L’associazione Utopia Rossa lavora e lotta per l’unità dei movimenti rivoluzionari di tutto il mondo in una nuova internazionale: la Quinta. Al suo interno convivono felicemente - con un progetto internazionalista e princìpi di etica politica - persone di provenienza marxista e libertaria, anarcocomunista, situazionista, femminista, trotskista, guevarista, leninista, credente e atea, oltre a liberi pensatori. Non succedeva dai tempi della Prima internazionale.

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domenica 22 aprile 2018

NICARAGUA: IL POPOLO IN RIVOLTA, di Alberto Sipione

© Alfredo Zuniga
Dallo scorso 18 aprile, la protesta del popolo nicaraguense contro la riforma dell’Inss - Instituto Nicaragüense de Seguridad Social - si è trasformata in una vera e propria sollevazione contro il presidente incostituzionale Daniel Ortega, che il giorno successivo ha anche ordinato la chiusura di quattro canali televisivi indipendenti che non intendevano oscurare le immagini delle manifestazioni.
In tutto il Paese, in ogni barrio, la gente è scesa in strada al suono delle pentole mettendo in scena il cacerolazo, simbolo di pubblico dissenso contro tutte le dittature.
Forza trainante della protesta sono gli studenti, che fin da subito si sono barricati nelle università.
La Policía Nacional è passata ben presto dal semplice lancio di lacrimogeni all’uso di armi con proiettili convenzionali, persino fucili da guerra AK-47.

Giovedì 19 si sono registrati i primi 4 morti - fra questi uno studente quindicenne, Álvaro Conrado.

Venerdì 20 gli studenti di medicina hanno istituito dei posti di primo soccorso all’interno della Catedral Metropolitana di Managua, dove si sono ammassati viveri e medicinali di prima necessità. Dalla sera in poi, per creare confusione e paura, è stata interrotta l’energia elettrica in tutta la capitale.

Sabato 21 la Chiesa cattolica, per bocca del vescovo ausiliario Silvio Báez, si è schierata al fianco dei manifestanti, definendo gli studenti in lotta «la riserva morale» di cui il Nicaragua dispone.

Nella notte fra 21 e 22 aprile la Polizia ha ripreso a reprimere brutalmente, causando diversi morti e lasciando sull’asfalto vari feriti che per molte ore non si è potuto soccorrere. Fra le vittime di quest’ultimo assalto c’è pure il reporter Ángel Eduardo Gahona, ucciso nella cittadina costiera di Bluefields (come sempre succede, i giornalisti indipendenti si rivelano essere il «bersaglio prediletto» dei regimi dittatoriali).

Sinora i morti confermati ufficialmente dalla vicepresidente e primera dama, Rosario Murillo, sono 10, ma già ieri pomeriggio il Cenidh - Centro Nicaragüense de Derechos Humanos - diffondeva una lista di 25 persone rimaste uccise negli scontri. Le ultime notizie attestano almeno 26 morti, 67 feriti, 43 dispersi e 20 arresti.

Fino alla serata di venerdì 20 si sperava in un coinvolgimento solidale di una parte dell’Esercito, che si è però schierato in blocco a sostegno del Governo.
Tra le forze della repressione, composte - oltre che da Polizia ed Esercito - da squadre speciali antisommossa, c’è anche la Juventud Sandinista, di cui fanno parte gruppi paramilitari che il Governo organizza con elementi raccolti nei quartieri più poveri.
In quest’ultima organizzazione i delinquenti comuni la fanno da padrone e sono sempre in prima fila nell’attaccare quei civili sospettati di non essere allineati con Ortega e il suo «sandinismo ufficiale». La scorsa notte, per esempio, è stata impedita con la violenza la veglia funebre di uno degli studenti uccisi.

È utile ricordare qui come il tutto ha avuto inizio. Il 3 aprile passato è scoppiato un incendio devastante nella riserva biologica Indio-Maíz, uno dei grandi polmoni verdi dell’America centrale; dovendo fare i conti con l’attendismo governativo di fronte a un disastro ecologico di tale portata - dietro simili roghi si nascondono spesso gli interessi di uomini legati alla cricca di Ortega, che puntano a rivendere illegalmente i terreni privi di vegetazione o sfruttarli per i pascoli - gli studenti sono scesi pacificamente in piazza per chiedere che il Governo intervenisse con maggiore energia per porvi fine.
In un Paese come il Nicaragua, però, queste forme di libera espressione scatenano l’immediato intervento della repressione, non essendo tollerato alcun dissenso. È avvenuto così anche in questo caso: gli studenti sono stati brutalmente attaccati da Polizia e Juventud Sandinista.

Va specificato che il regime utilizza il termine sandinista per meri scopi propagandistici: la coalizione al potere, infatti, non ha nulla a che vedere con la Rivoluzione sandinista che nel 1979 cacciò dal Nicaragua il dittatore Anastasio Somoza. Per Ortega e i suoi accoliti la popolazione ha da tempo coniato l’assai più appropriato neologismo sandiratas [in castigliano ratas significa «topi»: ognuno è libero di dare all’espressione l’interpretazione generale che ritiene più opportuna (n.d.r.)].
Da anni il Governo preleva a forza dai luoghi di lavoro gli impiegati statali costringendoli a manifestare in favore del regime (insieme agli studenti delle scuole medie inferiori), pena il licenziamento: una «massa di manovra» utile per mostrare all’esterno un consenso di facciata.

Sabato 21, alle ore dodici locali, il presidente Daniel Ortega si è rivolto alla nazione dicendo che le morti sono state provocate da pandillas, tentando così di far passare l’idea che l’intero movimento di protesta sia composto da «giovani criminali di strada».
La reazione spontanea del popolo nicaraguense è stata quella di riversarsi per le strada chiedendo la sostituzione e il bando dal Paese del presidente illegittimo e della vicepresidente, sua moglie Rosario Murillo.
Gettando benzina sul fuoco, il discorso sconclusionato di Ortega potrebbe mirare a radicalizzare la protesta, così da fornire una giustificazione all’intervento massiccio dell’Ejército Nacional e all’imposizione del coprifuoco.

È necessario diffondere in Europa e in Italia quante più notizie possibile su ciò che sta avvenendo nel piccolo Stato centramericano, opponendosi alla controinformazione che già si è messa in moto per difendere contro ogni evidenza - vergognosamente «da sinistra», in un’ottusa e mal interpretata ottica antistatunitense e antimperialista - un regime politico antipopolare e liberticida ormai intollerabile.

venerdì 20 aprile 2018

CHINA AND RUSSIA IN THE TRUMP ADMINISTRATION’S “NATIONAL SECURITY STRATEGY”, by Michele Nobile

IN DUE LINGUE (Inglese, Italiano)
IN TWO LANGUAGES (English, Italian)

With this piece – which was preceded by “US foreign policy and Trump’s contradictions: questions of method” –, Michele Nobile begins to deepen the analysis of the Trump administration’s foreign policy starting from the recently published National Security Strategy. [the Editorial staff of Red Utopia]

INDEX: Foreword - 1. Defining the problem of national security - 2. The theory of democratic peace in previous administrations - 3. The worldview of 2017 NSS and critique of the theory of democratic peace - 4. China and Russia in previous NSS - 5. China and Russia in 2017 NSS: threats to national security - 6. Relations between China and Russia in American strategy - 7. Provisional conclusion

