismo arabo, limitato a ristrettissime élite senza radici popolari: il mito di Lawrence d'Arabia - sicuramente ben costruito sul piano mediatico - è del tutto fuorviante, tant'è che quel personaggio mobilitò (a pagamento) solo qualche migliaio di beduini del deserto fra le attuali Giordania e Arabia Saudita. Le cose invece cambiarono per tutti a seguito del crollo di quell'Impero.

mercoledì 24 agosto 2016

RAGIONEVOLE (SI SPERA…) DIFESA DI UNA CULTURA UMANISTICA VIVA E ADEGUATA AI TEMPI, di Gualtiero Via

I pensieri che seguono sono rivolti innanzitutto a colleghe e colleghi, amici educatori, di vecchia data e del Mattei di San Lazzaro di Savena, la scuola in cui insegno. Abbiamo da poco cominciato a ragionare criticamente sul rapporto fra cultura umanistica e cultura scientifica. A questo stimolo si aggiunge ora l'occasione della imminente Scuola estiva dell'ADi, associazione di cui faccio parte, che dedicherà un suo focus proprio al tema della crisi della cultura umanistica.
Immagino e spero che quanto andrò dicendo possa interessare molti insegnanti, molti educatori, molti adulti.

Il tema

Personalmente non sono interessato, non certo in modo decisivo, né a discussioni sull'utilità o meno del liceo classico, né su quella dello studio del latino (o del latino e del greco). Non che non si siano lette anche cose sensate a questo proposito: se ne sono lette di sensate, di appassionate e di motivate. Ma la mia impressione di insegnante - e vorrei aggiungere, di adulto e di genitore - è che quando parliamo di "crisi della cultura umanistica" dobbiamo fare uno sforzo di ridefinizione.
Se restiamo a discutere avendo come termine di paragone i licei classici faremo poca strada. Dovrebbe essere chiaro a tutti (o almeno, a tutti quanti hanno condiviso il cammino e l'esperienza dell'ADi, a tutti quanti hanno cognizione della crisi di motivazione e senso di cui soffre tutta la scuola superiore), dovrebbe essere chiaro, dicevo, che il liceo classico non è affatto esente dalle tante pecche, gravi e annose, di tutto il resto delle scuole superiori. Prevengo una critica: a scanso di equivoci, non sto dicendo che tutti i licei classici di tutta Italia sono da buttare. Sarebbe una stupidaggine. Ma il fatto che possano esistere licei classici di buon livello - o anche di eccellenza - non basta per poter dire che il classico oggi può essere confermato, com'è, come modello. Volendo potremmo trovare scuole buone e anche di eccellenza pure negli altri licei, nei tecnici e perfino nei professionali. E saremmo al punto di partenza, a dividerci fra chi vede solo bicchieri pieni - o al più mezzi pieni - e relega fra le eccezioni i bicchieri vuoti, e chi fa l'opposto. Se siamo qui, siamo tutti convinti che di cose da rivedere su come facciamo scuola ce ne devono essere.
Lasciati da parte allora le troppe cautele e i preamboli, chiediamoci: è concepibile, oggi, un senso forte, riconoscibile, non di nicchia, per la cultura umanistica? È concepibile una missione per gli insegnanti dell'area umanistica nelle nostre scuole, oggi e negli anni a venire?

lunedì 22 agosto 2016

MASACRE DE TRELEW: 1972-AGOSTO-2016, por Nechi Dorado

Muchas veces la memoria cuando siente vergüenza se esconde en el olvido y eso es algo que no debemos ni podemos permitir.
Somos sobrevivientes de una generación diezmada, donde el “no te metás”, “yo no vi nada”, “en algo andarían”, “los argentinos somos derechos y humanos”, “el silencio es salud”, pasaron a conformar una constante que marcaba la peor de las tendencias. Para ello se fue haciendo uso de la complicidad del silencio, valiéndose del miedo, y hasta de la indiferencia, apoyada por el sempiterno individualismo que poco favor le hace al género humano.
Sin este último concepto no hubiera sido posible que el Terrorismo de Estado sentara sus bases manipulando una de las situaciones más brutales, más vergonzosas de que da cuenta nuestra historia.
No obstante y a pesar de la instalada Teoría de los dos demonios (instalada y no inocentemente) existimos quienes nos negamos a avalar semejante burrada.
Somos los que no lloramos a nuestros muertos, desaparecidos, masacrados, sino que los nombramos como guías en nuestro cotidiano andar sacudiendo páginas para que quiénes quieran, sepan qué pasó realmente cuando la muerte se ensañaba con quienes la repudiaban. Con quienes querían una patria en paz con justicia social, en contraposición con la pax del sepulcro promovida, alterando el statu quo imperante.
Somos los que sabemos que el disfraz de la historia tiene un elástico muy flojo en la cintura por lo que vuelta a vuelta anda en pelotas dejando al descubierto una verdad insoslayable.
Somos los convencidos de que hay otra vida posible y de que hubo hombres y mujeres lucharon por alcanzarlo.
Somos los que sostenemos que nuestros mártires no están muertos sino que germinan, fueron semillas sembradas por la brutalidad de un estado que apeló a la muerte dirigida desde el norte. Pero fueron tan brutos, tan imbéciles, que no entendieron que muchas veces la muerte no puede matar nada.
Nuestras compañeras y compañeros fusilados en Trelew son un ejemplo cabal de este concepto, un paradigma que habría, con el tiempo, de multiplicarse por miles a lo largo y ancho de nuestra geografía.

