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domenica 14 gennaio 2018

POSTDEMOCRAZIA, PSEUDOPOPULISMO E LA TRAPPOLA DELL’ANTIPOPULISMO, di Michele Nobile

Il saggio qui pubblicato segue i precedenti intorno alla questione del populismo già apparsi su questo blog a firma dello stesso Michele Nobile: «Donald Trump: vedette pseudopopulista della società dello spettacolo» e «Pseudopopulismo e stile paranoide in politica». Se ne consiglia caldamente la lettura. [la Redazione]

INDICE: 1. Un radicale cambiamento nell’approccio ai fenomeni detti populisti - 2. L’iperinflazione del termine populismo - 3. Il significato antipopolare della polemica antipopulistica - 4. Populismo e pseudopopulismo: due fenomeni qualitativamente diversi - 5. Un confronto fra il populismo latinoamericano e lo pseudopopulismo contemporaneo - 6. Lo pseudopopulismo come tratto della postdemocrazia

Vignetta della rivista satirica statunitense Judge, 1896
1. Un radicale cambiamento nell’approccio ai fenomeni detti populisti
Populista! è ingiuria assai frequente, direi quanto il prezzemolo in cucina, tanto che fra le battute del teatro politico ha preso il posto di un’altra, che pare obsoleta: comunista!
Tuttavia, gli epiteti populismo e populista sono straordinariamente versatili.
Populisti sarebbero Marine Le Pen e l’olandese Geert Wilders, Beppe Grillo e Matteo Salvini, il turco Recep Tayyip Erdoğan e i britannici Nigel Farage e Boris Johnson; ma alla lista possono aggiungersi anche Alexīs Tsipras e Syriza prima maniera, Jeremy Corbyn e Bernie Sanders. Se poi lasciamo vagare l’etichetta del populismo nel tempo e nello spazio, vedremo che essa si appiccica a Gandhi e Nasser, a Frantz Fanon, Julius Nyerere e Thomas Sankara e, ovviamente, ai tanti populisti latinoamericani: Víctor Raúl Haya de la Torre, Lázaro Cárdenas, Juan Domingo Perón e sua moglie Evita, Víctor Paz Estenssoro e Fidel Castro, fino ai più recenti neopopulismi: il subcomandante Marcos, Hugo Chávez, Evo Morales e Rafael Correa. Sul lato destro abbiamo invece Alberto Fujimori, presidente del Perù dal 1990 al 2000, e Abdalá Bucaram, presidente dell’Ecuador per sei mesi fino alla destituzione - nel febbraio 1996 - per motivi che si possono intuire dal soprannome: el loco. Non sarebbe giusto trascurare come populisti la coppia genitoriale del neoliberismo, Margaret Thatcher e Ronald Reagan, oppure i padrini della «terza via» social-liberista, Bill Clinton e Tony Blair. E che dire di Barack Obama, il messia nero della redenzione, sicuramente la vedette (pseudo)populista di maggior successo da diversi anni a questa parte?
Dimenticavo: proprio l’Italia ha avuto due grandi esempi di partiti popolari e diversamente populisti, il Partito comunista e la Democrazia cristiana - l’uno all’opposizione l’altro al potere - il cui breve e ultimo abbraccio fu il «compromesso storico» moroteo e berlingueriano.
Dal combattente contro il colonialismo al Presidente della prima potenza imperialista, da una parte o dall’altra tutti i personaggi elencati sono stati tacciati di populismo. La lista può allungarsi ancora, secondo il gusto personale.

E allora, cosa vuol dire populismo? Il concetto è sempre stato oggetto di discussione, ma nell’ultimo quarto di secolo il suo uso si è dilatato in modo da risultare incomprensibile. Dal punto di vista teorico, il motivo di questo fenomeno è uno stravolgimento radicale del metodo prevalente con cui si definisce il populismo. Tuttavia, ciò è la conseguenza del prevalente uso politico strumentale dell’etichetta.
Pur non trascurandone l’ideologia e la psicologia, le migliori analisi del populismo tra gli anni ‘50 e ‘70 del secolo scorso vertevano sulle condizioni strutturali del fenomeno e sulla dinamica del conflitto politico, sia interno che internazionale. Si trattava, allora, del grado più o meno avanzato di modernizzazione del paese, degli effetti delle migrazioni interne, dell’urbanizzazione, della stratificazione sociale e del mercato del lavoro, di sostituzione delle importazioni, di scambio ineguale, della collocazione del paese nell’economia mondiale. Di qui poi l’analisi della forza relativa e della dinamica del conflitto tra le classi sociali, della crisi di rappresentanza dei partiti tradizionali e di legittimità delle istituzioni, del rapporto dei partiti o dei governi populisti con le organizzazioni sindacali e i movimenti contadini, del come le vicende nazionali incidevano sulla scena politica internazionale e di quale fosse la linea delle grandi potenze a questo proposito. Si consideravano gli obiettivi e i metodi della trasformazione istituzionale, della riforma sociale e della politica economica, industriale e monetaria dei partiti populisti.
Vero è che l’epoca d’oro del populismo e dei regimi nazional-popolari si sovrapponeva grosso modo a quella della teoria della modernizzazione attraverso successivi stadi di sviluppo. Viceversa, l’epoca del declino dei regimi populisti iniziò all’incirca con il trionfo della Rivoluzione cubana e continuò con lo sviluppo delle guerriglie di liberazione sociale e nazionale - non solo in America latina - la critica della teoria della modernizzazione e dei partiti comunisti legati all’Unione Sovietica, la discussione intorno alla dialettica di sviluppo e sottosviluppo o dello sviluppo ineguale e combinato nell’economia mondiale capitalistica1.
Nei primi decenni del XXI secolo la precedente problematica pare del tutto evaporata dall’uso del termine e dalla discussione intorno al populismo, forse perché al tempo della società dello spettacolo e del postmoderno tutto ciò appare irrimediabilmente «moderno» e sorpassato, se non deprecabile. Sicché il populismo è diventato uno stile politico, una mentalità, un atteggiamento, una «categoria dello Spirito», una strategia discorsiva, un «significante vuoto» aperto a qualsiasi contenuto, un epiteto. Il populismo è diventato molte cose, tranne che un concetto operativo risultante da un’analisi che possa dirsi fondata sulla determinazione storica e sociale del fenomeno considerato. Nella polemica politica, nei commenti giornalistici e nell’attuale letteratura più o meno accademica, il denominatore comune peculiare dei fenomeni populisti è per lo più individuato nello stile comunicativo di un leader carismatico centrato sulla costruzione discorsiva della contrapposizione tra un noi virtuoso - il popolo - e un loro corrotto - l’élite. La definizione di cosa sia popolo per il populismo può così coprire un amplissimo spettro politico e di società perché, col medesimo stile o con la medesima logica discorsiva, da una parte si possono porre gli oppressi, i lavoratori, i produttori, i poveri, gli uomini e le donne semplici, gli sfruttati, i nazionali, la razza; dall’altra i potenti e l’élite, le «banche» e/o la finanza, i ricchi, gli intellettuali, «i burocrati di Bruxelles» e i fautori dell’euro, i capitalisti, gli imperialisti, gli stranieri e i migranti invasori, gli ebrei. Che il lettore disponga pure i termini in coppie di opposti noi-loro secondo le sue preferenze.
Il concetto di populismo è sempre stato controverso, ma l’approccio alla questione ora prevalente appare assai povero e formalistico, un regresso intellettuale e un’arma per la polemica politica spicciola invece che uno strumento d’analisi di una situazione determinata su cui, eventualmente, fondare una strategia politica.
L’uso corrente dell’attributo populista non solo violenta la realtà storica - non differenziando movimenti sociali e regimi politici, confondendo in una notte buia situazioni di grande complessità, ambiguità, contraddizioni e potenzialità, in effetti diseducando alla riflessione storica e politica - ma blocca e distorce la riflessione sulle più significative trasformazioni e contraddizioni dei sistemi politici contemporanei.
Eppure, la posta in gioco intorno al concetto di populismo è grande.