Donald Trump and China’s president Xi Jinping. Beijing, November 9, 2017 © Nicolas Asfouri
Foreword
At the end of 2017, the Trump’s administration published its National Security Strategy (NSS), the report that the President of the United States is required to present annually to Congress. It is legitimate to ask what interest a document such as an NSS can have since it certainly contains no military action plans, not even in general terms.
An NSS is the result of compromises within the administration and is often overtaken by unforeseen developments; on the other hand, the availability of the means envisaged for achieving stated objectives can also exceed the duration of the administration that produced it – and not just by a few years.
The doubts increase in the face of a president like Trump – contested by foreign and military policy experts in his own party – and the series of sackings or resignations of high-level staff, both as a result of disagreements with the president and imposed by the results of investigations.
Of the thirty 20th-century Secretaries of State, Rex Tillerson is one of the six who have remained in office for the least time, and in the post-Cold War period only Lawrence Eagleburger lasted less. The Trump administration is on its third National Security Advisor in just over a year, while in the space of eight years Clinton and Bush Jr. had just two and Obama three.
Besides, it cannot be said that the Secretary of State and the National Security Adviser appointed by Trump – Mike Pompeo, appointed as director of the CIA, and John Bolton, formerly ambassador to the United Nations under George W. Bush – are characters indicative of a moderate orientation: they are decidedly “hawks” chosen exclusively because of their political proximity to the president.
Furthermore, while all versions of the NSS pay a ritual homage to “American values”, it sounds strange to read in a document introduced by Donald Trump that “the United States rejects bigotry, ignorance and oppression” and that it is committed to defending the rights of women and girls (2017 NSS).
In more substantial terms, as widely predictable in some points, for example on Russia and on NATO, the 2017 NSS appears in contrast with the fears and hopes raised by Trump before his election. One can thus question the extent to which the document reflects the president’s thinking and therefore how reliable it is.
It is remarkable that Trump’s message preceding the latest NSS speaks of “rival powers” aggressive towards American interests in the world, but without naming China and Russia; then, in his speech of December 18, 2017 presenting the document, Trump cited the phone call from Putin thanking him for the intelligence that the CIA was able to provide concerning a major terrorist attack planned in St. Petersburg, but also said that the United States faces “rival powers, Russia and China, that seek to challenge American influence, values, and wealth”, specifying that, “based on my direction, this document has been in development for over a year. It has the endorsement of my entire Cabinet”.
It is not at all unusual for an NSS to be published beyond the terms prescribed by law, but this latter sentence appears as a superfluous clarification, a reassurance that seems to imply the opposite.
As for the rest, the discourse differs from the NSS only in its even more triumphalist tones and for the self-celebration of the presumed identification of the People with the president, elected with almost three million votes less than competitor Hillary Clinton:
“But last year, all of that began to change. The American people rejected the failures of the past. You rediscovered your voice and reclaimed ownership of this nation and its destiny.
On January 20, 2017, I stood on the steps of the Capitol to herald the day the people became the rulers of their nation again. (Applause.) Thank you. Now, less than one year later, I am proud to report that the entire world has heard the news and has already seen the signs. America is coming back, and America is coming back strong”.
Report on the national security strategy was established in 1986 by the Goldwater-Nichols Act: since then seventeen have been published. Well, if you compare 2017 NSS with those which followed the collapse of the Soviet Union, it is clear that it is a very original document, almost on a par with the 2002 NSS of Bush Jr., who formulated the doctrine of “preventive war”.
While it is not possible to deduce from an NSS exactly what an administration will do and when, general indications can nevertheless be drawn about the perception of threats to national security and the attitude with which they are intended to be addressed.
The 2017 NSS contains relatively little about human rights and the promotion of democracy – a fact which may gratify the sympathisers of president Putin and North Korea’s supreme leader –, but the prospect it outlines, which in emphatic terms one might say grand strategy, is no less dangerous than the decision that led to the invasions of Afghanistan and Iraq.
Perhaps even more so, in terms of relations with the nuclear powers of China and Russia and for reasons that are not only due to the constraints posed by the Congress, but are intrinsic to the concept of America First as defined by Trump.
The vision of the world contained in the 2017 NSS is substantially in line with that of Trump; however, in its realisation this same vision can lead to considerable fluctuations and confusion in the conduct of US foreign policy not only because of internal opposition, but because it is internally contradictory: this could be the reason for personal disagreements in the Administration, in which different parts push on the poles that constitute the contradiction.
The structure of 2017 NSS is made up of a message from Trump himself, an introduction and four chapters related to as many pillars of national security, plus a chapter that applies the strategy in the regions of the world.
Formally, each chapter presents some priority actions to achieve the objectives indicated, which is a novelty that appears to give concreteness, but which in reality is only stylistic; and also the four pillars or objectives – protecting the American people, promoting prosperity in America, preserving peace through force and advancing America’s influence – are banalities present in every NSS.
The peculiarity of this document must be sought in the way in which those objectives are concretely defined, above all in the definition of the problem of national security and threats.

1. Defining the problem of national security
The message signed by Donald Trump that serves as a preface to 2017 NSS is an arrogant revendication of the Administration’s alleged successes, including having “crushed Islamic State of Iraq and Syria (ISIS) terrorists”, which, however, was claimed by all the players involved just before Trump took office.
The list of problems inherited from the previous administrations is long: “rogue states”, international terrorism, aggressive powers, uncontrolled immigration, criminal cartels, unequal distribution of defence costs between the United States and allies, impropriety in economic relations.
Against this background, the successes boasted with a triumphalist tone are even more evident: the Trump administration is already “charting a new and very different course”. The president stands as a saviour of the Fatherland, as the one who restored confidence in American values and America’s position in the world – “after one year, the world knows that America is prosperous, America is secure, and America is strong” (2017 NSS).
However, a note of alarm is sounded both in Trump’s message and in the text of the NSS itself: “The United States faces an extraordinarily dangerous world, filled with a wide range of threats that have intensified in recent years”. Apparently it seems a contradiction, but the alarmist note performs several functions.
First of all, keeping the alarm about terrorism and the “rogue states” high is a necessity intrinsic to the doctrine of war and preventive military operations, which is now one of the options for action openly indicated by all US administrations, albeit with different formulas.
Formalisation of this doctrine is a distortion of jus ad bellum (the right to engage in war), with implications also for jus in bello (the rules regulating the conduct of war, for example concerning the treatment of prisoners and civilian populations).
Even in a very broad and very debatable interpretation of the norms of international law, one of the binding criteria – and not the only one – which can justify a military action that anticipates an enemy attack is that of the imminence of aggression.
However, no matter how far it is cloaked in formal references to the needs of self-defence, in the logic of preventive war formalised since 2002 NSS the concept of the imminence of attack is freed from specific temporal and material references, and therefore emptied of real meaning.
The main justification for war and preventive military operations has become the possibility and intention that entities defined as terrorist or “rogue state” procure weapons of mass destruction; this is also tantamount to affirming that for these entities the possession of weapons of mass destruction coincides with the certainty of their use in an indeterminate future and place. War or preventive military operations are thus justified a priori.
In Trump’s introductory message to the NSS, the unequal sharing of security burdens between the United States and the allies is indicated as one of the reasons that has encouraged opponents to take dangerous actions – the point is then reiterated in the document. Obviously, it is not at all the alliances themselves that are called into question, but the terms with which the other States contribute.
However, the list of faults does not stop here. It covers the whole of the 90s, including the Administrations of Bush Sr. and Clinton, and implicitly also those of Bush Jr. In 2017 NSS, criticism of the idea that US military superiority was guaranteed is fundamental, as is criticism of the Wilsonian (after Woodrow Wilson, president from 1913 to 1921) concept of “democratic peace” which, although articulated in different ways, has been at the centre of the foreign policy pursued by the United States since the end of the Cold War.

martedì 10 aprile 2018

ANTONIO “CHANGO” ARAGÓN: UNO DE LOS NUESTROS, por Hugo Blanco

Máximo Aragón Gallegos, hermano mayor de Antonio, y Oscar Blanco Galdos, mi hermano mayor, fueron adolescentes perseguidos por ser militantes del APRA, en los lejanos tiempos en que el APRA era revolucionario. Yo era admirador de Maxi y Antonio de Oscar.
Fue una maravilla para mí entrar al mismo salón de secundaria que “el hermano de Maxi”. Para Antonio también fue una grata sorpresa estar con el hermano de Oscar.
Luego formamos un círculo de estudios en que leíamos a González Prada, Mariátegui y Haya de la Torre.
Pasó el tiempo… fui a La Plata, Argentina, a estudiar Agronomía donde ya estaba mi hermano, y nuestro cuarto era prácticamente el local del APRA, donde llegaban los exilados apristas. El APRA que me mostraban ellos ya estaba derechizado. Entré como militante al partido trotskista, y cuando regresé al Perú y fui a Lima a reorganizar el partido, Antonio viajó conmigo y vivimos juntos.
El vicepresidente de los EE.UU. fue al Perú y Antonio (a quien los camaradas argentinos llamaban “Chango”) fue uno de los organizadores de un mitin de protesta que fue muy grande y produjo una feroz represión.
Posteriormente, junto con Apolinario Rojas, organizó la Comunidad Urbana Autogestionaria “Villa El Salvador”, modelo de democracia desde abajo.
Tuve la noticia de que estaba hospitalizado en Suecia, y hoy con mucho dolor me comunican que ha fallecido.
Espero que en Villa El Salvador perdure la organización ejemplar desde abajo.

domenica 8 aprile 2018

TRADE WAR, SKRIPAL, ARSENIC AND OLD LACE, by Michele Nobile

IN DUE LINGUE (Inglese, Italiano)
IN TWO LANGUAGES (English, Italian)

