L'associazione Utopia Rossa lavora e lotta per l'unità dei movimenti rivoluzionari di tutto il mondo in una nuova internazionale: la Quinta. Al suo interno convivono felicemente - con un progetto internazionalista e princìpi di etica politica - persone di provenienza marxista e libertaria, anarcocomunista, situazionista, femminista, trotskista, guevarista, leninista, credente e atea, oltre a liberi pensatori. Non succedeva dai tempi della Prima internazionale.

sabato 21 luglio 2012

I NATIVI D'AMERICA IN FABRIZIO DE ANDRÉ: PRETESTO O ATTENZIONE?, di Marco Ferrando (quello di Genova)

Nel testo Più veritiera della storia Enzo Valls ci regala un’analisi sulla poesia come vivifica rivincita sulla narrazione storica, che condivido. Soprattutto perché credo che la poesia sia più incline e meglio adoperata quando ci consente di "veder l'erba dalla parte delle radici” (come direbbe Lajolo), cioè, vedere la storia con gli occhi dei vinti. E forse è vero. Le liriche più struggenti sono quelle scritte dai vinti per i vinti... o da coloro che sanno guardare con gli occhi dei vinti e che restituiscono spesso anche speranza, ma soprattutto forza e resistenza... a volte riscossa. Oppure in alternativa quando la poesia pone una definizione di un concetto astratto alla portata di tutti, immanentemente e semplicemente tangibile. Su questo scriverò prossimamente, per avvalorare quanto scrive Enzo Valls. Cercherò di dimostrare come cambia la sostanza quando un tema è colto da un preciso punto di vista.

Dove nasce la canzone Fiume Sand Creek e l’intero album?

L'album di Fabrizio De André in questione ha sulla copertina un indiano a cavallo, ma si noti che seppur conosciuto sotto il titolo de "l'indiano" non reca alcun titolo né in copertina né altrove. E' totalmente anonimo. A sottolineare forse parallelismi fin troppo evidenti, forse, tra la vita sotto sequestro e quella dei nativi americani? Quell'album del 1981 è stato scritto a 2 anni dall'esperienza del rapimento di Fabrizio e Dori Ghezzi, sequestrati a mezzanotte del 27 agosto 1979 nella loro tenuta de L’agnata, Tempio Pausania, Sassarese. Luciano del Sette sul sito di TerraNews.it (http://www.terranews.it/news/2009/07/dori-e-fabrizio-storia-di-un-sequestro-e-dell%E2%80%99amore-l%E2%80%99anarchica-sardegna) racconta così, a trent’anni di distanza, quei luoghi: “Sull’altura che guarda i 1.094 metri del Monte Lerno, c’è la piccola chiesa che il Comune di Pattada ha dedicato ai suoi concittadini morti in guerra. Solo la chiesa. E un posto di guardia per le squadre antincendi. Intorno, quasi a perdita d’occhio, un paesaggio di boschi bassi e fitti dove vivono daini e cervi. In basso, l’acqua del lago Lerno e, nascosta nel verde, quella di un piccolo fiume. Mai ci si aspetterebbe questo spettacolo della natura, immenso e misantropo, dopo aver percorso l’asfalto della provinciale che arriva da Ozieri e scorre dentro un paesaggio di vigne, campi, colline, centri abitati fatti di poche case e molti bar, insegne che dirottano verso ristoranti e camping, indicazioni che segnalano spiagge e attrazioni turistiche.

Una guardia forestale racconta: «Ecco, li hanno portati lì, in basso, accanto al fiume [corsivo mio], ma da questo punto non si vede». [..] «Quando è successo, trent’anni fa, quella strada non c’era. Non c’era nessuna strada, e questa la chiamavano la Terra morta. Poi, quasi certamente, li hanno spostati sul monte Lerno, in mezzo ai lecci del canalone proprio di fronte. Dove, nel 1980, è scoppiato un incendio. Un incendio per cancellare le tracce [corsivi miei]».