mercoledì 17 agosto 2016

MICHEL BURNIER, par Roberto Massari

IN DUE LINGUE (Francese, Italiano)
EN DEUX LANGUES (Français, Italien)

Michel Burnier est mort dans la nuit du 3 au 4 août à l’hôpital Georges Pompidou à Paris, après une longue lutte contre le cancer. Il a été incinéré au Père Lachaise le 11 août. Il était né en Suisse à Genève le 3 avril 1949 il y a 67 ans.
Avec lui j’ai perdu un de mes amis les plus importants et les plus anciens. En même temps le monde de la pensée libre a perdu un esprit lucide, un sociologue aux multiples facettes, un de ces esprits que nous sommes désormais contraints de définir «d’une autre temps». Quand son fils Félix m’a communiqué la nouvelle, j’ai éclaté en sanglots comme cela ne m’était pas arrivé depuis longtemps. Au fond, un morceau de moi s’en est allé avec Michel.
Je me souviens bien de la première fois que nous nous sommes rencontrés. Il se trouvait sur le seuil de mon bureau de l’Université de Paris Jussieu (où je travaillais dans le Groupe de Sociologie du travail). Il était hésitant et embarrassé, un peu comme sur la photo jointe. C’était en 1974. La photo, elle, est plus récente. À l’époque je travaillais avec une équipe de recherche européenne (franco-anglo-italo-allemande) sur les nouvelles formes de luttes ouvrières. Lui revenait d’un de ses premiers séjours à Turin où il avait peaufiné une étude sur les conseils ouvriers qui sortira seulement en 1980 aux Éditions Ouvrières sous le titre Fiat: conseils ouvriers et syndicats avec une préface de Pierre Naville. Dès cette époque cesse toute confusion entre Michel et l’auteur Michel-Antoine Burnier qui avec Frédéric Bon a publié le célèbre Classe ouvrière et révolution (Seuil 1971) et surtout Les nouveaux intellectuels, en 1966/1971.
Dans cette période lointaine de 1974 je militais encore dans la Quatrième Internationale (autant dans la section française que dans l’italienne) dont je serai expulsé environ un année plus tard. Michel lui avait déjà eu sa brève expérience dans la Quatrième (dans la section suisse, une des pires et des plus grossièrement bureaucratiques) et il s’activait avec esprit critique et ironique dans les méandres de la gauche alternative française et spécifiquement parisienne. Ses référents théoriques d’alors étaient des personnes ou groupes sortis de Socialisme ou Barbarie (Cornelius Castoriadis, Claude Lefort, le conseillisme le plus récent) mais également des anglais et des italiens. Il n’avait qu’une sympathie très éphémère pour les courrants communistes de gauche surgis pour la plupart de la diaspora trotskiste française (Jacques Camatte, Roger Dangeville, Invariance, etc.). Il appronfondissait avec attention Guy Debord (ce fut peut être lui qui m’en parla en premier).
Pour moi qui cherchais une sortie de «l’orthodoxie» troskoïde (ce que j’avais déjà tenté avec Le teorie dell’autogestione publié justement en 1974), la rencontre avec Michel apporta une bourrasque d’air frais. Avec lui surgissait un monde nouveau, hétérodoxe et profondément subversif, idéologiquement «fourvoyé (fautif, hérétique, amoral…)» pour un marxiste serieux tel que je croyait d’avoir été jusqu’a ce moment. Un monde nouveau dont j’avais vaguement entendu parler et dans lequel je trouverai plus tard les stimuli nécessaires pour poursuivre ma recherche théorique, toujours en cours, après la grande désillusion de «jeunesse» vis à vis du trotskisme de la Quatrième (c’est à dire dogmatique et orthodoxe, incapable de voir les erreurs de Trotsky au côté des ses indiscutables mérites historiques).