© Mindaugas Bonanu
Like the rest of humanity, I have no way of identifying the instigator of the attempted assassination of former Russian double agent Sergei Skripal and his daughter. But I venture some reasoning, just to clear the field of fantasies and focus on real problems.
It is true that personalities unwelcome to the Kremlin sometimes meet with serious and mysterious pathologies. One of the famous cases is that of Viktor Yushchenko, a candidate for the presidential elections of Ukraine in 2004, in an election campaign during which, inter alia, Putin travelled seven times to that country to support Yushchenko’s competitor Yanukovych.
Others include: Alexander Litvinenko, the exiled former official of the Federal Security Service of the Russian Federation (FSB) and critic of Putin, poisoned to death with polonium in London in 2006; journalist Anna Politkovskaya, distinguished for her services on the war in Chechnya, gunned down in Moscow, also in 2006; Boris Berezovsky, the most influential of Russian oligarchs at the time of Yeltsin, another exile critical of Putin who died in unclear circumstances in London in 2013; and Boris Nemtsov, head of the Soyuz Pravykh Sil [Union of Right Forces] party, assassinated in 2015.
However, it is incomprehensible what interest Moscow could have in eliminating Skripal, risking an international crisis. Why kill an individual already regularly released in 2010, as part of an exchange of arrested “spies” with the United States? What other terrible revelations could there be eight years later and after having been questioned – immediately and at length – by the competent services?
And then, why eliminate him with such a sophisticated means as nerve gas, the origin of which could be traced? Would not it have been better to simulate a car accident? A tile on his head? Have a pistol shot or the classic arsenic, both so anonymous, perhaps gone out of fashion?
On the other hand, neither is it clear why Skripal should be eliminated by some “Western” service. There is no shortage of motivations for further increasing tension with Moscow and, if necessary, bigger and more emotional ones can be invented for public opinion.
The truth is that in cases like these the imagination can have free rein. Could Skripal have been poisoned by other players interested in increasing tension between Russia and the “West”?
Let us speculate: could those responsible not have been North Korean agents interested in neutralising Russian pressure towards an agreement with the United States, or agents of ISIS or of the Assad regime? Or Chechen separatists? Or also, why not, could it not have been the sophisticated killers of an occult “Spectre” of businessmen linked to the military-industrial complex who used the nerve gas?
Actually not only do I not have the means, but also I am not even interested in knowing who poisoned Sergei Skripal and his daughter. From the point of view of world history and the interests of ordinary citizens, this is irrelevant. I do not need a judicial truth to know that – if they so wish – States can act without scruples, kill and slaughter. Reason of state exists, but good States do not exist.
To give another example, I remember well that in July 1985 the French secret services blew up the Greenpeace ship Rainbow Warrior, which was protesting against nuclear explosions in French Polynesia, causing the death of a man. President then was “companion” Mitterand … of the Union de la gauche.
Two of the saboteurs of the Direction générale de la sécurité extérieure were arrested by the New Zealand police, tried and sentenced to ten years. The French Defence Minister was forced to resign, but New Zealand, placed under economic blackmail by France, was forced into an agreement whereby the two assassins were first transferred under French custody, then released and finally given a promotion.
What happened to the Rainbow Warrior is crystal clear, unlike the Skripal case and in general of real historically relevant plots, which have the unfortunate characteristic of remaining secret in the phase of preparation, but of revealing themselves in implementation; coups d’état are an easy example of it.
So I willingly leave investigations to the competent bodies and conjectures to the devotees of spy stories and the conspiracy theorists of every sort, who already have the pre-packaged answer according to their personal paranoias and political sympathies.
The personalisation and Manichaean division of political players into good and bad – of course the villains are cunning and treacherous, although doomed to defeat – belong to a view of the world that is infantile and easily manipulated.

Something else is important in this filthy affair, whoever the instigators: the flurry of mass expulsions of Russian diplomats from NATO countries and of NATO diplomats from Russia. For many commentators, together with the looming trade war between the United States and China, this affair seems to be the prelude to a new Cold War.
However, care must also be taken not to arrive at hasty conclusions that can distract attention from the underlying issues.
It may be recalled that in 1986 the United States expelled 80 Soviet diplomats after the arrest of a Russian-American journalist in Moscow, and the Soviets, in turn, reciprocated. Nevertheless, the following year Reagan and Gorbachev signed the treaty on medium-range missiles and three years later the Second Cold War was officially declared over.
And then, in 2001, the United States and Russia expelled 53 diplomats each, but – despite other major problems – this did not prevent the two powers from continuing to collaborate in the “war on terror”, and Putin saying of the American president, during the celebrations of the anniversary of the foundation of St. Petersburg: “We have many points of coincidence of our views on many issues. And it is precisely these things that enable me to call President Bush my friend, not only personally – because personally I do like him a lot –, but as my counterpart and the President of a friendly nation”.
Of course, we need to contextualise … and this is the point.
The use of the term “Cold War” – without further qualifications – was very popular for the entire post-World War II period but also misleading, and the same applies to the current framework of relations between Russia and the “West”.
I think the periodisation proposed by Fred Halliday in his book The making of the Second Cold War is correct: it distinguishes the First Cold War (1946–1953), oscillatory antagonism (1953–1969), détente (1969–1979) and the Second Cold War (from 1980 and ending de facto with the Reykjavík summit between Gorbachev and Reagan in October 1986).
The phase of oscillatory antagonism was characterised by negotiations and repeated attempts to reduce tensions between the two sides, each of which failed due to events in part outside the control of the two powers, but which necessarily involved both and pitted one against the other.
It was therefore a phase that combined aspects of the Cold War with aspects of détente and which, unlike the latter, would be clearly defined more in retrospect than when it was in vigour.
Well, all in all, it is this that the relations between the United States and Putin’s Russia resemble: so much so that jihadist terrorism (and for Russia, in particular, Chechen terrorism) is a common enemy; and the energy flows from Russia to Western Europe would have been unthinkable during the First Cold War (these flows began during détente and were among the reasons for the postponement of Soviet reforms and the paradoxical “resource curse” still affecting the Russian economy).
There is also a fundamental reason why we must be very careful about likening contemporary relations between Russia and “West” to the Cold War, which was a contrast between different social systems: capitalist imperialism on the one hand and totalitarian pseudo-socialism on the other.
In the 21st century, neither Soviet nor Maoist “communism” exist any longer. We only have capitalisms, and those of Russia and China are also imperialisms (in the proper and structural sense that leaves aside a more or less aggressive policy; at least for Marxists, this should be obvious).
Posing the question as if it were the Cold War is a way to fuel tension and confusion. Or to create the consolatory illusion of reliving old “glorious” times: something even more erroneous when one considers – moreover – that Putin and Trump are both placed to the right of the political spectrum: traditionalists, nationalists, authoritarians, militarists and sexists.
However, it is since the Ukrainian crisis and the annexation of Crimea that the pendulum has tended towards the freeze: the current diplomatic crisis is part of the picture, but we cannot rule out the easing of tension. We will see.
As for the protectionist initiative of the Trump administration, this was long awaited.
So, coincidence between the two facts? Yes, most likely. Also because moving towards Cold War at the same time with Russia and China would be quite stupid, and it would be even more stupid to do this while threatening or actually undertaking a trade war with allies.
Can we speculate that behind the poisoning of Skripal there is the Machiavellian European Commission, which intends, in this way, to prevent Trump from kissing Putin’s cheek? Or that it is a ruse of the opponents of Brexit? The list of possible plots can be lengthened.
There is no doubt that there is negotiation with China and that in March it initially responded moderately to US tariffs, promising concessions; in the meantime, it appears that the European Commission and Gazprom are coming to an agreement to close a very expensive antitrust case dating back to 2011; the meeting in Washington proposed by Trump to Putin during the congratulatory call for the third re-election of the Russian president (so, two weeks after the poisoning of Skripal) remains to be defined.
In my opinion, the crucial question is that when well contextualised, far from being the result of the strategy of a director, the scenography of relations with Russia seems quite botched and susceptible to very different developments.
It is true, however, that this it is not just a question of fortuity. It is the kind of situation that highlights the inherent contradictions of the Trump administration’s foreign policy.
The protectionist impetus responds to demands of domestic legitimation – based on electoral promises –, but is in contrast with the international division of labour and the reproduction of US capital on a global scale. A conflict is taking shape between US international economic policy and its policy of alliances and national security.
Protectionism is also a way to avoid implementing serious socioeconomic reforms in the United States. Behind the contradictions of the Trump administration’s foreign policy is the latent conflict between it and the population of ordinary North American citizens, including the white male workers who voted for him.
For the world, this is much more important than stories of spies, arsenic and old ideological lace.