Il riscatto fu pagato dal padre di Fabrizio, quest’ultimo non nasconde il privilegio, in Hotel Supramonte altra canzone dello stesso album:
Grazie al cielo ho una bocca per bere e non è facile
grazie a te ho una barca da scrivere ho un treno da perdere
e un invito all'Hotel Supramonte dove ho visto la neve
sul tuo corpo così dolce di fame così dolce di sete
passerà anche questa stazione senza far male
passerà questa pioggia sottile come passa il dolore
ma dove dov'è il tuo amore, ma dove è finito il tuo amore.
Letto sotto la lente del rapimento, Fiume Sand Creek rivela due realtà molto affini, sintetizzate dai particolari. 

Si son presi il nostro cuore sotto una coperta scura / sotto una luna morta piccola dormivamo senza paura. Fabrizio e Dori furono prelevati a mezzanotte dalla loro tenuta e portati nel Supramonte. Quando la luna era morta piccola appunto.

Il fiume. “Ecco, li hanno portati lì, in basso, accanto al fiume”, che da il titolo alla canzone è uno dei pochi elementi concreti che accomuna la i luoghi sardi a quelli americani dei nativi.

Il generale di vent'anni occhi turchini e giacca uguale è plausibile che si riferisca alla vicenda Sand Creek, ma ha anche attinenza con uno dei rapitori che faceva il bidello in una scuola. Tutti sappiamo di che colore sono, normalmente le “cappe” dei bidelli, quelle classiche, di una scuola anni ’70: ricordano il turchino e quindi anche quella giacca uguale al colore degli occhi, 

I nostri guerrieri troppo lontani sulla pista del bisonte / e quella musica distante diventò sempre più forte e le lacrime più piccole / le lacrime più grosse / quando l'albero della neve / fiorì di stelle rosse. Il periodo è quello del terrorismo, che impegna lo stato e quindi anche le forze dell’ordine a dirottare altrove il loro lavoro, troppo lontani ancora dalla pista del bisonte, ma anche lontani dal loro ritrovamento, mentre la musica distante si faceva sempre più forte, quella violenta delle azioni armate. Solo tra ottobre e dicembre ’79 due eventi sono sincroni al sequestro: Il 2 ottobre 1979 i brigatisti detenuti all'Asinara annunciano la loro intenzione di smantellare il carcere speciale. Dopo una notte di battaglia, con esplosivo, scontri a fuoco e lotte corpo a corpo, la struttura del carcere viene resa inagibile. Il 24 ottobre 1979, nel carcere speciale di Cuneo, si suicida Francesco Berardi, militante BR denunciato da Guido Rossa. La colonna di Genova verrà dedicata al suo nome: Francesco Berardi “Cesare”. Si conclude a Torino, nel mese di dicembre, l'appello del processone. I detenuti riassumono le loro tesi, già esposte nel documento di luglio, nel Comunicato n. 19. Ecco perché l’albero della neve (si legga l’inverno) fiorì di stelle rosse. Eventi messi a sintetizzare alcune coordinate temporali sui fatti.

I due ostaggi dormirono quasi sempre all’aperto, dapprima con gli occhi bendati e le mani legate. Poi, come dichiarò lo stesso Fabrizio, venne fatta qualche concessione, togliendo loro, anche per lungo tempo, bende e corde. Fu proprio, forse questa circostanza a tracciare il parallelismo con la vicenda americana, che poteva essere assimilata ad un accampamento.

Si noti come in tutti i testi dell’album L’indiano, non ci siano toni sprezzanti verso i sequestratori, per i quali Fabrizio ebbe parole di perdono, persino di compianto: «Noi ne siamo venuti fuori, mentre loro non potranno farlo mai». Ma non perdonò i mandanti, peraltro ancora oggi senza nome.

Un indiano, quindi che voleva riflettere, secondo De André, uno spicchio di quella sardità che continuò a stregarlo e alla quale rimase sempre fortemente legato.