2. L’iperinflazione del termine populismo
Nel miglior saggio che mi sia capitato di leggere sul significato dell’antipopulismo odierno, Marco D’Eramo riporta una statistica che mostra la crescita esponenziale dell’uso del termine populismo nella saggistica fra il 1920 e il 2013 (comprendendovi articoli in riviste): su 6.370 titoli (con duplicati), ben 5.183 (l’85%) sono stati pubblicati a partire dagli anni ‘90 del XX secolo, di cui 2.801 nel primo decennio del nuovo secolo; dal database risultano invece solo 53 titoli pubblicati fra il 1920 e il 1940 e 1.134 nei quattro decenni successivi2. Significativa perché nuova è anche l’associazione fra populismo e fascismo: 4 titoli (in effetti due duplicati) fra il 1920 e il 1950; 29 fra anni ‘60 e ‘80; 177 (l’84%) fra l’ultimo decennio del XX secolo e il 2013. È palese lo slittamento della connotazione del termine, presumibilmente perché impiegato con diversa metodologia e applicato a fenomeni diversi dai precedenti. Questa statistica non è che la conferma di una tendenza che avevo già percepito nel corso del tempo. Ho fatto anch’io una piccola ricerca, sul catalogo del Servizio bibliotecario nazionale italiano. Ho rintracciato 301 titoli contenenti la parola populismo, compresi articoli su riviste. Escludendo volumi in lingue diverse dall’italiano e diverse edizioni della stessa opera, i risultati sono questi: 4 titoli fra il 1938 e gli anni ‘50; 8 negli anni ‘60; 17 negli anni ‘70; 21 negli anni ‘80; 17 negli anni ‘90; 121 dal 2000 in avanti. È evidente il balzo quantitativo nell’impiego del termine, ma anche la qualità degli argomenti è interessante. Fino all’ultimo decennio del secolo scorso predominavano i titoli sul populismo russo, statunitense e latinoamericano: la grande opera di Franco Venturi sul populismo russo, e titoli come «Classe, generazione e popolo nel pensiero di José Carlos Mariátegui» (Antonio Melis, 1967); Diderot: un letterato dall'assolutismo illuminato al populismo democratico (Paolo Alatri, 1972); Momenti dell’esperienza politica latino-americana. Tre saggi su populismo e militari in America latina (a cura di Ludovico Garruccio, 1974); Rivoluzione permanente e populismo. Ipotesi su Trockij (Marisa Forcina, 1976); Il populismo americano. Movimenti radicali di protesta agraria nella seconda metà dell’800 (Valeria Gennaro Lerda, 1980); Marxismo e populismo, 1861-1921. Attualità del più importante dibattito teorico-politico del secolo scorso (Franco Battistrada, 1982); Vasilij Pavlovič Voroncov e la cultura economica del populismo russo, 1868-1918 (Alberto Masoero, 1988). Dagli anni ‘90 in avanti la grande maggioranza dei titoli riguarda invece l’Italia e l’Europa, con un taglio prevalentemente politologico e di preoccupazione per il pericolo costituito dal populismo per la democrazia. Nessuna pretesa di esaustività e scientificità in questa mia ricerca, ma la tendenza è chiara.
Evidentemente la fortuna del termine populismo è radicalmente cambiata. Non solo l’uso del termine è proliferato esponenzialmente, uscendo dalla discussione in circoli politici abbastanza ristretti e dagli studi accademici, ma ha mutato natura. Da strumento d’analisi di movimenti, partiti e regimi specifici - certo, per nulla univoco - esso è diventato essenzialmente un’arma di polemica e, direi, di esorcismo politico. A nulla valgono le recenti escursioni per i rami della storia: quel che domina è l’approssimazione. Non mi riferisco tanto al contenuto dei testi, che va valutato nel merito, ma proprio al concetto a cui fanno riferimento: il populismo, che è diventato uno spettro.

venerdì 12 gennaio 2018

HAY QUE REGULAR EL TURISMO ANTES QUE SEA DEMASIADO TARDE, por Roberto Savio

Turistas en la Capilla Sixtina del Vaticano en 2004
Este año tendremos a más de 3 millones de turistas por día dando vueltas en el mundo. Este fenómeno masivo no tiene precedente en la humanidad y como de costumbre, está sucediendo con una sola visión: el dinero.
Deberíamos hacer una pausa y analizar su impacto social, cultural y ambiental, y remediar esta situación, que se está tornando seriamente negativa si dejamos las cosas como están.
Sameer Khapoor confeccionó para Triphobo Trip Planner una lista de 20 lugares que han sido devastados por el exceso de turismo.
La Antártida está alcanzando un nivel alarmante de contaminación. El famoso Taj Mahal, un monumento de amor del emperador mogol Sha Jannat en memoria de su esposa, de su brillante mármol blanco lechoso original ha cambiado a un tono amarillo. El Monte Everest está lleno de basura dejada por la invasión de visitantes.
La Gran Muralla de China ha sido tan maltratada por la invasión masiva de turistas que ha comenzado a desmoronarse. Las famosas playas de Bali están repletas de basura, el tráfico está atascado y las carreteras y senderos están en un peligroso estado de deterioro.
Machu Picchu tiene un número tan grande de visitantes que los arqueólogos están preocupados por su preservación. Una vez existía un tren a un pueblo pequeño, Aguas Calientes, para de allí continuar a pie o en mulas. Ahora se llega al enigmático bastión sagrado Inca en autobús con aire acondicionado. Aguas Calientes es ahora un núcleo urbano de 4,000 personas, con hoteles de cinco estrellas.
La famosa barrera australiana de arrecifes ya ha perdido la tercera parte de su coral. Las islas Galápagos, donde Charles Darwin concibió su famosa teoría de la selección natural, tiene demasiados visitantes que inciden en su frágil equilibrio ecológico, por lo que en 2007 la UNESCO la colocó en la lista de sitios de patrimonio mundial en peligro de extinción. En vano.
El Partenón tiene tantos visitantes que sacan pedazos de roca y ruinas y dibujan en pilares antiguos, que tuvieron que ser destacados algunos policías especializados. La maravilla de Angkor Wat, en Camboya, está sufriendo la misma suerte, junto con el Coliseo en Roma, donde todas las semanas alguien es atrapado por quitar trozos de columnas o hacer pintadas en los pilares. Pero el mejor ejemplo del impacto negativo del turismo puede ser Venecia.
Oficialmente, la ciudad ahora tiene 54,000 residentes. Eran 100,000 en 1970. Cada año, mil residentes se van a la parte continental, porque los alquileres y el costo de la vida siguen subiendo y las hordas de turistas les hacen la vida imposible. La cantidad de barrenderos y limpiadores empleados por la municipalidad debe subir continuamente. Los barcos gigantes continúan recorriendo el delicado microsistema de la laguna, pero la presión de sus lobbies es muy fuerte. Insisten en que sin sus trasatlánticos fondeando en el centro de la ciudad, 5,000 puestos de trabajo estarían en peligro.
Existe actualmente un claro conflicto entre los que viven del turismo y los que tienen otros trabajos. Como por ejemplo en Barcelona, donde muchos residentes ahora se manifiestan contra el turismo masivo. Venecia se convertirá en un pueblo fantasma, como el pueblo de Monte Saint-Michel, la urbe medieval de Normandía, repleta de miles de visitantes que van a ver la famosa marea de alta velocidad. Por la noche, 42 personas duermen allí…
Lo extraordinario es la velocidad del fenómeno desde 1950, cuando el número total de turistas era de 25 millones, dos tercios en Europa con el 29.76% de los turistas, África un mero 1.98% y Medio Oriente 0.79%, como Asia y el Pacífico. 66 años después, el número de turistas alcanzó 1,200 millones, Europa bajó al 50%, las Américas al 16.55%, África está en 4.52%, mientras que Medio Oriente está en 4.7%. Y Asia Pacífico ahora llega al 24.2%.
Lo que más impresiona es ver lo que sucederá en 2030, para cual ya tenemos los datos de la Organización Mundial del Turismo (OMT) de las Naciones Unidas. En poco tiempo ascenderemos a 1.8 mil millones: 5 millones de turistas cada día. Europa vuelve a bajar al 41%, las Américas bajan al 14%, Asia sube al 30%, África al 7% y Medio Oriente al 8%. Un mundo totalmente invertido con respecto a 1950…
El turismo ya es hoy el mayor empleador del mundo: una persona de cada 11. China ha superado a los Estados Unidos como la mayor nacionalidad. En 2016, los chinos han gastado 261 mil millones de dólares, y gastarán 429 mil millones en 2020. La OMT subraya que en 2025 China tendrá 92,6 millones de familias con un ingreso entre 20,000 y 30,000 dólares por año; 63 millones con un ingreso entre 35,000 y 70,000 dólares por año; y 21.3 millones con un ingreso entre 70,000 y 130,000 dólares. Se espera que una gran parte de ellos viaje y gaste dinero… ¿Cuántas personas hablan chino y saben algo sobre su idiosincrasia?
Sin embargo, cualquier otra consideración aparte del dinero está totalmente ausente en este debate. Por ahora, una gran parte de los trabajos es solo temporario estacional y mal remunerado. La mayor parte del dinero no se queda en el lugar donde se gasta, sino que se reintegra a las grandes empresas y en alimentos importados para los hábitos del turista. Se calcula que en el Caribe, un 70% retorna a EE.UU. y Canadá.
La cultura y las tradiciones cambian a medida que llegan los forasteros. La cultura y las tradiciones locales se convierten en un espectáculo para los extranjeros y pierden sus raíces. Los hoteles están construidos solo para el turismo, en los lugares más bellos, con la naturaleza y hábitats degradados. Los precios aumentan en las tiendas locales, porque los turistas a menudo son más ricos que la población local.
Basta ir a una localidad que está fuera de los circuitos del turista para ver la diferencia. De hecho, ahora hay una creciente búsqueda de lugares “intactos”, diferentes de los “lugares turísticos”. Un restaurante turístico se ha convertido en sinónimo de mala comida y precios altos. Y un lugar turístico es aquel que ha perdido su identidad para adaptarse a las demandas del turista.
La proliferación de McDonald’s, Pizza Hut y otras fast food (comidas rápidas), a menudo en las partes más bellas de las ciudades, empujó a Carlo Petrini a Bra, un antiguo pueblo piamontés con tradición gastronómica, donde inició un movimiento llamado Slow Food (comida lenta), que defiende la frescura del producto, que debe ser local, preservar las cocinas originales y tradicionales y defender los artículos locales de la homogeneización en curso. Ahora cuenta con más de 100,000 miembros en 150 países, que defienden la identidad contra la globalización.
Florencia también puede ser un buen ejemplo de cómo el turismo arranca la identidad y la tradición local. Desde el Renacimiento fue un lugar de arte y cultura. Era una visita obligada para los turistas cultos y los antepasados de los turistas de hoy: alemanes, británicos y franceses, hasta la Segunda Guerra Mundial. Una ciudad elegante, de anticuarios, tiendas de arte, artesanías, con la muy reconocida cocina florentina.
Ahora está llena de tiendas de turistas, tiendas de jeans, de artesanías baratas y homogenizadas, una gran cantidad de pizzerías y restaurantes turísticos.
El conserje del clásico Hotel Baglioni, cuando le preguntaron sobre la decadencia de la ciudad, tuvo una respuesta simple: “Señor, somos una ciudad de mercaderes. Inventamos las letras de cambio, los bancos y el comercio internacional. Aquí venían personas que buscaban arte y antigüedades. Hoy estamos inundados de personas que quieren comprar blue jeans y cosas baratas. Proporcionamos lo que la gente quiere”.
También para los que viven en Roma, la célebre calle vía del Corso ha sufrido la misma transformación.
Da miedo pensar lo que sucederá en el no tan lejano 2020, cuando 100 millones de chinos viajarán por todo el mundo, con Europa como destino principal. Quien reciba un visitante chino, o de una cultura diferente, sabe lo difícil que es para él entender lo que ve. Entre los principales edificios artísticos europeos están las iglesias, las que para una religión totalmente diferente son lugares extraños. No tiene sentido para un chino distinguir lo que es románico o barroco, ya que no tiene ningún equivalente en casa. Actualmente el recorrido turístico clásico es de aproximadamente una semana, en el que ven al menos 5 ciudades.
Esto equivale a que un europeo visite los templos en el Tíbet sin haber estudiado el budismo tibetano, que es muy diferente de otras ramas del budismo. O bien que visite los templos egipcios sin ningún conocimiento al menos de la cosmología egipcia, los reinados de la muerte y el Panteón de los Dioses. Lo que recordará es el tamaño de las pirámides, el olor del incienso en los templos budistas y otra mera impresión estética. Eso no tiene nada que ver con la cultura y el arte.
Al hablar sobre los impactos negativos del turismo, se abre inevitablemente la cuestión del clasismo. Cuanto más culto se es, más se puede obtener de los viajes. ¿Significa eso que solo las personas cultas deberían viajar?
Hasta la Segunda Guerra Mundial, ser culto también significaba ser opulento. Hoy en día los dos conceptos se han dividido, puede ser que para siempre. El turismo no es una forma de enriquecer y educar, por lo que por el contrario, ¿debería ser una herramienta importante para los menos instruidos?
No creo que exista una respuesta fácil a este problema. Lo que sé es que sólo una pequeña minoría de aquellos que visitan la Capilla Sixtina en el Vaticano, el Palacio Potala en Lhasa o el Valle de los Reyes en Egipto llevan un libro en sus manos, que han comprado para prepararse.
Dependen de sus guías turísticos, que confiesan que ni siquiera intentan enseñarles, sino tan sólo exponer lo que los turistas pueden entender. Eso significa que al visitar la Capilla Sixtina es muy difícil moverse, mientras los vigilantes intentan desplazar a la gente para hacer avanzar la fila de turistas. Entre esa multitud, hay algunas personas que pueden distinguir la diferencia entre Michelangelo y Matisse, los que sin duda sacarían provecho de un poco más de tiempo, mientras que esto es irrelevante para los demás.
Está claro que no se debe permitir que 1,800 millones de personas deambulen en el mundo sin introducir algunas regulaciones globales sobre cómo limitar los aspectos negativos del turismo y relacionarlo no sólo con el dinero, sino con la educación, la cultura y el desarrollo personal.
Entrar en contacto con diferentes culturas, civilizaciones, alimentos, hábitos y realidades debe ser una ocasión que no debe limitarse sólo al dinero. Una paradoja es que estamos rechazando a los inmigrantes, debido a las diferencias culturales, pero aceptamos gustosamente a las mismas personas, si vienen como turistas y no como refugiados.
Y la otra paradoja son los dos mundos paralelos que coexisten: uno, el real, sobre la pobreza y la violencia que leemos en los periódicos, y el otro del mismo lugar, que existe sólo para turistas, sobre las hermosas playas, la maravillosa naturaleza y los fantásticos hoteles.