GUERRA COMMERCIALE, SKRIPAL’, ARSENICO E VECCHI MERLETTI, di Michele Nobile

IN DUE LINGUE (Italiano, Inglese)

© Mindaugas Bonanu
Come il resto dell’umanità, chi scrive non dispone di alcun mezzo per individuare il mandante del tentato omicidio dell’ex agente doppiogiochista russo Sergej Skripal’ e di sua figlia. Azzardo però qualche ragionamento, giusto per sgombrare il campo dalle fantasie e mettere a fuoco i problemi reali.
È vero che a volte personaggi sgraditi al Cremlino incorrono in gravissime e misteriose patologie. Uno dei casi celebri è quello di Viktor Juščenko, candidato alle presidenziali dell’Ucraina nel 2004, in una campagna elettorale durante la quale, fra l’altro, Putin viaggiò per ben sette volte in quel Paese per appoggiare il concorrente Janukovyč.
Fra gli altri ci sono: Aleksandr Litvinenko, esule ex funzionario dei Servizi federali per la sicurezza della Federazione russa (Fsb) e critico di Putin, avvelenato mortalmente col polonio a Londra, nel 2006; la giornalista Anna Politkovskaja, distintasi per i suoi servizi sulla guerra in Cecenia, ammazzata a colpi di pistola a Mosca, pure lei nel 2006; Boris Berezovskij, al tempo di El’tsin il più influente degli oligarchi russi, altro esule critico di Putin morto in circostanze poco chiare a Londra, nel 2013; e Boris Nemtsov, capo del partito Sojuz Pravych Sil [Unione delle Forze di Destra], assassinato nel 20151.
Tuttavia, non si comprende quale interesse possa avere Mosca a eliminare Skripal’, rischiando una crisi internazionale. Perché uccidere un individuo già regolarmente liberato nel 2010, nel quadro di uno scambio di «spioni» arrestati con gli Stati Uniti? Quali altre terribili rivelazioni avrebbero potuto esserci otto anni dopo e dopo esser stato certamente interrogato - subito e a lungo - dai servizi competenti?
E poi, perché eliminarlo con un mezzo così sofisticato come il nervino, la cui origine potrebbe essere rintracciata? Non sarebbe stato meglio simulare un incidente automobilistico? Una tegola in testa? Un colpo di pistola o il classico arsenico, così anonimi, sono forse passati di moda?
D’altra parte, non si capisce neanche perché Skripal’ dovesse essere eliminato da qualche servizio «occidentale». Per alzare ulteriormente la tensione con Mosca le motivazioni non mancano e, volendo, se ne possono fabbricare di più grosse ed emotive per l’opinione pubblica.
La verità è che in casi come questi la fantasia può galoppare liberamente. Skripal’ non potrebbe essere stato avvelenato da altri attori interessati ad accrescere la tensione fra Russia e «Occidente»?
Congetturiamo: responsabili non potrebbero essere agenti della Corea del Nord, interessata a neutralizzare le pressioni russe verso un accordo con gli Stati Uniti, oppure agenti dell’Isis o del regime di Assad? Oppure gli indipendentisti ceceni? O anche, perché no, a usare il nervino non potrebbero essere stati i sofisticati killer di un’occulta «Spectre» di affaristi legati al complesso militare-industriale?
A dire il vero non soltanto non possiedo i mezzi, ma nemmeno m’interessa sapere chi ha avvelenato Sergej Skripal’ e la figlia. Dal punto di vista della storia mondiale e degli interessi dei comuni cittadini, la cosa è irrilevante. Non ho bisogno di una verità giudiziaria per sapere che - volendo - gli Stati possono agire senza scrupoli, ammazzare e massacrare. Esiste la ragion di Stato, ma Stati buoni non esistono.
Ricordo bene, per fare un altro esempio, che nel luglio 1985 i servizi segreti francesi fecero saltare in aria la nave di Greenpeace Rainbow Warrior, che protestava contro le esplosioni nucleari nella Polinesia francese, causando la morte di un uomo. Presidente era allora il «compagno» Mitterand… dell’Union de la gauche.
Due fra i sabotatori della Direction générale de la sécurité extérieure vennero arrestati dalla polizia neozelandese, processati e condannati a dieci anni. Il ministro della Difesa francese fu costretto a dimettersi, ma la Nuova Zelanda, posta sotto ricatto economico da parte della Francia, fu costretta a un accordo per cui i due assassini vennero prima trasferiti sotto custodia francese, poi liberati e infine promossi di grado.
Quanto accaduto alla Rainbow Warrior è cristallino, al contrario del caso Skripal’ e in genere dei veri complotti storicamente rilevanti, che hanno la spiacevole caratteristica di rimanere segreti nella fase di preparazione, ma di rivelarsi nell’attuazione; i colpi di Stato ne sono un facile esempio.
Per cui lascio volentieri le indagini agli organi competenti e le congetture ai patiti delle spy stories e ai complottisti d’ogni risma, che hanno già la risposta preconfezionata secondo le loro personali paranoie e simpatie politiche.
La personalizzazione e la divisione manichea degli attori politici in buoni e cattivi - naturalmente i cattivi sono astutissimi e infingardi, benché destinati alla sconfitta - sono proprie di una visione del mondo infantile e manipolabile con facilità.

Altro è importante in questa vicenda sozza, quali che siano i mandanti: la raffica di massicce espulsioni di diplomatici russi dai paesi Nato e di diplomatici dei paesi Nato dalla Russia. Per molti commentatori, insieme all’incombente guerra commerciale fra Stati Uniti e Cina, questa vicenda sembra il preludio a una nuova Guerra Fredda.
Tuttavia, bisogna anche stare attenti a non arrivare a conclusioni affrettate che possono distrarre l’attenzione dalle questioni di fondo.
Si può ricordare che nel 1986 gli Stati Uniti espulsero 80 diplomatici sovietici dopo l’arresto di un giornalista russo-americano a Mosca, e i sovietici, a loro volta, contraccambiarono. Eppure, l’anno successivo Reagan e Gorbačëv firmarono il trattato sui missili a medio raggio e tre anni dopo la Seconda guerra fredda venne dichiarata ufficialmente chiusa.
E poi, nel 2001 Stati Uniti e Russia espulsero 53 diplomatici a testa, ma - nonostante altri problemi maggiori – ciò non impedì che le due potenze continuassero a collaborare nella «guerra al terrore» e che, durante le celebrazioni dell’anniversario della fondazione di San Pietroburgo, Putin dicesse del Presidente americano: «le nostre opinioni coincidono su molte questioni. Ed è proprio questo che mi permette di chiamare il presidente Bush mio amico, non solo personalmente - perché personalmente mi piace molto - ma anche come mia controparte e presidente di una nazione amica»2.
Certo, occorre contestualizzare… ed è questo il punto.
L’uso del termine «Guerra Fredda» - senza ulteriori qualifiche - è popolarissimo per l’intero secondo dopoguerra ma anche fuorviante, e lo stesso vale per il quadro attuale dei rapporti fra Russia e «Occidente».
Ritengo corretta la periodizzazione proposta da Fred Halliday: questa distingue Prima guerra fredda (1946-1953), antagonismo oscillatorio (1953-1969), distensione (1969-1979) e Seconda guerra fredda (dal 1980, terminata di fatto con il vertice di Reykjavík fra Gorbačëv e Reagan nell’ottobre 1986)3.
La fase dell’antagonismo oscillatorio fu caratterizzata da negoziati e ripetuti tentativi di ridurre le tensioni fra i due campi, ciascuno fallito a causa di eventi in parte fuori dal controllo delle due potenze, ma che necessariamente le coinvolgevano e le contrapponevano.
Si trattò quindi di una fase che combinava aspetti della Guerra Fredda con aspetti della distensione e che, a differenza di queste ultime, si sarebbe definita con chiarezza retrospettivamente più che nel suo farsi.
Ebbene, tutto sommato è a questo che somigliano i rapporti fra gli Stati Uniti e la Russia di Putin: tant’è vero che il terrorismo jihadista (e per la Russia in particolare, il terrorismo ceceno) è avversario comune; e i flussi di energia dalla Russia all’Europa occidentale sarebbero stati impensabili durante la Prima guerra fredda (questi flussi iniziarono durante la distensione e furono tra i motivi del rinvio delle riforme sovietiche e della paradossale «maledizione delle risorse» che ancora affligge l’economia russa).
Esiste inoltre una ragione fondamentale per cui occorre fare molta attenzione ad assimilare i rapporti contemporanei fra Russia e «Occidente» alla Guerra Fredda, che era un contrasto fra sistemi sociali diversi: l’imperialismo capitalistico da una parte e lo pseudosocialismo totalitario dall’altra.
Nel XXI secolo né il «comunismo» sovietico né quello maoista esistono più. Abbiamo solo capitalismi, e quelli della Russia e della Cina sono anche imperialismi (nel senso proprio e strutturale che prescinde da una politica più o meno aggressiva; almeno per i marxisti, ciò dovrebbe essere ovvio).
Porre la questione come se si trattasse della Guerra Fredda è un modo per alimentare tensione e confusione. Oppure per crearsi la consolatoria illusione di rivivere i vecchi tempi «gloriosi»: cosa ancor più sbagliata quando si consideri - oltretutto - che Putin e Trump sono entrambi collocabili alla destra dello spettro politico: tradizionalisti, nazionalisti, autoritari, militaristi e maschilisti.
Comunque, è dalla crisi ucraina e dall’annessione della Crimea che il pendolo tende verso il gelo: l’attuale crisi diplomatica rientra nel quadro, ma non si può escludere l’alleggerimento della tensione. Si vedrà.
Quanto all’iniziativa protezionistica dell’amministrazione Trump, questa era attesa da tempo.
Per cui, coincidenza tra i due fatti? Sì, con molta probabilità. Anche perché muoversi verso la Guerra Fredda allo stesso tempo con Russia e Cina sarebbe mossa alquanto stupida, ed ancor più stupido sarebbe far questo mentre si minaccia o si intraprende effettivamente una guerra commerciale con gli alleati.
Si può fantasticare che dietro l’avvelenamento di Skripal’ ci sia la machiavellica Commissione europea, che intende così impedire a Trump di baciare la guancia di Putin? O che sia un trucco degli avversari della Brexit? L’elenco delle trame possibili si può allungare.
Non c’è dubbio che esista un negoziato con la Cina e che a marzo essa abbia inizialmente risposto in modo moderato alle tariffe statunitensi, promettendo concessioni; intanto pare che Commissione europea e Gazprom stiano arrivando a un accordo per chiudere un caso di antitrust assai costoso che risale al 2011; e rimane da definire l’incontro a Washington proposto da Trump a Putin durante la telefonata di congratulazioni per la terza rielezione del presidente russo (quindi, due settimane dopo l’avvelenamento degli Skripal’).
A mio parere, la questione cruciale è che quando ben contestualizzata, lungi dall’essere frutto della strategia di una regia, la scena dei rapporti con la Russia appare abbastanza pasticciata e suscettibile di sviluppi molto diversi.
È vero però che non si tratta di sola casualità. È il tipo di situazione che mette in luce le contraddizioni intrinseche alla politica estera dell’amministrazione Trump.
L’impeto protezionistico risponde a esigenze di legittimazione interna - sulla base delle promesse elettorali - ma è in contrasto con la divisione internazionale del lavoro e la riproduzione del capitale statunitense su scala mondiale. Si delinea un conflitto fra la politica economica internazionale degli Stati Uniti e la sua politica delle alleanze e della sicurezza nazionale.
Il protezionismo è anche un modo per non attuare serie riforme socioeconomiche negli Usa. In fondo alle contraddizioni della politica estera dell’amministrazione Trump c’è il conflitto latente fra questa e il popolo dei comuni cittadini nordamericani, compresi gli operai maschi bianchi che l’hanno votato.
Per il mondo, questo è molto più importante che storie di spie, arsenico e vecchi merletti ideologici.