Il tema degli indiani ricorre lungo tutto il filo della lirica di Faber. Un altro testo (Coda di Lupo) ne è l'ennesima prova: anche qui i binari corrono paralleli:

[...] E quando avevo duecento lune e forse qualcuna è di troppo
rubai il primo cavallo e mi fecero uomo cambiai il mio nome in "Coda di lupo" cambiai il mio pony con un cavallo muto
Ed ero già vecchio quando vicino a Roma a Little Big Horn capelli corti generale ci parlò all'università dei fratelli tutte blu che seppellirono le asce ma non fumammo con lui non era venuto in pace.
e a un dio fatti il culo non credere mai.
Come si può vedere anche Coda di lupo, uscita nell’album Rimini del 1978 testimonia come il tema degli indiani (anche quelli metropolitani del movimento del ’77) sia già un interesse presente in De André ed quanto i significati siano intrecciati tra questo tema ed il presente: "Cambiai il mio nome in Coda di Lupo" richiama abbastanza esplicitamente la resistenza e la clandestinità (ovunque essa si sviluppi) e contemporaneamente diviene preciso riferimento alla prassi dei Nativi d'America (o, da noi al movimento del 1977). Mentre "Capelli corti generale ci parlò all'università" è più che esplicito riferimento al famoso discorso di Luciano Lama all'università, cacciato dagli studenti proprio nel 1977. Ci racconta di come la normalizzazione agognata dalla sinistra istituzionale sia imminente perché era il generale “dei fratelli tutte blu che seppellirono le asce” a volere che si abbandonassero le asce, quindi la lotta, finita poi negli ultimi guizzi con gli 80 giorni alla Fiat del 1980. Sembra quasi un commento personale di De André a nome di tutto il movimento quel "ma non fumammo con lui non era venuto in pace". Quale migliore suggello per raccontare una verità, con gli occhi dei protagonisti, vinti, che da li a poco si vide chiaramente concludersi, come voleva il generale?

Grazie ad Enzo Valls per avermi dato lo spunto per queste piccole narrazioni. Anche così si ricostruiscono passioni, emozioni... e verità: Il mio concittadino Faber può essere annoverato tra i migliori poeti del '900 (solo italiano?). Ricordo che Creuza de ma che ha dato il nome ad un album pubblicato nel 1984, fu celebrato da Peter Gabriel come precursore della Worldmusic.

Continua…

(L'autore ci invita a visitare anche questa pagina: http://www.vincenzomollica.rai.it/vinile/deandre/, contenente un'intervista con Fabrizio De André, "concessa dopo cinque anni di lontananza dal pubblico e dopo la drammatica esperienza del rapimento del 1979".)

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giovedì 19 luglio 2012

ESTADO Y REVOLUCIÓN: EL CASO PARAGUAY, por Tito Alvarado

Pudiera iniciar este escrito con la justificación de que hablar de estado y revolución es casi una tarea imposible dada mi situación de no académico, lo cual no aportaría mucho a la comprensión del problema, pudiera decir que me faltan datos, pero eso siempre será una constante, pues nunca tendremos todos los datos o peor aún pudiera escudarme en la ley del menor esfuerzo y dejar a otros que digan lo suyo, sin embargo ninguno de los tres casos me dejaría conforme. Los hechos están, solo falta atreverse a mirarlos de frente y esbozar unas conclusiones. Soy de los que no tienen nada que ganar ni nada que perder, entonces, me atrevo a pensar con cerebro propio.
Lamentable es comprobar que una vez más los poderes han resuelto las cosas contra la voluntad de las mayorías. Antes fue en El Salvador, Bolivia, Guatemala, Nicaragua, República Dominicana, Chile, Panamá, Haítí, Honduras, ahora repiten en Paraguay lo que antes habían hecho con Raúl Alberto Cubas Grau (como bien nos lo recordara Gabriel Impaglione en su artículo http://proyectoculturalsur.net/paraguay-22j-0-el-golpe-de-las-trasnacionales/,  Cubas asume la Presidencia de Paraguay en 1998, es destituido en 1999). La lista de atropellos e imposiciones es larga y las formas variadas, en todos estos casos hubo intentos de que la mayoría asumiera el poder para beneficio de la mayoría, invariablemente en todos estos casos no se logró entender como funciona la dialéctica del poder ni se entendió plenamente lo que es el estado y cual debe ser la misión inmediata de quienes asumen su control, si quieren de verdad cambiar las reglas del juego. En definitiva pudiera decirse que en estos acontecimientos, por variados factores, no se avanzó hacia darle poder al pueblo. Más aún, debemos decir que se ve un claro sello de buena intención (la misma que en el dicho popular pavimenta el camino del infierno) y escasa o nula capacidad para conquistar todo el poder y traspasarlo al pueblo o peor aún, en muchos casos el pueblo simplemente fue adorno y no actor decisivo.
Si de lamentar se trata, es lamentable leer mensajes de solidaridad que se quedan solamente en las palabras o artículos que dan cuenta del problema sin atreverse a proponer soluciones. Es como si nos hubiéramos acostumbrado a mirar sin intervenir en lo que pasa. Se expresa una solidaridad que no logra movilizar a millones de seres humanos o se nos dice donde nos aprieta el zapato. Ya no podemos seguir el camino de la solidaridad superficial ni quedarnos en los análisis sin propuestas de solución.
Hace la nada de 95 años Lenin escribió El Estado y la revolución. 95 años son mucho tiempo para quienes viven acosados por la pobreza, para quienes sufren enfermedades y otras muchas desgracias, es un hermoso tiempo para quien ha tenido la posibilidad de hacer un destino a la medida de las necesidades humanas, es un desperdicio para aquellos que tienen inmensamente más de lo que están en condiciones de gastar, pero en relación al periodo que las ideas requieren para madurar, en relación a lo que toma producir un cambio de paradigma en la realidad social, puede ser poco y es desde este poco que dicho libro tiene hoy plena vigencia.