MICHEL BURNIER, di Roberto Massari

IN DUE LINGUE (Italiano, Francese)

Michel Burnier è morto dopo la mezzanotte tra il 3 e 4 agosto nell'ospedale Georges Pompidou di Parigi, al termine di una lunga battaglia contro il cancro. È stato cremato al Père Lachaise l'11 agosto. Era nato 67 anni fa, il 3 aprile 1949 a Ginevra.
Con lui ho perso uno dei miei più cari e più antichi amici. Ma va detto anche che il mondo del pensiero eversivo ha perso una mente lucida, un sociologo multifacetico, una di quelle intelligenze che purtroppo siamo ormai costretti a definire «di altri tempi». Quando il figlio Félix mi ha comunicato la notizia, sono scoppiato a piangere, come non mi accadeva da tempo. In fondo anche un pezzo di me se n'è andato con Michel.
Ricordo ancora la prima volta, quando ci conoscemmo. Si affacciò sulla soglia del mio ufficio all'Università di Paris Jussieu (dove lavoravo nel Groupe de Sociologie du travail), con fare esitante e sbarazzino: un po' come nella foto che allego. Era il 1974, mentre la foto è di qualche anno dopo. All'epoca lavoravo nell'équipe di una ricerca europea (franco-anglo-italo-tedesca) sulle nuove forme di lotta operaia e lui era reduce da uno dei suoi primi soggiorni a Torino dove stava completando uno studio sui consigli operai che uscirà in forma di libro - Fiat: conseils ouvriers et syndicat (con la prefazione di Pierre Naville, Les éditions ouvrières) - solo nel 1980. A partire da quel momento finirà del tutto il dubbio abbastanza diffuso che Michel-Antoine Burnier (autore con Frédéric Bon del celebre Classe ouvrière et révolution, Seuil 1971, e soprattutto de Les nouveaux intellectuels, 1966/1971) e lui fossero la stessa persona.
In quei lontani giorni del 1974 io militavo ancora nella Quarta internazionale (sia nella sezione francese che in quella italiana), dalla quale sarei stato espulso circa un anno dopo; mentre Michel aveva già fatto la sua breve esperienza nella Quarta (nella sezione svizzera, una delle peggiori e più grossolanamente burocratiche) e si aggirava con spirito critico e beffardo nei meandri della gauche alternative francese e soprattutto parigina. I suoi referenti teorici contemporanei erano personaggi e gruppi nati dalla dissoluzione di Socialisme ou barbarie (Cornelius Castoriadis, Claude Lefort, il consigliarismo più recente - quindi anche inglese e italiano), con simpatie molto più effimere per correnti comuniste di sinistra sorte per lo più dalla diaspora del trotskismo francese (Jacques Camatte, Roger Dangelville, Invariance ecc.), e ovviamente con attenzione a Guy Debord (di cui forse fu lui a parlarmi per la prima volta).
A me, che cercavo vie d'uscita dall'«ortodossia» trotskoide (un tragitto già intrapreso nel mio Le teorie dell'autogestione, apparso proprio nel 1974), l'incontro con Michel portò una ventata d'aria fresca. Con lui mi si spalancava un mondo nuovo, eterodosso e intrinsecamente eversivo, ideologicamente «peccaminoso» per un marxista serio quale credevo d'essere stato fino a quel momento; un mondo del quale avevo solo sentito parlare vagamente e nel quale invece avrei trovato in futuro gli stimoli necessari per proseguire la mia ricerca teorica, tutt'ora in corso, dopo la grande delusione di «gioventù» nei confronti del trotskismo quartinternazionalistico (cioè quello dogmatico e ortodosso, incapace di vedere i grandi errori di Trotsky accanto ai suoi indiscutibili meriti storici).