mercoledì 10 gennaio 2018

BLADE RUNNER 2049 (Denis Villeneuve, 2017), di Pino Bertelli

Non è facile distruggere un idolo: richiede lo stesso tempo che occorre
promuoverlo e adorarlo. Giacché non basta annientare il suo
simbolo materiale, il che è semplice: si devono anche
annientare le sue radici nell’anima.
(E.M. Cioran)

Merda! Porcaccia della madonna! Canaccio d’un dio infame!… mi facevano male gli stivali texani (però spagnoli) nuovi e così ho pensato di andare al cinema… visto che sono portato a ridere di tutto il cinema gravido di effetti speciali e per niente interessato al cinema d’istupidimento incensato dalla macchina/cinema hollywoodiana, celebrato da tutti i cortigiani del mercato televisivo planetario, che è nelle mani di banchieri, trafficanti d’armi e politici… mi sono seduto davanti allo schermo dove passava Blade Runner 2049 di Denis Villeneuve (santificato da Ridley Scott come suo erede) e sono rimasto per 152 minuti fra lo sconcerto di tanta stupidità e la voglia di passare alla distruzione del film! Così, tanto per aiutare i ragazzi a non credere e rigettare la simbologia cretina (autoritaria o, se vogliamo, qualunquista, financo fascista) sulla quale si poggia l’ultimo Blade Runner. E poi gli occhialetti del 3D… una cosa da deficienti per vedere in visione stereoscopica l’insincerità dell’arte contrabbandata col ghigno della scienza e dell’assoluto.
Va detto. Quando nel 1982 sono andato a vedere Blade Runner di Ridley Scott, a fatica sono arrivato in fondo al film… dopo dieci minuti avevo già i coglioni pieni di noia del cacciatore di replicanti, delle colonie spaziali, dei modelli Nexus-6 e dell’amore come soluzione finale… mi sembrava di assistere a una sorta di assemblaggio pubblicitario - anche fatto bene - dove i volti avvizziti degli attori s’addossavano a un’evidente adulazione pubblica… naturalmente sempre sovvenzionata da pletore di velinari di professione… a Hollywood, come dappertutto, ciò che conta sono gli incassi dell’ultimo film, magari un qualche Oscar preconfezionato o la demenza meravigliata dei tappeti rossi di tutti i festival della terra… il cinema è un’altra storia.
Con Blade Runner 2049, Scott ci riprova… del resto basta vedere la saga di Star Wars (e i suoi emuli) per comprendere che ogni culto è un tradimento dello spirito e l’entusiasmo è il sagrato repellente dell’imbecillità… tra la fabbrica delle illusioni e il cinema l’incompatibilità è totale! La gloria del mercato o il delirio del mito bastano a fare di un film il sublime da cialtroni e quelli che lo osannano i palafrenieri del ridicolo! A guisa di consolazione e al termine di film come Blade Runner 2049, non resta che rompere l’architettura dell’utilitario e il sospetto che tutto ciò che gronda dallo schermo non è che un grande spot televisivo (videogame dell’incuriosità o serie TV dell’idiozia raffinata) a favore delle forze di polizia che contrastano l’inatteso o la devianza. All’infuori della disobbedienza e del rovesciamento di prospettiva di un mondo rovesciato, tutte le iniziative (e forme di comunicazione) sono senza valore.
© Stephen Vaughan
La trama di Blade Runner 2049 (per non durare troppa inutile fatica, la riprendiamo da Wikipedia):
«Nell’anno 2049 i replicanti si sono integrati nella società, poiché le colture sintetiche si sono rivelate necessarie per la sopravvivenza del genere umano. L'agente K è un replicante di ultima generazione che dà la caccia ai vecchi replicanti Nexus ribelli. Uno di questi, Sapper Morton, vive da solo in una fattoria: K lo rintraccia e lo “ritira”, rinvenendo in seguito una scatola sepolta sotto un albero morto nei pressi dell’abitazione di Sapper. L’oggetto sepolto viene recuperato e aperto: contiene lo scheletro di un replicante Nexus femmina. Gli analisti del Los Angeles Police Department appurano che la replicante è morta a causa di complicazioni durante un taglio cesareo. Il tenente Joshi, capo di K, è sconvolta dal ritrovamento - in quanto non si pensava che i Nexus fossero capaci di riprodursi - e ordina quindi di eliminare qualsiasi prova della scoperta, dando istruzioni di trovare e “ritirare” il figlio replicante, poiché la notizia potrebbe creare un’instabilità nell’ordine tra umani e replicanti.
K, combattuto, si presenta alla sede dell’azienda che produce i replicanti moderni, la Wallace Industries: il personale identifica lo scheletro come quello di Rachael, creata dalla fu Tyrell Corporation e che ebbe una relazione con il cacciatore Rick Deckard, scomparso con lei nel 2019. Il fondatore della società, Niander Wallace, crede che i Nexus in grado di riprodursi possano essere il prossimo passo nella produzione e favorire l’espansione delle colonie extramondo, popolate da soli androidi; ordina quindi a Luv, la sua replicante tirapiedi, di rubare i resti di Rachael dalla stazione di polizia e pedinare K in modo da risalire al figlio replicante. K ritorna alla fattoria di Sapper e nota sull’albero morto un’incisione con la data 6/10/21, che coincide con quella su un cavallino di legno presente in un ricordo impiantato della sua infanzia. K risale alla fabbrica in cui si svolge questo ricordo, ritrovando il giocattolo nel posto dove lo aveva nascosto da bambino e credendo perciò che l’impianto potrebbe essere una vera reminiscenza del suo passato.
Nel controllare le nascite avvenute nel giugno del 2021, K scopre un’anomalia: Rachael ha apparentemente dato alla luce due gemelli che condividono lo stesso DNA - ma con sessi diversi - e solo il maschio è ancora vivo. Di conseguenza K si reca dalla dottoressa Ana Stelline, che lavora come creatrice di ricordi da innestare ai replicanti prodotti dalla Wallace Industries e che, dopo averlo informato che è illegale innestare ai replicanti memorie vere appartenute agli umani, gli conferma piangendo che si tratta di un ricordo reale, inducendolo così a credere di essere lui stesso il figlio della Nexus morta. Dopo aver fallito un test sulla sua natura replicante, K viene sospeso da Joshi, lasciandogli intendere che ha portato a termine la missione (cioè “ritirare” il bambino, vale a dire lui stesso). La stessa Joshi, per compassione, lo lascia andare.
K prosegue l’indagine per proprio conto, facendo analizzare il cavallino di legno: in esso vengono trovate tracce di radiazione che lo conducono alle rovine post-apocalittiche di Las Vegas. Qui K ritrova Deckard, che gli rivela di aver alterato le date di nascita per coprire le loro tracce, venendo poi costretto a lasciare Rachael, per la sua sicurezza, con un gruppo di replicanti rivoluzionari. Nel frattempo Luv uccide Joshi e rintraccia K. Nello scontro seguente Luv distrugge Joi, la compagna virtuale di K - lasciando quest’ultimo in fin di vita - e rapisce Deckard. K viene soccorso dal gruppo rivoluzionario e condotto da Freysa, che lo informa che il vero erede di Rachael e di Deckard è Stelline, in quanto solo lei poteva essere capace di impiantare i propri ricordi nella sua mente. Freysa ordina a K di uccidere Deckard affinché egli non fornisca a Wallace informazioni sul movimento.
© Stephen Vaughan