lunedì 16 luglio 2012

INDIVIDUO, CULTURA, COMUNICAZIONE*, di Roberto Massari

1. «Legenda» dei tre viandanti

È tutt’altro che facile analizzare in una conferenza il tipo di rapporti che esistono o si possono stabilire fra i tre elementi indicati nel titolo. Anche solo sulla reciproca dipendenza di cultura e comunicazione sono stati versati fiumi d’inchiostro e non si finirebbe mai di elencare gli studiosi di sistemi sociali e relative comunicazioni di massa che si sono misurati sul tema. Ma da qualche parte va afferrato il bandolo della matassa.
Noi proveremo a partire da un’immagine allegorica che, come tutte le immagini utilizzate in funzione simbolica ed esplicativa, acquisterà un crescente valore metaforico nel corso dell’esposizione. Con pochi cenni sintetici e con immagini appropriate tenteremo quindi di trasmettere delle sensazioni, evitandoci il ricorso a molte o troppe parole.

Fingiamo per qualche momento di trovarci qui ad Assisi, a luglio dell’anno 992, cioè esattamente mille anni fa. Immaginiamoci in questo stesso poggio, alle pendici del Subasio, mentre su quel viottolo di campagna procedono di buon passo tre individui in abiti d’epoca.
Uno di loro potrebbe essere un commerciante diretto per affari a una qualche fiera agricola; o il membro di una corporazione artigiana; oppure un nobile che non intende rinchiudersi in convento onde non fare il secondogenito in casa per il resto della sua vita e quindi ha deciso di andarsene in giro per il mondo (quello di allora...). Quale che sia dei tre, possiamo considerarlo a tutti gli effetti un individuo con le caratteristiche della sua epoca e, nell’ultima ipotesi, addirittura una persona che vorrebbe sottrarsi ai condizionamenti famigliari o agli obblighi nobiliari vigenti in quei secoli del medioevo italiano. In ogni caso, una persona consapevole della propria individualità e intenzionato a difenderla.
Accanto a lui cammina una figura tipica dei secoli precedenti l’anno Mille: un chierico vagante, uno studioso di arti varie, uno studente non-universitario solo perché le università ancora non hanno preso a funzionare (quella di Bologna ufficialmente comincerà nel 1088, meno di un secolo dopo). Non mancano di certo centri di raccolta e convivenza degli studiosi, soprattutto nei conventi, per lo più dedicati all’approfondimento di temi religiosi visto che la cultura ufficiale, «alta» del tempo, era essenzialmente teologica o comunque subordinata alle direttive molto poco democratiche del clero cattolico-romano e delle sue ramificazioni. Si trattasse delle dispute sulle interpretazioni delle Sacre scritture novellamente tradotte, del moto degli astri o della scala di creazione degli animali, era comunque la cultura egemone dell’epoca. Chiameremo quindi sbrigativamente «studente» questa seconda figura e la considereremo come la più idonea rappresentazione simbolica della cultura media e medievale del tempo.