domenica 14 agosto 2016

LA REVOLUCIÓN CUBANA Y LA IZQUIERDA REVOLUCIONARIA EN LA DECADA DE SESENTA, por Jan Lust

La Revolución Cubana ha contribuido significativamente a la formación y desarrollo de diversas organizaciones guerrilleras en América Latina. Sin embargo, ella no fue la causa del surgimiento de los movimientos revolucionarios en los años sesenta.
Al final de los años cincuenta una ola de resistencia “azotó” a América Latina, provocada por el estrangulamiento de las nuevas fuerzas de producción en un sistema que no solo fue diseñado para los intereses de la burguesía urbana, sino que también fue basado en una subestructura de una economía agraria arcaica. El auge de los movimientos sociales, producido por un intenso proceso de industrialización en una región atrasada y la necesidad de sustituir mecanismos de gobierno anticuados, por los que al nivel político expresarían los cambios en el terreno económico, era tierra fértil para una práctica revolucionaria.
La ausencia de una verdadera vanguardia antiimperialista hizo imposible la toma del poder por el proletariado y sus aliados en América Latina. Los partidos comunistas, por ejemplo, mostraron una desastrosa falta de imaginación política y una ignorancia asombrosa en relación con su participación en la dirección de las masas trabajadoras. En 1965, la CIA escribió en su Survey of communism in Latin America que en el corto plazo ningún partido comunista latinoamericano es una verdadera amenaza para los gobiernos existentes.
El papel de líder de las masas fue tomado a finales de los años cuarenta por un grupo de partidos populistas jóvenes que rápidamente ganaron seguidores en el Perú (Alianza Popular Revolucionaria Americana; APRA), Bolivia (Movimiento Nacionalista Revolucionario; MNR), Guatemala (Partido Revolucionario de Guatemala; PRG), Venezuela (Acción Democrática; AD), etcétera. Estos partidos lograron ganar las capas bajas de la sociedad ofreciéndoles programas de reforma. Sin embargo, una vez en el poder, se mostraron incapaces de ir más allá de tímidas reformas, o fueron depuestos por los militares. Esta inmovilidad revolucionaria terminó con la Revolución Cubana.
En este artículo narramos los efectos que tenía la Revolución Cubana sobre la izquierda revolucionaria latinoamericana en la década de sesenta, y en especial sobre la izquierda revolucionaria peruana, y discutimos el internacionalismo de la Revolución Cubana. En la última sección de este artículo argumentamos que la Revolución Cubana no fue “exportada” como dicen algunos autores como Ricardo Napuri, sino que los revolucionarios de cada país tomaron las lecciones de la Revolución Cubana y trataron de aplicarlas en su propio país.
Este artículo está organizado en cuatro secciones. En la sección 1 hablamos sobre el efecto que tenía la Revolución Cubana sobre la izquierda revolucionaria latinoamericana. Sección 2 está dedicada a la izquierda revolucionaria peruana y la Revolución Cubana. En la sección 3 se revisa el internacionalismo de la Revolución Cubana en la década sesenta, y en la sección 4 discutimos la supuesta exportación de la Revolución Cubana.

sabato 13 agosto 2016

STATUA DI DONÉ E LETTERA DI OBAMA, di Roberto Massari

Martedì 9 agosto, nello studio dello scultore Carlo Pecorelli, si è svolta a Jesolo l'inaugurazione «italiana» della statua di Gino Doné, alla presenza del Vicesindaco (Roberto Rugolotto, assessore alla Cultura) e alcuni organi di stampa (La Nuova Venezia, Il Gazzettino e il Corriere della Sera). Ben presto la statua sarà imballata e spedita a Tuxpan, in Messico, dove avverrà l'inaugurazione ufficiale il 26 novembre 2016 (60° anniversario della partenza del Granma), alla presenza del Sindaco e altre autorità municipali della città, di rappresentanti dello Stato di Vera Cruz e del noto biografo del Che, Paco Ignacio Taibo II.
La Fondazione Guevara Internazionale che ha fortemente voluto e organizzato tutto ciò, sarà rappresentata a Tuxpan da un gruppo di compagni/e (provenienti da Messico, Germania, Italia e Stati Uniti), compreso il sottoscritto che tutta questa vicenda ha vissuto come un sogno, a partire dall'aprile 2013, quando cominciò questa avventura sulle rive del fiume Tuxpan.
Pecorelli è un artista informale, ma per l'occasione ha realizzato (gratuitamente e con energica passione) una statua molto somigliante a Gino (si veda il suo sorriso), in armonia con le altre statue già presenti a Tuxpan nella Casa Museo del Granma. Esse raffigurano gli altri tre non-cubani presenti nella spedizione da cui doveva nascere la Rivoluzione cubana: un messicano, un domenicano e un… argentino (sì, proprio lui). L'assenza di Gino Doné, unico europeo presente sul Granma, non aveva più alcuna giustificazione dopo la sua morte (avvenuta a marzo del 2008), e così la Fondazione Guevara ha deciso di raccogliere l'invito da parte messicana a riempire quel vuoto. Grazie a Pecorelli e ai (pochi, pochissimi) compagni che si sono impegnati nell'operazione, il vuoto storicamente ingiustificato che vi è a Tuxpan verrà colmato. Cronista infaticabile di tutta questa vicenda (così come della precedente storia di Gino) è stato Giovanni Cagnassi, giornalista de La Nuova Venezia.
La campagna finanziaria è andata più male che bene a causa del disimpegno delle associazioni e delle persone che eppure del «mito» di Gino si erano fatte araldi nel corso degli ultimi anni. Ma questo è un segno dei tempi e forse occorreva mettere in bilancio fin dall'inizio una simile insensibilità. Tuttavia, grazie ad alcune sezioni locali dell'Anpi e al contributo personale di singoli compagni, siamo intanto riusciti a pagare le spese del calco e della fusione (in polvere di marmo), mentre cerchiamo ancora i soldi per il trasporto della statua (che per ovvie ragioni è molto costoso). [Approfitto quindi dell'occasione per lanciare un nuovo accorato appello alla sottoscrizione.]