Deckard viene condotto dinanzi a Wallace, il quale ipotizza che l’amore tra lui e Rachael fosse stato unicamente un esperimento del dottor Tyrell e che i due fossero stati creati l’uno per l’altra allo scopo di verificare se i suoi Nexus fossero capaci di riprodursi. Deckard rifiuta di rispondere alle domande di Wallace o di aiutarlo - anche quando gli viene presentata una copia replicante di Rachael - e perciò Luv lo conduce in una zona extramondo per torturarlo al fine di estorcergli informazioni. K però li raggiunge e attacca il convoglio di Luv con il suo spinner, facendolo precipitare in mare vicino alla muraglia che protegge la città dalle inondazioni. Dopo un violento combattimento K riesce ad uccidere Luv, annegandola, e porta in salvo Deckard, rivelandogli che per proteggerlo lo darà per morto come vittima dello schianto. Deckard viene condotto da K al palazzo di Stelline, dove finalmente si ricongiunge con la figlia, mentre K, rimasto ferito gravemente nello scontro finale, muore sdraiato sulla scalinata della struttura con lo sguardo rivolto al cielo nevoso».
Per dire tutte queste sciocchezze edulcorate, la produzione di Scott allestisce una baracconata da 150 milioni di dollari… con il film si vendono magliette, giocattoli, saponi, modellini di auto, pistole e fucili in grado di solleticare nugoli d’imbecilli col vezzo dell’evento culturale… il marchio è Blade Runner… i fanatici sono lusingati dai fasti dell’ignoranza complice e danno lustro alla barbarie dentro e fuori lo schermo. Un popolo muore quando non ha più la forza d’abbattere gli dèi, i capi di Stato e i macellai che lo tengono a catena… il passaggio a nord-ovest dalla conoscenza alla coscienza è ancora tutto da inventare… ci sono mille rimedi alla miseria, non ce n’è nessuno per la stupidità.
In Blade Runner 2049, l’attorialità di Ryan Gosling, Harrison Ford, Ana de Armas, Sylvia Hoeks, Jared Leto e Robin Wright è davvero mortuaria… si ha l’impressione che nel bel mezzo dell’azione possa apparire lo sponsor di un profumo, l’abbacinazione di una macchina da corsa o abiti futuristi di una sfilata di moda… lo sbadiglio è universale e le rivelazioni, per niente demoniache, sono preghiere alla rovescia dove un dio e un millantatore coesistono sul calvario della farsa… l’educazione alla mediocrità continua. Gosling è davvero qualcosa di raro, non solo al cinema: lo si potrebbe vedere bene dietro il bancone di un bar a versare whisky a signore annoiate o, tutt’al più, ad infilare ghirlande di gelsomini nelle fiere di paese… non gli è di meno Ford… sembra capitato lì, in pigiama, sul set di un altro film, a sfoderare ricordi e tristezze in cumuli di convinzioni incenerite nei luoghi comuni… perfino nei primi piani si ha l’impressione di un naufragio impersonale e ciò che più conta è che sembra incarnare il rifugio della rassegnazione, senza un filo di credibilità.

venerdì 5 gennaio 2018

FEMICIDIOS, HOMICIDIOS: ¡¡¡VIOLENCIA!!!, por Nechi Dorado

© Zaylatan
El tema de la llamada violencia de género que tanto nos afecta, sobre todo a las mujeres que somos las que ponemos la mayor cantidad de víctimas, amerita un debate urgente de la sociedad. La violencia es un tema recurrente, cuyo cordón umbilical está unido al SISTEMA. No reconocerlo en ese centro nos ubica fuera de contexto.
Cuando una mujer mata a su compañero o a la inversa, además está asesinando a otras mujeres, madres, abuelas, hermanas, que quedan partidas para siempre. No es mayor ni menor el sufrimiento de la madre de una mujer asesinada respecto a la de un varón también asesinado, aunque sean menores, los últimos casos, cuantitativamente.
La muerte es muerte, con y sin polleras.
La violencia contra el hombre de parte de sus parejas mujeres no es abordado como un tema social, ya que no afecta a un grupo históricamente discriminado como es el caso de las mujeres.
Hay otra concepción machista instalada: “el macho se las aguanta”, “el macho se agarra a trompadas si algo le molesta”. Esquema patriarcal repetitivo, nocivo, contaminante, que provocará que un hombre agredido por su compañera jamás denuncie el hecho, no sea cosa de que luego lo llamen “maricón”. Además, convengamos que no sobran los lugares donde denunciar sin padecer tremendas burlas: detalle no menor.
De todos modos el tema da para mucho, pero teniendo en claro que mientras no intentemos cambiar todo, NO CAMBIARA NADA. Seguirán los femicidios y seguirán los muertos, tengan pene o vagina y más allá de la proporcionalidad de las cifras.
Estos días, en Argentina, una joven de 19 años, Nahir Galarza, asesinó a su pareja, otro joven de 21 años, Fernando Pastorizzo, y cometió el crimen con el arma reglamentaria de su padre, policía.
La joven, luego de cometer el acto y según su propio relato, se fue a dormir, y al día siguiente dejó un mensaje amoroso en Instagram: “Cinco años juntos, peleando, yendo y viniendo pero siempre con el mismo amor. Te amo para siempre, mi ángel”, posteó el viernes por la mañana.
(Ese “mi ángel” me hace ruidito, casi como un mensaje del inconsciente de la jovencita: los ángeles no están en la tierra…)
Esta chica que asestó dos disparos mortales en el pecho del muchacho demuestra a la parte de la sociedad que anda sin vendas en los ojos que ya estaba muerta mucho antes de cometer ese espanto. Tiempo atrás había fingido su “propio secuestro”.
A esta joven la mató el sistema, la mató el silencio social, la irresponsabilidad de su familia que no supo visualizar la conducta extraña de su hija, según descripción de gente allegada a su círculo.
Vemos también los horrores que cometen miembros de los aparatos de seguridad del Estado, y en la familia se centran los principales valores que han de ser los que nos formen.
No tengo base para diagnosticar estados patológicos, pero lo que se ve a las claras a partir de relatos que leímos o escuchamos estos días es la perversidad de la chica, ya que en ningún momento demostró tener registro del dolor, y eso es una patología grave, hasta lo que sé.
Según el abogado defensor, Víctor Rebossio, no existen rastros de pólvora en sus manos, afirmando que no fue ella la que disparó, aunque no dejó de hacer notar que la joven “estaba mal y enajenada” en el momento del hecho. Agregando: “Ella dijo ‘fui yo’, pero las pruebas de parafina determinaron que ella no disparó, me debo inclinar ante la prueba, no ante la versión”. “Era una pareja enfermiza”, es lo que se dejaron como relato algunos entrevistados. “Hay gente que escuchó cómo se pegaban y hay testimonios de que era una pareja enfermiza”, señala el letrado.
Me atrevo a pensar que estamos frente a un crimen del que se desconocerán culpables, total en unos días ya ni nos acordaremos más. Y en las consabidas preguntas que solemos hacernos cuándo suceden cosas en momentos puntuales de un país, a quién beneficia; a quién perjudica, sólo se me ocurre pensar que el arma homicida, disparada por algún/a homicida, era la reglamentaria de una fuerza de seguridad, y ya sabemos cómo actúan.
Lo concreto –que nadie puede desconocer– es que quedó el saldo de una madre llorando lo que ya no podrá recuperar.
Y el de otra vida que se fue por dos agujeros en esta absurda carrera del vale todo, o todo contra todo.
Y hay un sistema ciego, sordo, mudo, que entronizó la violencia haciendo añicos lo que podría quedar de esa utopía llamada justicia tras la cual corremos muchos.
Y en semejante carrera alocada hay víctimas, muchas más de las que podemos admitir en un país que pretende ser civilizado, donde todos los días se mata a alguien así nomás, como si nada.
Y hay un Estado genuflexo ante un sistema perverso que por consecuencia abandona a la población, sin cumplir el rol contenedor que le corresponde como estado civilizado.
Seguiremos llorando, seguirán las relaciones tóxicas, seguiremos asesinando valores, sobre todo porque estos últimos no se compran ni cotizan en bolsa. Y seguirá girando la rueda de nuestro propio destino impuesto tal como lo planificaron.