sabato 7 aprile 2018

REVERSE THE ‘INDIVIDUALISING IMAGINARY’ ON CLIMATE CHANGE, by Maurizio Fratta

IN DUE LINGUE (Inglese, Italiano)
IN TWO LANGUAGES (English, Italian)

University of Chicago Press, 2016
The data collected by climatologists speak clearly: the summer of 2017 in Italy was the second hottest since 1880 – when surveys began; the month of August recorded an average thermal excess of 2.5 °C, with the fourth day of the month the hottest in the last sixty years in many cities of central Italy.
That 2017 turned out to be Italy’s second hottest year ever (after 2016) is full confirmation of global warming scenarios.
The Italian summer of 2017, the fourth driest ever, will also be remembered for the serious water crisis caused by a dramatic reduction in rainfall throughout the country (-41% compared with seasonal averages), with serious repercussions on the leaking network of Italian aqueducts.
A season that will go down in history also and above all for fires: between June 15 and September 14 about one hundred thousand flared up (there were fifty thousand in 2016), one every 100 seconds, more than a thousand a day: from that of the Castel Fusano pinewood on the Roman coast – near the estate of the President of the Republic located in Castelporziano – to that of Vesuvius and its park, from the blaze in Sulmona to that of Monte Morrone, the peak of Celestino V.
On some days it seemed that the whole country was on fire. At the first rains – with the humus gone up in smoke – ashes consequently turned into mud, contributing to an increase in hydrogeological instability.
The effects of climate change are now visible to all: no living being has contributed to alter the life of our planet so deeply – and so quickly – as man.
Overheating of the Earth, determined by the greenhouse effect and related to the increase in CO2 emissions, is only one of the factors behind the planetary environmental crisis. Taking into account ocean acidification, the disproportionate use of fresh water, the overproduction of waste, fishing, deforestation and the vertical fall of biodiversity, it should be clear that in many natural processes the limits have already been exceeded.
Beyond the necessary change in lifestyles, the battle to reverse this trend would require a collective action, but politicians are unable to propose any credible alternative.
Worthy of note here, among others, is the contribution of physicist Gianni Mattioli on the occasion of the l’altrapagina magazine’s 29th Convention entitled “The parabola of food”, which was held in Città di Castello in September 2015.
Starting from the fact that some parameters – for example of CO2 – have been exceeded, Mattioli pointed out how this could cause a rupturing of the stability of the planet’s physical-climatic system, altering and upsetting periodic phenomena such as seasons, winds and sea currents, with the risk of giving rise to unpredictable chaos.
That meeting was also attended by the UPM (Un Punto Macrobiotico) national and international association – founded by Mario Pianesi –, which has been working in the field of agriculture and food for over thirty years with full respect for the environment and promotion of the health of the human being.
Reflecting on this joint work with Chiara Giallorenzo, president of the UPM Centre in Città di Castello, and with the adhesion of the “Mario Pancrazi” Study Centre – an association that pursues “the enhancement of the culture of mathematics” –, a conference was organised to tackle the issue of climate change starting from the effects found in Umbria and in Alta Valtiberina, and that did so by highlighting the relationships among environment, agriculture, food and health.
In order to reach an overall vision, naturalists, farmers and doctors were asked for their assessment with the aim of proposing a multidisciplinary approach that is able to identify a possible path of mitigation of the consequences of global warming.
In a territory where the abuse of pesticides used in industrial agriculture has severely contaminated surface water and groundwater, where the widespread presence of landfills and composting plants has poisoned soil and air and where rail transport has been marginalised irresponsibly – and finally suppressed in favour of vehicular (individual) transport, the primary source, along with that caused by animal breeding, of CO2 emissions – it is no longer possible to continue to look the other way, considering in particular the high rates of incidence of some types of cancer found both in the adult population and in childhood and youth in general.
If it is true – as Amitav Ghosh writes in The great derangement: climate change and the unthinkable – that indifference towards current catastrophes is the result of our individualism and our adherence to the dominant model of life and consumption, it will only be possible to face this challenge by becoming aware of what has happened and what is happening, thus finding “a way out of the individualizing imaginary in which we are trapped”.

RIFIUTARE L’IMMAGINARIO INDIVIDUALIZZANTE PER INVERTIRE GLI EFFETTI DEL «GLOBAL WARMING», di Maurizio Fratta

IN DUE LINGUE (Italiano, Inglese)