venerdì 12 agosto 2016

NI OLP, NI CARTA DEMOCRÁTICA: ¡¡HUELGA GENERAL!!, por Rescate Nacional (Ruptura: Douglas Bravo y otros/as)

En las últimas semanas el movimiento popular venezolano ha profundizado su gran capacidad de lucha ante la grave crisis económica, alimentaria, de salud, institucional, militar, política, de seguridad personal y moral que ha colocado a Venezuela en la dolorosa situación de ruina nacional. Numerosas manifestaciones de los barrios más humildes del país ocurren diariamente en todo el territorio de la República. Desde ya se perfila que el pueblo apunta a tomar con rapidez la iniciativa política en este trascendental momento histórico.
La característica política más importante de este proceso de luchas sociales que se inicia es la autonomía popular en cada una de las acciones que ejecuta. Esta condición es indispensable para que los objetivos históricos del pueblo venezolano sean alcanzados. El contenido de cada proclama popular, de cada consigna de lucha y todo su discurso social y político, está impregnado de su legítimo interés emancipador.
La consolidación de la independencia y autonomía de las luchas populares y patrióticas del pueblo venezolano demanda que desde todos los sectores sociales: profesionales, productivos, militares, religiosos, estudiantiles, campesinos, obreros, indígenas, vecinales e intelectuales, se hagan importantes aportes organizativos y teóricos capaces de construir una plataforma que nos reúna a todos en un plan político nacional con transcendencia histórica, y que, además, enarbole un programa agropecuario, energético, económico, turístico, de salud, educativo, de vivienda, industrial, ecológico, de prevención del delito, deportivo, etc., con la idoneidad suficiente para hacer de Venezuela una nación con justicia social, paz y felicidad.
La grandes gestas patrióticas-populares que durante más de cuatro siglos han sido protagonizadas por el pueblo venezolano, inclusive más allá de nuestras fronteras, así como los inmensos esfuerzos que hombres y mujeres de nuestra nación han hecho en la producción agropecuaria, en las ciencias, en la cultura, en la educación, la salud, el arte, el deporte, la industria, las luchas sociales y en todos los órdenes del quehacer nacional, nos hacen pensar que esos aportes organizativos y teóricos que en la actualidad demandan las luchas del pueblo tomarán forma con la urgencia histórica que ameritan.
El Proceso Constituyente Originario y Popular que se ha iniciado en Venezuela en este año 2016 se fortalecerá en lo inmediato con estelares hechos constituyentes escenificados en los campos, en los barrios, en las universidades, en las industrias, en la iglesia, en las calles y en los cuarteles militares; con el firme propósito de desplazar a los factores de poder que durante décadas han saqueado nuestras riquezas naturales para favorecer a los centros de poder mundial, se han apoderado ilegalmente de la inmensa masa de dinero que ha obtenido Venezuela, arruinaron nuestra producción agropecuaria, colocaron a todas las instituciones del Estado al servicio de la delincuencia organizada transnacional y con suma inmoralidad empobrecieron al pueblo venezolano.

RED UTOPIA ROJA - Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

(January 2010)

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad

(Enero de 2010)

* * *

a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo.

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

(Gennaio 2010)

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

(Janvier 2010)

* * *

a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

(Janeiro de 2010)