lunedì 1 gennaio 2018

PERÚ: RETORNO A LA CÁRCEL DE FUJIMORI, por Hugo Blanco

El ex presidente de Perú Alberto Fujimori en 2016 © Martin Mejia
Aprovechando la nochebuena, el presidente peruano Pedro Pablo Kuczynski (PPK) liberó al ex dictador Alberto Fujimori, encarcelado por asesinato múltiple.
La nochebuena es denominada “Noche de Paz, noche de Amor”, y el regalo navideño de PPK al pueblo peruano fue liberar al símbolo de la guerra contra nuestro pueblo y del odio contra él.
A partir de ese momento, en el Cusco –donde yo estuve–, en Lima y en otras ciudades, la gente salió a las calles abandonando la cena navideña.
En Lima, la capital, la manifestación pretendió ir al Palacio de Gobierno; ante el rechazo de la policía, se dirigió a la residencia del presidente. Los videos muestran a los manifestantes empujando los escudos policiales.
El día de Navidad el Cusco volvió a salir a las calles y se convocó a una reunión en el local de la Federación Departamental de Trabajadores del Cusco para el día siguiente. En la reunión se nombró un cuerpo directivo para la continuación de la lucha por el retorno de Fujimori a la cárcel; se prepara un paro regional y se luchará por un paro nacional.
Hubo manifestaciones de protesta en varias ciudades.
La ex ministra de Justicia Marisol Pérez Tello dijo que al ex presidente peruano no le correspondería un indulto común, ya que fue condenado por crímenes considerados de lesa humanidad.
Por lo tanto el presidente nombró un nuevo ministro, Enrique Mendoza, para que liberara a Fujimori: éste cambió la Comisión de Gracias Presidenciales.
Nombraron una junta médica donde estaba incluido el médico del reo, que calificó de “grave” la salud de Fujimori.
El pueblo peruano opina que ésta es una traición, pues precisamente PPK fue elegido para que la hija del dictador no fuera presidente, puesto que liberaría a su padre.
La ley peruana impide dar libertad a un preso cuando hay un proceso en curso: el caso de la matanza en Pativilca, por ejemplo. Por lo tanto es ilegal la liberación de Fujimori.

¿QUÉ SIGNIFICÓ EL FUJIMORISMO?
En 1990 los candidatos fueron Mario Vargas Llosa y Fujimori.
El programa económico de Vargas Llosa era neoliberal: contra eso el Perú votó a Fujimori.
Fujimori en el poder practicó la política económica planteada por Vargas Llosa: privatizó las empresas públicas.
La noche del 5 de abril de 1992 Fujimori dio un mensaje a la nación en el que anunciaba la intervención del Congreso de la República, el Poder Judicial, el Ministerio Público.
Mientras el discurso era transmitido por televisión, tropas del Ejército, de la Marina y de la Fuerza Aérea llegaron al Congreso de la República, el Poder Judicial y el Ministerio Público, entre otras instituciones, para tener el control completo de ellas. También fue intervenida la sede de la Confederación General de Trabajadores del Perú (CGTP) y otros sindicatos.
Los hechos ocurridos inmediatamente después del mensaje a la nación sólo fueron difundidos por medios internacionales. Miembros de las Fuerzas Armadas ingresaron a canales y emisoras de radio, y obligaron a seguir con la transmisión normal, sin informar sobre lo que ocurría en las instituciones estatales y en la calles. El gobierno decretó un toque de queda y comenzó una serie de detenciones a empresarios y políticos.
Puso el Poder Judicial y el Ministerio Público (fiscales) a su servicio.
Con el dinero de todos los peruanos impulsó la “prensa chicha” a su servicio.
Educó a sus hijos en costosas universidades de EE.UU. con el dinero del pueblo peruano.
Sus familiares robaron dinero enviado de Japón para gente pobre. Su esposa, Susana Iguchi, denunció esto. Por esa causa hizo apresar y torturar a su esposa. Su hija Keiko aceptó ser nombrada “primera dama” en lugar de su madre apresada y torturada.
Obligó a esterilizar forzadamente a mujeres indígenas para exterminar nuestra raza.
Cambió la Constitución para ser reelecto.
Compró políticos, como se vio en un video de su principal asesor.
Organizó grupos de asesinos mercenarios como el Grupo Colina, que masacró a estudiantes y un profesor de la Universidad La Cantuta.
También el Grupo Colina masacró en Barrios Altos.
El caso Pativilca, arriba mencionado, fue así: los integrantes de Colina llegaron y secuestraron a John Calderón Ríos (18), Toribio Ortiz Aponte (25), Felandro Castillo Manrique (38), Pedro Agüero Rivera (35), Ernesto Arias Velásquez (17) y César Rodríguez Esquivel (29).
Luego de reducirlos, los torturaron con quemaduras de soplete en diversas partes de sus cuerpos, incluido el ano; y además les propinaron patadas. Después de esto, los mataron con sendos disparos de bala en la cabeza y lanzaron sus cuerpos en un cañaveral.

DECLINACIÓN
Apareció un video que mostró a su asesor Vladimiro Montesinos (ahora preso) comprando a un político opositor.
Fujimori anunció que habría elecciones y que él no postularía.
Luego viajó a la reunión del Foro de Cooperación Económica Asia-Pacífico (APEC) realizada en Brunéi; desde ahí renunció a la presidencia por fax. Luego viajó a Japón, como también es ciudadano japonés por ser hijo de japoneses: ese país no lo enviaría al Perú.
Cercanas las elecciones en el Perú en 2006, viajó a Chile, pues sus partidarios le dijeron que el apoyo de la población peruana era grande.
Al pedido de extradición de Perú por los crímenes de su gobierno, Chile lo extraditó.
Fue encarcelado por las masacres de La Cantuta y Barrios Altos.