Neri Pozza, 2017
I dati raccolti dai climatologi parlano chiaro: quella del 2017 in Italia è stata la seconda estate più calda dal 1880 - quando sono cominciate le rilevazioni; il mese di agosto ha fatto registrare un eccesso termico medio di 2,5 °C, con il giorno 4 del mese che è stato il più caldo degli ultimi sessant’anni in molte città dell’Italia centrale.
Il fatto che il 2017 si sia poi rivelato essere il secondo anno più caldo di sempre (dopo il 2016) conferma in pieno gli scenari legati al riscaldamento globale.
L’estate italiana del 2017, la quarta più secca in assoluto, verrà ricordata pure per la gravissima crisi idrica dovuta alla drastica riduzione delle precipitazioni sull’intero territorio nazionale (-41% rispetto alle medie stagionali), con gravi ripercussioni sulla rete “colabrodo” degli acquedotti italiani.
Una stagione che passerà alla storia anche e soprattutto per gli incendi: dal 15 giugno al 14 settembre ne sono divampati circa centomila (nel 2016 erano stati cinquantamila), uno ogni 100 secondi, più di mille al giorno: da quello della pineta di Castel Fusano sul litorale romano - nei pressi della tenuta del Presidente della Repubblica sita a Castelporziano - a quello del Vesuvio e del suo parco; dal rogo di Sulmona fino a quello di Monte Morrone, la cima di Celestino V.
In certi giorni sembrava che l’intero Paese andasse a fuoco. Alle prime piogge - con l’humus andato in fumo - la cenere si è di conseguenza trasformata in fango, contribuendo ad aumentare il dissesto idrogeologico.
Gli effetti dei cambiamenti climatici sono ormai sotto gli occhi di tutti: nessun essere vivente ha contribuito ad alterare la vita del nostro pianeta tanto profondamente - e così rapidamente - quanto l’uomo.
Il surriscaldamento della Terra, determinato dall’effetto serra e correlato all’aumento delle emissioni di CO2, è soltanto uno dei fattori della crisi ambientale planetaria. Prendendo in considerazione l’acidificazione degli oceani, l’uso spropositato di acqua dolce, l’iperproduzione di rifiuti, la pesca, la deforestazione e la caduta verticale della biodiversità, dovrebbe esser chiaro che in molti processi naturali i limiti sono già stati oltrepassati.
Al di là del pur necessario mutamento degli stili di vita, la battaglia per invertire questa tendenza richiederebbe un’azione collettiva, ma la politica non è in grado di proporre alcuna alternativa credibile.
Vorrei qui ricordare, fra gli altri, il contributo del fisico Gianni Mattioli in occasione del XXIX Convegno della rivista l’altrapagina intitolato «La parabola del cibo», tenutosi a Città di Castello nel settembre 2015.
Partendo dal superamento di alcuni parametri - per esempio la CO2 - Mattioli mise in evidenza come ciò potesse causare una rottura di stabilità del sistema fisico-climatico del pianeta, alterando e sconvolgendo fenomeni periodici come stagioni, venti e correnti marine, con il rischio di dar luogo ad un caos imprevedibile.
All’incontro aveva partecipato anche l’Associazione nazionale e internazionale UPM (Un Punto Macrobiotico) - fondata da Mario Pianesi - che da oltre trent’anni opera in campo agricolo e alimentare nel pieno rispetto per l’ambiente e la promozione della salute dell’essere umano.
Riflettendo su questo lavoro comune con Chiara Giallorenzo, presidente del Centro UPM di Città di Castello, e con l’adesione del Centro Studi «Mario Pancrazi» - un’associazione che persegue «la valorizzazione della cultura delle matematiche» - è stata promossa una conferenza che affrontasse il tema dei cambiamenti climatici a partire dagli effetti riscontrati in Umbria e in Alta Valtiberina, e che lo facesse mettendo in relazione tra loro ambiente, agricoltura, alimentazione e salute.
Per arrivare ad una visione di insieme, è stata chiesta una valutazione a naturalisti, agricoltori e medici con l’intento di proporre un approccio multidisciplinare che sia capace di individuare un possibile percorso di mitigazione delle conseguenze del global warming.
In un territorio in cui l’abuso di pesticidi impiegati nell’agricoltura industriale ha gravemente contaminato le acque superficiali e di falda, dove la presenza diffusa di discariche e impianti di compostaggio ha avvelenato suolo e aria e in cui il trasporto ferroviario è stato marginalizzato in maniera irresponsabile - per essere infine soppresso a vantaggio di quello veicolare (individuale), fonte primaria, insieme a quella causata dagli allevamenti animali, di emissione di CO2 - non è più possibile continuare a far finta di niente, considerando in particolare gli alti tassi di incidenza di alcune tipologie tumorali riscontrati sia nella popolazione adulta che in quella infantile e giovanile in genere.
Se è vero - come scrive Amitav Ghosh ne La grande cecità. Il cambiamento climatico e l’impensabile - che l’indifferenza nei confronti delle catastrofi attuali è figlia del nostro individualismo e della nostra adesione al modello di vita e di consumo dominante, sarà possibile affrontare questa sfida soltanto prendendo coscienza di quanto è accaduto e di quanto sta accadendo, trovando quindi «una via d’uscita dall’immaginario individualizzante in cui siamo intrappolati».

mercoledì 4 aprile 2018

TEN REFLECTIONS AND A COMMENT: THE CYCLE OF FEAR IN THE MIDST OF THE ANTHROPOCENE, by Roberto Savio and Michele Nobile

IN DUE LINGUE (Inglese, Italiano)
IN TWO LANGUAGES (English, Italian)

It is now clear that we are in a period of transition, even if we do not know where we are headed. It is evident that the political, economic and social system which has accompanied us since the end of the Second World War is no longer sustainable.
According to Amnesty International, exponentially growing inequalities have practically taken us back to the levels of Queen Victoria’s days: however, today on a global level. Ten years ago, 652 people possessed the same wealth as 2.3 billion people. Now they number just eight.
According to International Labour Organisation projections, the eighteen-year-olds of today will retire with an average pension of 632 euros.
Despite official statements, and surrounded by general indifference, we are reaching the limit of a 2 degrees centigrade increase in the temperature of the atmosphere since 1854, which is considered the limit beyond which our planet will suffer irreversible changes.
Finance has become detached from the economy creating a world of its own, the only one with no international control bodies, where financial transactions in a day are forty times higher than the production of goods and services around the entire planet. Since 2009, the major banks have paid over 800 billion fines as a result of illegal operations.
Political participation has fallen from an average of 86%, in 1960, to 63.7% today.
While an in-depth analysis of the situation would be extremely complex and involve all aspects of our life, it is possible to identify important – and at the same time simple – points of reflection on which to dwell together.

Reflection 1

The crisis has deep roots.
In 1973, the United Nations General Assembly unanimously adopted a global governance plan – designed to reduce inequalities among its members – known by the name of New International Economic Order. The plan was born with the support of the United States (even if launched by Mexico and Algeria).
The post-war international system – of which the United Nations is part, for example – had come about on the initiative of the United States, the main winners of the Second World War, which was interested in preserving peace and development after a war in which it lost 405,000 soldiers out of a population of 132 million people. Germany lost more than five million out of 78 inhabitants, of which over two million civilians, against 8,000 in the United States and nearly thirteen million in the USSR).
The United Nations was created with Washington’s commitment to contribute 25% to the budget, which illustrates the difference with today, when Trump is threatening to withdraw.
But until the 1981 summit in Cancún, which brought together the twenty-two most important Heads of State in the world (excluding the communist camp), we lived in the illusion of the end of inequality, based on a world democracy where the majority of countries decided the course to follow for the common good.
Newly-elected president Reagan took part in Cancún and announced that the United States no longer accepted being subjected to the rules of an abstract world democracy. The United States – he said – is not a country like the others, and would go back to deciding its own international and trade policy. Margaret Thatcher was also at the same meeting, becoming the European counterpart of Reagan.
A different vision of the world was born: “Society does not exist. Individuals exist (Thatcher); “It is not factories that pollute, but trees” (Reagan). Poverty produces poverty, wealth produces wealth. So the rich should be taxed as little as possible, because they distribute wealth.

Reflection 2

In 1989, a few years after Cancún, the Berlin Wall came down: it was the end of ideologies, the straitjackets that had led us to Nazism and Communism.
The core idea was that we must be pragmatic. Politics had to solve concrete problems, not pursue utopias. But the solution of a given problem without being part of a total vision of society – right or left, it does not matter – is actually called utilitarianism, and politics aimed at administration rather than at ideas distances political participation and increases corruption.
Without ideal programmes, the importance of the politician’s personality, possibly telegenic, increased and was measured on TV and not in public squares. Marketing, not ideas or programmes, became the main instrument for electoral campaigns.

Reflection 3

At the same time, neoliberal globalisation came into play as a single thought without alternatives (Thatcher’s There Is No Alternative – TINA; it is interesting to note that, before the fall of the Berlin Wall, the term globalisation had never appeared in the media).
This globalisation was based on the socioeconomic and political model of the so-called Washington Consensus, the development paradigm imposed by International Monetary Fund, World Bank and US Treasury. It envisaged the adoption of the following reforms: macroeconomic stabilisation, liberalisation (of trade, investments and finance), privatisation and deregulation.
It eliminated national protection barriers everywhere, reduced non-productive expenditure (education, health and social assistance) and promoted free competition among States. It is famous the definition of it given by Kissinger: “The new paradigm of American supremacy”. Developing countries experienced it as submission to economic rules imposed by the North. But Kissinger did not see that once the way to free competition had been opened, China and other countries would emerge.

Reflection 4

The reaction of the left to the single thought was the “Third Way”, successfully proposed by Tony Blair: it was time to abandon the old ideas of the left and ride the globalisation, accepting the lack of alternatives.
Social democracy, from Blair to Renzi, seeks to transform itself into a transversal party which also embraces the centre, with an active policy on concrete facts and no outdated ideological cages.
In fact, in this way the left has lost its popular base, and the 2008 crisis, caused by the absence of controls on American banks and then come up to Europe (with the left in government almost everywhere), has eliminated its capacity to redistribute surplus.
Workers, middle classes in crisis and victims of globalisation seek new defenders and vote for Le Pen (France), Farage (Britain), Wilder (Netherlands) and so on, up to choosing Salvini and the Five Star Movement (Italy).