EL INDULTO
Es un indulto político. Cuando el Congreso votó la vacancia de PPK, Fujimori telefoneó a sus partidarios para que votaran en contra. En recompensa a eso, PPK lo indultó.
Es ilegal, pues ahora existe la aceptación de extradición por otros delitos: la resolución de la Corte Suprema de Chile, que aprobó por unanimidad la ampliación de la extradición de Fujimori, habilita al Poder Judicial de Perú a seguir un proceso por el llamado caso Pativilca.
La ley peruana impide dar libertad a un preso cuando hay un proceso en curso. Por lo tanto es ilegal la liberación de Fujimori.

domenica 31 dicembre 2017

NEW YEAR … LET US UNITE AGAINST THE NEW OBSCURANTISM!, by Michele Zizzari

IN DUE LINGUE (Inglese, Italiano)
IN TWO LANGUAGES (English, Italian)

What can we say about the fact that we live in such an inhuman world … where even the most superfluous of personal whims, the smallest interest or private profit is enough to make us completely ignore others or consider them (especially if poor, or for some other reason) only with annoyance and disdain?
A narrow, widespread, often gratuitous, induced, unmotivated egoism … that we even try to justify invoking a banal and misunderstood sense of peaceful life … which then translates into an even less noble let’s mind our own business or who makes us do it?
The same so-called common sense which, at the beginning of 2017, to avoid getting our clothes wet or catching a cold, left a young African refugee to drown after he had plunged into the Grand Canal in thriving Venice, a centre of incomparable commerce, the same canal where luxurious cruise ships dock … almost as if to underline the bloody social contradiction in which we live.
This is indifferent selfishness that increasingly takes away our ability to reason, to observe things critically and at the same time to feel, to experience feelings – fed as it is by a set of negative and reactionary forces that have given and give life to a new obscurantism that risks blinding consciences – to the point of making us no longer see reality, the truth that manifests itself as gigantic to our eyes. While we turn a blind eye to the bigger picture, we bend over backwards to point to and deplore the smallest of faults in others.
We live a reality where economic and social policies, governments, international agreements, criminal pacts, religious beliefs, business and resources of all kinds, control and power systems, means of mass communication, manipulation of information and consensus, wars and conflicts, police forces and armies are downright promoted, activated and enacted (knowingly, with cynicism and unimaginable cruelty) … nothing less than denying bread to the hungry, water to the thirsty, aid to those in danger of death, a hand to those in difficulty, a family or a community to the orphans of all, care for the sick, a home to the homeless, land to the landless, word to the wordless, dignity and life itself … Misery of wealth!
Not to mention all the undeniable liberties and rights, sacrosanct by birth – I would say are natural – which are denied in every corner of this tormented planet.
Just as well that we wanted to insert the common “Christian matrix” of European peoples into the European Constitution (if it is true, of course)! Who knows what Christian principles certain Christians are blathering about! I am an atheist, but you do not need to be, feel or proclaim yourself Christian to know that Jesus Christ would have thrown all the shop windows and stalls in Como’s markets to the wind!
The example of Como’s mayor denying a meal to the homeless in order not to disturb the Christmas shopping of the wealthy is just an infinitesimal pustule that surfaces to the skin of a system (social, political, cultural and economic, local and global, public and private) that has nothing more to say, promise or reveal other than human and environmental catastrophe.
A System that is slave to a logic and unbearable values that can no longer be accepted, without abdicating as humans from Humanity.
So, on the occasion of this new year, I just want to wish that everyone is able to remember who and what we are … to remind ourselves that we are children, co-inhabitants (together with other forms of life) and citizens of a single Community (the Human one), one Earth, one Sea and one Sky.
And that any each of us endowed with a minimum of awareness can no longer remain indifferent, to observe the systematic havoc of Humanity and Our Common Home without doing anything.
May not a day go by without trying to concretely construct Utopia (each with their genius and their heart, with their abilities and their imagination) … may there be no thought or project that does not take account of others … may no opportunity be lost for denouncing and fighting abuse, inequality, injustice, prejudice and racism wherever they occur. This is the wish I have for 2018.
I wish this for myself, for all people (companions, friends, relatives, acquaintances, colleagues of all kinds, people encountered along the difficult journey of life, of work and change, of ideals and feelings) with whom I shared even just one moment or idea, and ideally I wish it for everyone: let us try to transform our thoughts, our gestures, our words, our choices, our deeds, our commitment, our work into revolutionary actions and relationships! A harbinger of change … simply to reaffirm our humanity, to move towards a better world, to be able to look at ourselves in the mirror again … without spitting shame on ourselves!
May a renewed feeling of brotherhood and commonality unite us against this new obscurantism! May the joy of life invade our minds and our hearts!
I wish everyone all the good possible, and – why not – let us go back to thinking big, even in what seems impossible! Happy New Year!

ANNO NUOVO… UNIAMOCI CONTRO IL NUOVO OSCURANTISMO!, di Michele Zizzari

IN DUE LINGUE (Italiano, Inglese)

Carissime, carissimi…

Cosa si può dire di fronte al fatto che viviamo in un mondo ormai così disumano… dove anche il più superfluo dei capricci personali, il più piccolo interesse o tornaconto privato è sufficiente a farci ignorare completamente gli altri o a considerarli (soprattutto se poveri, o per qualche ragione diversi) solo con fastidio e con disprezzo…
Un egoismo gretto, diffuso, spesso gratuito, indotto, immotivato… che proviamo pure a giustificare invocando un banale e frainteso senso del quieto vivere… che poi si traduce nell’ancor meno nobile facciamoci gli affari nostri o nel chi ce lo fa fare
Lo stesso senso cosiddetto comune che all’inizio di questo 2017, per evitare di bagnarsi i vestiti o di beccarsi un raffreddore, lascia annegare Pateh, un giovane migrante che per protesta s’era tuffato nel Canal Grande della fiorente Venezia, centro d’impareggiabile commercio, lo stesso canale dove attraccano lussuose navi da crociera… quasi a sottolineare la sanguinante contraddizione sociale nella quale viviamo…
Un egoismo indifferente che sempre più ci toglie la capacità di ragionare, di osservare le cose criticamente e allo stesso tempo di sentire, di provare sentimenti… alimentato com’è da un insieme di forze negative e reazionarie che hanno dato e danno linfa a un nuovo oscurantismo, che rischia di accecare le coscienze… fino al punto di non farci più vedere la realtà, la verità che si palesa gigantesca ai nostri occhi… E mentre ignoriamo la trave che li attraversa, ci facciamo in quattro per indicare e deplorare la pagliuzza in quelli degli altri…
Una realtà dove vengono addirittura promosse, attivate e agite (scientemente, e con cinismo e crudeltà inimmaginabili) politiche economiche e sociali, governi, accordi internazionali, patti criminali, fedi religiose, affari e risorse d’ogni genere, apparati di controllo e di potere, mezzi di comunicazioni di massa, manipolazione delle informazioni e del consenso, guerre e conflitti, forze dell’ordine ed eserciti… nientemeno che per negare il pane agli affamati, l’acqua agli assetati, il soccorso a chi è in pericolo di morte, una mano a chi è in difficoltà, una famiglia o una comunità agli orfani di tutto, la cura agli ammalati, una casa ai senza casa, la terra ai senza terra, la parola ai senza parola, la dignità e la vita stessa… Miseria della ricchezza!
Per non parlare di tutte le libertà e i diritti innegabili, sacrosanti per nascita, direi naturali, negati in ogni angolo di questo martoriato Pianeta…
E meno male che si voleva inserire nella Costituzione Europea (ammesso che sia vero, naturalmente) la comune “matrice cristiana” dei popoli europei! Chi sa di quali princìpi cristiani vanno blaterando certi cristiani! Chi mi conosce sa che sono ateo. Ma non serve essere, sentirsi o proclamarsi cristiani per sapere che Gesù Cristo avrebbe buttato all’aria tutte le vetrine dei negozi e tutte le bancarelle dei mercatini di Como!
Quella del sindaco di Como che nega il pasto ai senzatetto per non disturbare lo shopping natalizio degli agiati è solo una pustola infinitesimale che affiora alla pelle di un Sistema (sociale, politico, culturale ed economico; locale e globale; pubblico e privato) che non ha più nulla da dire, da promettere o da rivelare, se non la catastrofe umana e ambientale.
Un Sistema schiavo di una logica e di valori ormai insopportabili che non possono più essere accettati, senza abdicare come umani dall’Umanità…
Quindi, in occasione di questo fine anno e del nuovo anno, voglio solo augurarmi e augurare a tutti di riuscire a ricordarci chi e cosa siamo: uomini o caporali?, si chiedeva Totò. Di ricordarci che siamo figli, co-abitanti (insieme ad altre forme di vita) e cittadini di una sola Comunità (quella Umana), di una sola Terra, di un solo Mare e di un solo Cielo…
E che chiunque di noi, dotato di un minimo di consapevolezza, non può più restare indifferente, a osservare inoperoso lo scempio sistematico dell’Umanità e della Nostra Casa Comune.
Che non passi giorno senza provare a costruire concretamente l’Utopia (ognuno col suo genio e il suo cuore, con le sue capacità e la sua fantasia). Che non passi pensiero o progetto che non tenga conto degli altri. Che non si perda occasione per denunciare e lottare il sopruso, la disuguaglianza, l’ingiustizia, il pregiudizio e il razzismo, ovunque si presentino. Questo è l’augurio che faccio per questo fine 2017 e per il 2018.
Questo augurio lo faccio a me, a tutte le persone (compagne e compagni, amiche e amici, parenti, conoscenti, colleghi d’ogni tipo, persone incontrate lungo il faticoso cammino della vita, del lavoro e del cambiamento, degli ideali e dei sentimenti) con le quali ho condiviso anche solo un singolo istante o un’idea, e idealmente lo faccio a tutti: proviamo a trasformare il nostro pensiero, i nostri gesti, le nostre parole, le nostre scelte, i nostri atti, il nostro impegno, il nostro lavoro in azioni e relazioni rivoluzionarie! Foriere di cambiamento… semplicemente per riaffermare la nostra umanità, per muoverci verso un mondo migliore, per poterci nuovamente guardare allo specchio… senza sputarci addosso per la vergogna!
Che un rinnovato sentimento di fratellanza e di comunanza ci unisca contro questo nuovo oscurantismo! Che la gioia del vivere invada le nostri menti e i nostri cuori!
Auguro a tutti tutto il Bene possibile, e perché no? (torniamo a pensare in grande) anche quello che sembra impossibile! Buon fine Anno! Buon 2018!