Reflection 5

Numerous historians believe that greed and fear have been among the main engines of change in history.
In his latest book, Nel nome dell’umanità, Riccardo Petrella argues that these engines were implemented using three “traps”: in the name of God, in the name of the Nation and in the name of Profit. There is no doubt that since the fall of the Berlin Wall the values of globalisation (competition, profit, individualism and exaltation of wealth), together with the disappearance of social justice (solidarity, transparency, equity, etc.) from political debate, have created an ethics based on greed.
And twenty years later, in 2009, the economic and financial crisis – first in the United States (on real estate speculation) and then in Europe (on sovereign bonds) – has opened up a second cycle: that of fear.

Reflection 6

The cycle of fear which is in full swing (without having abandoned greed and while the three “traps” are once again in use) has created a new right which is not about ideas, but is based on emotions.
Brexit and Trump are easy-to-see phenomena, but the real phenomenon is much deeper. We are in a liquid society that is not structured on ideologies or classes. And in this society it is easy for leaders who ride fear and greed to leap into the limelight.
The 2009 crisis joined up with mass immigration from countries invaded by the West to depose their dictators and automatically introduce democracy. (Nevertheless, the disintegration of Yugoslavia – a modern and European country – after the death of Tito should have been a warning.)
It is not democracy that is ushered in, but chaos, civil wars, blood and destruction.
In 2003, George W. Bush began the invasion of Iraq. In 2011, civil war broke out in Syria, becoming soon a clash among Arab powers, Europe, the United States and Russia (as a result: six million displaced and half a million dead). In 2013, Sarkozy pushed an invasion into Libya.
From the ruins of Iraq, ISIS was born – terrorism in the name of God, for a return to original Islam (Wahhabism, financed worldwide by Saudi Arabia with 80 billion dollars in the last twenty years). Fifteen years before, the veterans of the US-funded war against Russian occupation in Afghanistan had gathered under the leadership of Osama Bin Laden in another organization, Al Qaeda, making the first attack in history on North American soil, in 2001.
As El Roto, famous cartoonist of El País, says: “We send them bombs, and they send us migrants”.
Two “traps” are triggered on the arriving refugees: in the name of God and in the name of the Nation.
Now, in Europe, identitarian and sovereignty parties are the second political force, ahead of socialist parties. If European elections were held today, the radical right would gather forty million votes. It is in power in Hungary, Poland, Czech Republic, Slovakia and Austria, but it also conditions the governments of the Nordic countries, Netherlands and Germany itself (since Alternative für Deutschland won 92 seats).
In Hungary, Orbán has launched the so-called “illiberal democracy”, Poland has denounced the secularism of the European Union and called for a huge march with populists and sovereignists from all over Europe, to the cry of “In the name of God”. The Visegrád Group (Hungary, Czech Republic, Slovakia, Poland, and now also Austria) has denounced the yielding of Europe to Islam and created an East-West rift of Europe, which joins the North-South rift on the vision of the economy: austerity or solidarity.
But there is something new: the United States intervenes in Europe openly supporting nationalist and xenophobic right-wing parties, which at the same time look not only to Trump, but also to Putin (who is also intervening in the European elections), considering him a point of reference.
As a result, in a rapidly aging Europe (in Italy, for example, young people between the ages of 18 and 25 account for only 3% of those entitled to vote), immigration has become a great populist and xenophobic right-wing banner.
Meanwhile, the International Monetary Fund has launched a warning: Europe needs to absorb 20.5 million immigrants in the short term, so that it can support its pension system and maintain productivity levels. Statistics show that immigrants contribute to the system more than they cost; they constitute the great majority of new small businesses and their dream is to be quickly integrated into the European system.
But there is no debate on immigration and what categories of immigrants to welcome. They are now all seen as dangerous invaders, intent on destroying the European identity, on crime and as taking work away from European citizens, victims of intense unemployment. Even Trump, in a country made up of immigrants, has made immigration control one of his warhorses.
A tragic phenomenon is that young people, many less than retirees, are no longer politically active. In history, young people burst onto the political scene to change the world they find. If they had voted, Brexit would not have happened. But the political system – of the elderly – ignores them. In Italy, the Renzi government allocated 30 billion euros to save four banks. In the same year, the total in the budget for young Italians was two billion.
Since the creation of the United Nations in 1945, we have risen from 2.5 billion inhabitants to 7.5 billion today. The growth will stop only in 2050, when we will number 9.5 billion. Either we find an agreement on governability and immigration that we need, or we will have to shoot immigrants, as some have already proposed.

DIECI RIFLESSIONI E UN COMMENTO: IL CICLO DELLA PAURA IN PIENO ANTROPOCENE, di Roberto Savio e Michele Nobile

IN DUE LINGUE (Italiano, Inglese)

È ormai chiaro che siamo in un periodo di transizione, anche se non sappiamo verso dove. Ma è evidente che il sistema politico, economico e sociale che ci ha accompagnato dalla fine della Seconda guerra mondiale non è più sostenibile.
Secondo Amnesty International, le diseguaglianze in crescita esponenziale ci hanno quasi riportato ai livelli del tempo della regina Vittoria: oggi a livello globale, tuttavia. Dieci anni fa, 652 individui avevano la stessa ricchezza di 2,3 miliardi di persone: ora sono appena otto.
Secondo le proiezioni dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, i diciottenni di oggi andranno in pensione in media con 632 euro.
Nonostante le dichiarazioni ufficiali, e nell’indifferenza generale, stiamo raggiungendo il limite dei 2 gradi centigradi di aumento della temperatura atmosferica dal 1854, soglia oltre la quale il nostro pianeta subirà cambiamenti irreversibili.
La finanza si è staccata dall’economia creando un mondo proprio, il solo senza organismi internazionali di controllo, in cui le transazioni finanziarie giornaliere sono quaranta volte superiori alla produzione di beni e servizi dell’intero pianeta. Dal 2009, le principali banche hanno pagato oltre 800 miliardi di multe per operazioni illegali.
La partecipazione politica è scesa da una media dell’86%, nel 1960, al 63,7% di oggi.
Sebbene un’analisi profonda sia assai complessa e investa tutti gli aspetti della nostra vita, è possibile individuare importanti - e allo stesso tempo semplici - punti di riflessione su cui soffermarci insieme.

Riflessione n° 1

La crisi ha radici profonde.
Nel 1973, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite adottò all’unanimità un piano di governabilità globale - progettato per ridurre le diseguaglianze tra i suoi membri - conosciuto con il nome di Nuovo Ordine Economico Internazionale. Il piano nacque con l’appoggio degli Stati Uniti (anche se promosso da Messico e Algeria).
Il sistema internazionale post-guerra - di cui sono parte, per esempio, le Nazioni Unite - era stato realizzato su iniziativa degli Stati Uniti, principali vincitori della Seconda guerra mondiale, che avevano interesse a preservare la pace e lo sviluppo in seguito a un conflitto in cui persero 405.000 soldati su una popolazione di 132 milioni di persone. La Germania ne perse più di cinque milioni su 78 di abitanti, di cui oltre due milioni di civili, contro 8.000 negli Usa e quasi tredici milioni in Urss.
Le Nazioni Unite furono create con l’impegno di Washington di contribuire al bilancio per il 25%, il che illustra la differenza con l’oggi, in cui Trump minaccia di ritirarsi.
Ma fino al summit di Cancún del 1981, che riunì i ventidue Capi di Stato più importanti del mondo (escluso il campo comunista), si viveva nell’illusione della fine delle diseguaglianze, sulla base di una democrazia mondiale in cui la maggioranza dei Paesi avrebbe deciso il corso da seguire per il bene comune.
Il neoeletto presidente Reagan era presente a Cancún e annunciò che gli Stati Uniti non avrebbero più accettato di essere sottomessi alle regole di un’astratta democrazia mondiale. Gli Usa - disse - non sono una nazione come le altre, e torneranno a decidere la loro politica internazionale e commerciale. Allo stesso vertice partecipava anche Margaret Thatcher, che divenne la sponda europea di Reagan.
Era nata una diversa visione del mondo: «la società non esiste. Esistono gli individui» (Thatcher); «non sono le fabbriche che fanno polluzione, bensì gli alberi» (Reagan). La povertà produce povertà, la ricchezza produce ricchezza. Di conseguenza i ricchi vanno tassati il meno possibile, perché distribuiscono ricchezza.

Riflessione n° 2

Nel 1989, pochi anni dopo Cancún, crollò il Muro di Berlino: era la fine delle ideologie, camicie di forza che ci avevano condotto a Nazismo e Comunismo.
L’idea-forza era che bisogna essere pragmatici. La politica doveva risolvere i problemi concreti, non perseguire utopie. Ma la soluzione di un determinato problema senza che questo sia inserito in una visione complessiva della società - destra o sinistra, poco importa - si chiama in realtà utilitarismo, e la politica rivolta all’amministrazione invece che alle idee allontana la partecipazione politica e aumenta la corruzione.
Senza programmi ideali, l’importanza della personalità del politico, possibilmente telegenico, cresceva e si misurava in TV anziché nelle pubbliche piazze. Il marketing, non le idee o i programmi, divenne lo strumento principale per le campagne elettorali.