lunedì 25 dicembre 2017

EL JESÚS QUE CELEBRO…, por Nechi Dorado

La expulsión de los mercaderes del templo, 1600 © El Greco
Siempre me gustó investigar sobre lo que nos cuenta la historia, esa manía de no dejarme llevar por la conveniencia de algunos sectores, sobre todo por los que se abocaron a la tergiversación para llenar de culpas honrando a los culpables. Léase: las religiones.
Suelo reírme cuando me hablan de paz y en realidad quieren decir pax, la del sepulcro, la de la tortura, la de la indolencia. La que te invita a esperar que el pan y la dignidad caigan del cielo. No es esa mi concepción, de ninguna manera.
A Jesús lo veo como fue: echando a latigazos a los mercaderes del templo. Lo encuentro en su verdadera dimensión, que no era precisamente en un período de paz, sino en momentos en que los romanos la imponían a sangre y fuego. Y los pueblos resistían (hoy les dirían “violentos” y “negros de mierda”).
Lo escucho diciendo: “Me ha enviado… a poner en libertad a los oprimidos”, o “Bienaventurados los pobres…”, o “¡ay de vosotros los ricos!, porque ya [en las riquezas] estáis recibiendo todo vuestro consuelo”.
Veo a Jesús en los marginados, en los oprimidos… no en las iglesias repletas de oro y piedras preciosas. Mucho menos crucificado en la pared de la oficina del asesino, del genocida.
Lo veo en los ojos de cada niño con hambre, de cada familia sin trabajo, de cada torturado, de cada encarcelado, de cada rebelde en las calles multiplicando la idea de que todo despojo debe resistirse. En cada cuerpito mutilado por bombas de altísimo poder arrojadas por invasores “humanitarios”.
Veo al Jesús que no ves, porque te transformaron la historia y es mejor esperar el “milagro” que salir a la calle a reclamar lo que te arrebatan los verdaderos violentos, esos que endiosás alejándote de sus enseñanzas reales cada vez que te arrodillás ante los poderes dominantes.
Celebro el nacimiento de un hombre que marcó historia, esa que más de uno no conoce, porque es más fácil ser cordero y mártir que rebelde y combativo.
Al menos así te lo ordenaron. A nosotros, los marxistas, como te dije, nos encanta recorrer la historia y no somos seguidores de la doctrina de la resignación que conlleva, sin ninguna duda, a la indolencia.

domenica 24 dicembre 2017

«CHESUCRISTO» DI DAVID KUNZLE, di don Ferdinando Sudati

Pubblichiamo per i lettori del nostro blog la recensione al volume di David Kunzle Chesucristo. La fusione in immagini e parole tra Guevara e Gesù, pubblicato nel 2016 dalla Massari editore di Bolsena come Quaderno n° 10 della Fondazione Ernesto Che Guevara (formato 17x24, 400 pp., 250 foto a colori, € 26,00). Il libro è stato tradotto dall’inglese e curato da Roberto Massari. [la Redazione]

L’Autore è nato a Birmingham (Inghilterra) nel 1936, si è laureato in storia dell’arte - con specializzazione sui pittori fiamminghi - e ha insegnato presso l’UCLA (University of California, Los Angeles), di cui dal 2010 è professore emerito. Risiede negli Stati Uniti ma è in realtà un cosmopolita, non solo per le ascendenze inglesi e svizzere: ha infatti viaggiato molto per motivi professionali, specie in America latina. Conosce bene anche l’Italia, che ha visitato varie volte; in una di queste, precisamente nel 2011, ebbi il piacere di conoscerlo di persona assieme al suo amico ed editore in Italia, Roberto Massari. Il dott. Kunzle ha al suo attivo oltre un centinaio di articoli e una dozzina di libri, e come si può immaginare (questa stessa opera lo dimostra a sufficienza) è il principale studioso al mondo dell’iconografia di Che Guevara.
Chesucristo è lo strano ma felice titolo che l’Autore ha coniato per il suo libro, a indicare la «fusione», o sovrapposizione e identificazione (come poi esplicita il sottotitolo), tra Gesù Cristo e Che Guevara - a partire dalla precoce e drammatica fine del secondo - dovuta in gran parte alle circostanze in cui il rivoluzionario argentino ha trovato la morte.
Può essere utile per il lettore avere davanti agli occhi l’indice dei capitoli che seguono prefazione e introduzione:

1. Un movimento rivoluzionario violento: Gesù e gli Zeloti
2. La Chiesa ricrocifissa. La Teologia della liberazione
3. Guevara e il Verbo cristiano in un mondo cristiano
4. Il vero rivoluzionario è guidato da grandi sentimenti d’amore
5. La matrice fotografica di Korda
6. Capitoli e versetti. Parallelismi in parole ed eventi dei Vangeli
7. Una simbologia condivisa
8. Miracoli
9. Cristificazione in poesia, teatro e narrativa. La forza divina della natura
10. Il Cristo/Che anglicano: «Mite. Dolce. Come se.»
11. Il Che nei film, nei video e multimediale
12. Il Che morto, in arte: Alborta/Berger, Belkin, Alonso
13. La Passione del Che: cattura, morte e scomparsa
14. L’Uomo nuovo, l’arte e la crescita spirituale

Il libro contiene una cronologia essenziale, una bibliografia, un indice dei nomi e una nota sull’Autore.
Da segnalare, in apertura all’opera, l’introduzione di Roberto Massari, una vera e propria guida interpretativa scritta da uno dei maggiori esperti delle vicissitudini guevariane e autore di diversi libri sull’argomento - nonché presidente della Fondazione internazionale Ernesto Che Guevara, che organizza ogni anno un convegno internazionale i cui atti vanno poi a costituire uno dei Quaderni della Fondazione stessa: una corposa pubblicazione di primario interesse storico-culturale, rivolta non soltanto agli appassionati della materia.
Dalla sua struttura si comprende già che il volume, pur essendo basato sulle immagini, è tutt’altro che un catalogo di una mostra. La parte teorica - di spiegazione e riflessione, contenuta specialmente nei quattro capitoli iniziali - si estende quanto quella grafica. Pur non avendo quest’intento, l’Autore è riuscito a ottenere, mettendo insieme i dati disseminati fra le pagine del libro, una biografia del Che che apre puntuali squarci non solo sulla sua vicenda politica, ma anche sugli affetti e la vita famigliare, e in special modo sulla sua tragica fine.
I primi due capitoli sono decisamente importanti per comprendere l’accostamento tra Gesù e Guevara nel contesto della Teologia della liberazione sorta in America latina, nonché nell’ambito di un aggiornamento della figura storica del Cristo alla luce del suo possibile - ma occultato - coinvolgimento «politico» nella lotta al dominio romano sull’allora Giudea. Il terzo capitolo rimane in tema, proiettando un po’ di luce su un aspetto poco noto ma non secondario nella vita del Che: la presenza di riferimenti religiosi provenienti soprattutto dall’infanzia, così come un basilare rispetto per i credenti con cui veniva a contatto e la non ostentazione del suo personale ateismo.