Riflessione n° 3

Allo stesso tempo, la globalizzazione neoliberale si impose come pensiero unico senza alternative (il There Is No Alternative - TINA - di Thatcher; è interessante notare che, prima della caduta del Muro, il termine globalizzazione non era mai comparso nei media).
Questa globalizzazione si basava sul modello socioeconomico e politico del cosiddetto Washington consensus, il paradigma di sviluppo imposto da Fondo monetario internazionale, Banca mondiale e Tesoro degli Stati Uniti. Prevedeva l’adozione delle seguenti riforme: stabilizzazione macroeconomica, liberalizzazione (di commercio, investimenti e finanza), privatizzazione e deregolamentazione.
Eliminava dovunque le barriere di protezione nazionale, riduceva le spese non produttive (educazione, sanità e assistenza sociale) e promuoveva la libera competizione fra gli Stati. Famosa la definizione che ne diede Kissinger: «il nuovo paradigma della supremazia americana». I Paesi in via di sviluppo la vissero come sottomissione alle regole economiche imposte dal Nord. Ma Kissinger non vide che una volta aperta la via della libera competizione, la Cina e altri Paesi sarebbero emersi.

Riflessione n° 4

La reazione della sinistra al pensiero unico fu la «terza via», proposta con successo da Tony Blair: era tempo di abbandonare le vecchie idee della sinistra e cavalcare la globalizzazione, accettando la mancanza di alternative.
La socialdemocrazia, da Blair a Renzi, cerca di trasformarsi in un partito trasversale che abbracci anche il centro, con una politica di fatti concreti e priva di gabbie ideologiche superate.
Di fatto, in questo modo la sinistra ha perso la sua base popolare, e la crisi del 2008, dovuta all’assenza di controlli sulle banche nordamericane e approdata poi anche in Europa (con la sinistra al governo quasi ovunque), elimina la sua capacità di redistribuire il surplus.
Operai, ceti medi in crisi e vittime della globalizzazione cercano nuovi difensori e votano per Le Pen (Francia), Farage (Gran Bretagna), Wilder (Paesi Bassi) e così via, fino a scegliere Salvini e il Movimento 5 Stelle (Italia).

Riflessione n° 5

Numerosi storici ritengono che la cupidigia e la paura siano stati fra i principali motori di cambiamento nella storia.
Nel suo ultimo libro, Nel nome dell’umanità, Riccardo Petrella sostiene che questi motori siano stati avviati utilizzando tre «trappole»: in nome di Dio, in nome della Nazione e in nome del Profitto. Non c’è dubbio che dalla caduta del Muro di Berlino i valori della globalizzazione (competizione, profitto, individualismo ed esaltazione della ricchezza), insieme alla scomparsa della giustizia sociale (solidarietà, trasparenza, equità ecc.) dal dibattito politico, abbiano creato un’etica basata sull’avidità.
E vent’anni dopo, nel 2009, la crisi economica e finanziaria - prima negli Stati Uniti (legata alla speculazione immobiliare) e poi in Europa (dovuta ai titoli sovrani) - ha aperto un secondo ciclo: quello della paura.

Riflessione n° 6

Il ciclo della paura nel quale siamo immersi (senza aver abbandonato l’avidità e mentre tornano di nuovo in uso le tre «trappole») ha creato una nuova destra che non è costruita sulle idee, ma basata sulle emozioni.
La Brexit e Trump ne sono le manifestazioni più evidenti, ma il fenomeno reale è molto più profondo. Ci troviamo in una società liquida non strutturata su ideologie o classi. E in questa società è facile veder salire alla ribalta leader che cavalcano paura e cupidigia.
La crisi del 2009 si aggiunge ai massicci flussi migratori provenienti da Paesi invasi dall’Occidente per deporne i dittatori ed istituire automaticamente la democrazia. (Tuttavia, la disgregazione della Iugoslavia - una nazione moderna ed europea - dopo la morte di Tito avrebbe dovuto costituire un monito.)
Non è la democrazia ad essere introdotta, ma caos, guerre civili, sangue e distruzione.
Nel 2003, George W. Bush iniziò l’invasione dell’Iraq. Nel 2011, in Siria scoppiò la guerra civile, diventando ben presto uno scontro fra potenze arabe, Europa, Stati Uniti e Russia (risultato: sei milioni di sfollati e mezzo milione di morti). Nel 2013, Sarkozy spinse per un’invasione della Libia.
Dalle rovine dell’Iraq nacque l’Isis - terrorismo in nome di Dio, per un ritorno all’Islam originario (il Wahhabismo, finanziato in tutto il mondo dall’Arabia Saudita con 80 miliardi di dollari negli ultimi vent’anni). Quindic’anni prima, i veterani della guerra finanziata dagli Stati Uniti contro l’occupazione sovietica in Afghanistan si erano riuniti sotto la guida di Osama Bin Laden in un’altra struttura, al-Qaida, mettendo in atto il primo attacco della storia su suolo nordamericano, nel 2001.
Come dice El Roto, celebre vignettista di El País: «noi gli mandiamo bombe, e loro ci mandano migranti».
Sui rifugiati in arrivo scattano due delle tre «trappole»: in nome di Dio e in nome della Nazione.
Ora, in Europa, i partiti identitari e sovranisti sono la seconda forza politica, davanti a quelli socialisti. Se oggi si tenessero le elezioni europee, la destra radicale otterrebbe quaranta milioni di voti. È al potere in Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Austria, ma condiziona pure i governi dei Paesi nordici, dell’Olanda e della stessa Germania (da quando Alternative für Deutschland ha ottenuto 92 seggi).
In Ungheria, Orbán ha lanciato la cosiddetta «democrazia illiberale», la Polonia ha denunciato il laicismo dell’Unione europea e convoca una grande marcia con i populisti e sovranisti di tutto il continente, al grido di «in nome di Dio». Il Gruppo di Visegrád (Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia, Polonia e ora anche Austria) ha denunciato il cedimento dell’Europa all’Islam e creato una frattura Est-Ovest in Europa, che si aggiunge a quella Nord-Sud sulla visione dell’economia: austerità o solidarietà.
C’è però una novità: gli Stati Uniti intervengono in Europa appoggiando apertamente i partiti della destra nazionalista e xenofoba, che allo stesso tempo guardano non solo a Trump, ma anche a Putin (che sta pure intromettendosi nelle elezioni europee), considerandolo un punto di riferimento.
Come risultato, in un’Europa che invecchia rapidamente (in Italia, per esempio, i giovani tra i 18 e i 25 anni sono il 3% degli aventi diritto al voto), l’immigrazione è diventata una grande bandiera della destra populista e xenofoba.
Nel frattempo, il Fondo monetario internazionale ha lanciato un avviso: l’Europa ha bisogno in tempi brevi di assorbire 20,5 milioni di immigrati, in modo da poter sostenere il suo sistema pensionistico e mantenere i livelli di produttività. Le statistiche mostrano che gli immigrati contribuiscono al sistema più di quanto costino; costituiscono la grande maggioranza delle nuove piccole imprese e il loro sogno è essere integrati rapidamente nel sistema europeo.
Ma non esiste un dibattito sull’immigrazione e su quali categorie di immigranti accogliere. Tutti sono ormai visti come pericolosi invasori, intenti a distruggere l’identità europea, alla criminalità e a togliere il lavoro ai cittadini europei, vittime di una diffusa disoccupazione. Perfino Trump, in un Paese costituito da immigranti, ha fatto del controllo sull’immigrazione uno dei suoi cavalli di battaglia.
Un fenomeno tragico è che i giovani, assai meno dei pensionati, non sono più attivi politicamente. Nella storia, i giovani irrompono sulla scena politica per cambiare il mondo che trovano. Se avessero votato, la Brexit non si sarebbe verificata. Ma il sistema politico - degli anziani - li ignora. In Italia, il governo Renzi ha stanziato 30 miliardi di euro per salvare quattro banche. Nello stesso anno, il bilancio totale per i giovani italiani era di due miliardi.
Dalla creazione delle Nazioni Unite nel 1945, siamo passati da 2,5 miliardi di abitanti ai 7,6 miliardi di oggi. La crescita si fermerà solo nel 2050, quando saremo 9,5 miliardi. O troviamo un accordo sulla governabilità e l’immigrazione di cui necessitiamo, oppure dovremo sparare sugli immigranti, come alcuni hanno già proposto.

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

(January 2010)

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

(Enero de 2010)

* * *

a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo.

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

(Gennaio 2010)

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

(Janvier 2010)

* * *

a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

(Janeiro de 2010)