Il libro di Kunzle, davvero unico nel suo genere, testimonia in particolare il movimento di «cristificazione» cui la figura di Che Guevara è andata incontro - o, meglio, che ha suscitato - consistente nella sua assimilazione al più celebre personaggio del Nazareno, cui fa capo la religione tuttora maggioritaria sulla Terra.
In realtà si tratta di un fenomeno noto nel cristianesimo, una fede (e pure una scelta di vita) che spinge spontaneamente i propri aderenti alla Imitatio Christi. Gesù è stato sempre visto come un modello inarrivabile, ma in qualche modo imitabile: seguirlo è da sempre l’ideale del cristiano, ed è ciò che a partire dai martiri dei primi secoli ha prodotto i «santi». Questa tendenza risale alle origini del cristianesimo, essendo già presente nelle sacre scritture che siamo soliti chiamare «Nuovo Testamento» - specie in Paolo di Tarso, che affermava: «…non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gal 2,20); «Fatevi miei imitatori, come io lo sono di Cristo» (1Cor 11,1). Camminare sulle orme di Cristo - spesso riproducendo molto da vicino la sua morte - quel dare la vita per la sua stessa causa, per il suo ideale altruistico, è qualcosa che accompagna diacronicamente la storia del cristianesimo.
Più raramente la cristificazione è stata riconosciuta - non da parte della Chiesa istituzione, ovviamente - a personaggi che si sono trovati fuori dell’ortodossia o del corpo ecclesiastico, e qualche volta è stata applicata perfino a figure esplicitamente condannate dalle Chiese (a eretici, per intenderci). Nessuno ha potuto porre un freno alla spinta popolare nel procedere a queste irrituali canonizzazioni: valga per tutte quella di Davide Lazzaretti (1834-1878), mistico e visionario toscano, la cui vita - a suo modo eroica - finita tragicamente gli è valsa la denominazione, coniata dal popolo, di «Cristo dell’Amiata», il monte fra Grosseto e Siena dove svolse la sua attività.
Naturalmente il caso di Guevara è singolare, poiché la sua massiccia cristificazione e «quasi canonizzazione» è dovuta a una più o meno spontanea e convergente iniziativa popolare che prescinde da canoni religiosi o regole ecclesiastiche, mantenendo unicamente l’ispirazione e il collegamento alla figura del Nazareno.
Che Jesus, 1999 © Churches Advertising Network
Va registrato anche un secondo movimento, presente in forma più attenuata nella vicenda post mortem di Guevara: quello della «guevarizzazione» di Gesù, ossia del Cristo che assume i tratti del Che. Si vedano a questo proposito le figg. 10.1 (p. 304) e 10.3 (p. 307), due manifesti inglesi per pubblica affissione del 1999 dovuti a un network di comunicatori cristiani di confessione anglicana. È forse un aspetto non del tutto assente nemmeno nel cattolicesimo, sebbene sia raro incontrarlo a motivo del grande rispetto e della venerazione attribuita al Gesù della fede. Qualcosa del genere è avvenuto fra il Nazareno e un santo di fama ed estimazione mondiali come san Francesco d’Assisi, per cui il primo è stato «rivestito» con i panni del secondo: il discepolo è equiparato al maestro e gli trasmette qualcosa dei suoi tratti. Questa osmosi o intercambio rimane però un fenomeno minore, assolutamente non comparabile a quello dell’assimilazione al Cristo.

lunedì 18 dicembre 2017

A UN ANNO DALLA MORTE DI SERGIO DE SANTIS, IL PIÙ ANTICO STUDIOSO DI CHE GUEVARA IN ITALIA, di Roberto Massari

Col passare del tempo [De Santis, nato a Genova nel 1929, è morto a Roma nel novembre 2016 (n.d.r.)], il vuoto lasciato da Sergio si dimostra incolmabile. Per formare un intellettuale serio, onesto e preparato come lui c’era voluta la storia di un’intera generazione: quella passata dall’antifascismo nazionale all’impegno nella lotta antimperialistica internazionale.
Sergio era uno specialista dell’America latina, e lo era sul serio. I suoi saggi, pubblicati in forma di articoli e libri, furono i primi testi di formazione su quel continente per molti di noi che cominciavamo a interessarcene negli anni ‘60. I suoi primi tre saggi sul Che furono in assoluto le prime opere teoriche che uscirono in Italia sul celebre Comandante, aprendo discussioni e sfatando mitologie.
Voglio citarli per esteso: «Il dibattito sulla gestione socialista a Cuba», in Critica marxista, 5-6/1965; «Guerriglia e rivoluzione nel pensiero di Che Guevara», in Rivista storica del socialismo, 30/1967; «Guevara», in I protagonisti della Storia universale, CEI, Milano 1971.
Ma a differenza di altri validi studiosi dell’epoca, Sergio rimase fedele alle proprie idee originarie. Fallita l’esperienza del Psiup (per chiusura del partito), egli continuò a lavorare in proprio, trovando la possibilità di utilizzare il nuovo sviluppo dei media, ma senza farsi irretire dai tentacoli della società dello spettacolo. E quando decise di aderire alla Fondazione internazionale Che Guevara, mi disse che considerava un onore potersi collegare alle nuove leve di studiosi del Che, lui che temeva che tutto fosse smarrito e sepolto nella crisi ideologica della sinistra. E invece l’onore era per noi.
Nel 10° incontro annuale della Fondazione Guevara, che si tenne a Vallombrosa (FI) nel 2008, Sergio svolse la relazione introduttiva. E a me parve che i suoi ragionamenti fossero in perfetta continuità con quanto aveva scritto 30-40 anni prima. Ne ammirai comunque la lucidità.
Il suo ultimo contributo ai Quaderni della Fondazione Guevara (8/2010) aveva un titolo molto significativo, che è poi tutto un programma: «Sul buono e sul cattivo uso del Che».
La salute non gli ha consentito negli ultimi tempi di partecipare agli incontri annuali, ma ha continuato a interessarsi, finché ha potuto, alle attività della Fondazione. Mi telefonava per informarsi e acquistava le novità della collana Guevara. Mi chiedeva notizie dei membri più anziani del Comitato di redazione internazionale, che per lo più erano stati suoi compagni o avversari di idee nel periodo glorioso seguìto alla Rivoluzione algerina e a quella cubana.
Ha lasciato i suoi libri a una Biblioteca di Roma e questo contribuirà a farlo vivere ancor più nel ricordo dei compagni che lo hanno conosciuto, ma stimolerà anche la curiosità teorica di quei giovani che considerano ancora la cultura come base fondamentale dell’attività politica.
Hasta siempre, Sergio.

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SERGIO DE SANTIS, UN «MAESTRO» DI STORIA E DI GIORNALISMO, di Aldo Garzia

Ho letto per la prima volta i saggi di Sergio De Santis su Ernesto Guevara e l’America latina nel 1972. Erano contenuti nell’enciclopedia I protagonisti della Storia universale e nella serie I protagonisti della rivoluzione: America latina (CEI). Avevo comprato quei volumoni rossi ben rilegati, che conservo ancora nella mia biblioteca, ad una Festa nazionale dell’Unità che si svolgeva a Roma, Ponte Milvio. All’epoca non c’erano molti libri da leggere su quei temi. I saggi di De Santis mi incuriosirono e furono il primo approccio con la storia di Cuba e dell’America latina. In seguito avrei considerato l’autore di quei testi come un «maestro», alla stregua di Saverio Tutino, con cui ho avuto una lunga frequentazione e un proficuo scambio intellettuale. Con De Santis, invece, i contatti sono stati rari e gli ultimi solo grazie alla Fondazione Guevara. Lui viveva infatti appartato dal dibattito politico più immediato e completamente calato nel ruolo di autore e giornalista televisivo, pur non smettendo mai di coltivare le proprie passioni intellettuali di gioventù. Da socialista libertario - i suoi punti di riferimento politici sono stati Lelio Basso e il Psiup - non era possibile racchiuderlo in un ruolo solamente politico. La sua produzione in libri, articoli e saggi è stata ricchissima. Non si è mai risparmiato. E si devono proprio a De Santis le prime analisi critiche su Cuba, Che Guevara e Fidel Castro, sempre collocate nel contesto più ampio della storia peculiare dell’America latina e del Terzo mondo.
Ma lui era soprattutto un giornalista. Dopo la laurea in giurisprudenza si era trasferito a Torino per frequentare l’Istituto post-universitario per lo studio dell'organizzazione aziendale (Ipsoa). Poi, tra il 1956 e il 1958, aveva vissuto in Argentina e Cile, esperienza che avrebbe dovuto costituire l’inizio di una brillante carriera dirigenziale alla Società di Navigazione «Italia». I suoi interessi però erano altri. Nel 1960 è assunto come programmista-regista alla Rai e si trasferisce a Roma. Nel 1962 diventa redattore della sezione esteri dell’allora Telegiornale unico (TG1) ed è inviato in modo permanente per due anni in America latina. Erano i tempi in cui si scopriva Cuba non più come oasi felice per ricchi americani in cerca di allegria: la rivoluzione dei barbudos, con la «crisi dei missili» e la scelta comunista, era diventata un problema. De Santis inizia a raccontare l’esperienza cubana con le sue luci e ombre. In quel periodo vince il premio giornalistico Saint-Vincent per le sei puntate di un lungo servizio dal titolo America latina. Capire un continente. Entra poi a far parte del leggendario programma di inchieste TV7 in qualità di inviato speciale e caposervizio.
Nel 1976 De Santis è nominato capostruttura della Rete 1 della Rai. Pochi anni dopo lascia la Rai e passa alla Rizzoli, dove è responsabile del settore programmi d’acquisto e vicedirettore per il settore cinema-TV. Quando lo scandalo P2 avvolge la Rizzoli non ha un attimo di perplessità, e si licenzia. Per campare in quella fase si acconcia a fare il traduttore dall’inglese, fino a quando ritorna in Rai. Voglio ricordare il suo lavoro a Medicina 33 e La notte della Repubblica, alla cui realizzazione lo chiamò Sergio Zavoli. Ultimi impegni: la trasmissione di Rai 3 Format di Giovanni Minoli e - come consulente - La Grande storia. Non ha mai smesso, tuttavia, di riflettere e scrivere sulle vicende dell’America latina, aiutandoci a capire e interpretare quello che accadeva in quei luoghi.

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

(January 2010)

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad

(Enero de 2010)

* * *

a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo.

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

(Gennaio 2010)

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

(Janvier 2010)

* * *

a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

(Janeiro de 2010)