Il terzo viandante non può essere altro che un menestrello, un giullare, un troubadour, un pioniere della lirica occitana, arrivato in Italia per chissà quale recondita ragione o invitato da chissà chi. Possiamo immaginarlo con la sua ghironda in un sacco, oppure con un liuto o con qualsiasi altro strumento musicale a fiato o a corde pizzicate. L’importante è che si accetti di considerarlo come il più tipico rappresentante della comunicazione dell’epoca. Sappiamo che questa figura viaggia da una corte all’altra, da un principe all’altro - da Aquisgrana a Perugia, da Siviglia a Viterbo, da Canterbury a Parigi - percorrendo spesso e per ragioni più laiche che religiose le stesse strade che conducono i pellegrini provenienti da altri Paesi (i pionieri del turismo europeo) lungo la via Francigena fino alla presunta tomba romana dell’apostolo Pietro o lungo il Cammino di Santiago de Compostela, dove nel secolo precedente era stata scoperta la presunta tomba di Giacomo il Maggiore. Questa figura di artista-musico-poeta-viandante incarna in realtà il «giornalista», se non direttamente il «giornale orale» dell’epoca: è lui che trasferisce le notizie, i nuovi modi di poetare, la musica e la cultura; lo fa da un villaggio all’altro, da una sede nobiliare all’altra, da una curia vescovile all’altra.
Non si pensi però che la rappresentazione di queste tre figure, in marcia congiunta e dirette apparentemente verso un’unica meta, sia una mia invenzione. In realtà sulla loro convergenza nelle realtà storico-sociali dei loro tempi e sul ruolo da esse avuto nella diffusione della cultura «medievale», sappiamo molto, sia grazie alle cronache dei contemporanei, sia grazie all’opera più recente degli studiosi dell’argomento. Ma ne abbiamo anche alcune testimonianze - letterarie e musicali allo stesso tempo - nelle canzoni gogliardiche, di strada o di taverna, conviviali, erotiche, sacromoraleggianti e financo licenziose, che sono note sotto la denominazione di Carmina Burana.
Ebbene i Carmina Burana - sulla cui esecuzione reale esiste tutta una diatriba musicologica, ma che molti di voi avranno apprezzato nella versione musicata da Carl Orff nel 1937 - offrono una rappresentazione unitaria e concentrata delle tre figure sopraccennate. Prodotti in nessun luogo sociale o geografico specifico, anonimi ed estranei alla cultura «alta», ufficiale del tempo, questi Carmina venivano composti, cantati o ascoltati con gran gusto da viandanti, commercianti in trasferta, chierici vaganti, studenti e menestrelli: un concentrato di cultura alta e bassa, di lingue nobili (il latino soprattutto, anche se deformato) o popolari (dall’alto tedesco al volgare italiano); una conoscenza di tradizioni musicali, dal canto gregoriano alla nuova poesia trobadorica, con cognizioni di scrittura neumatica; una sintesi effettiva sul piano artistico-popolare delle correnti spiriturali e di pensiero che potevano essere comuni alle tre figure che abbiamo scelto come esemplificazione allegorica e punto di avvio del nostro discorso.

domenica 15 luglio 2012

INIZIATIVA GUEVARISTA A LOS ANGELES CON ROBERTO MASSARI


Films4Cuban5 presents
 
Special Guest: Roberto Massari
close friend of Che’s first wife Hilda Gadea, writer of many books on Cuba, Latin America, Che Guevara, and miscellaneous related political topics; publisher of books on similar.
Novelist, poet, essayist, artist, and founder of the Italian Che Guevara Foundation which publishes an annual volume of documents, and this year hosts its 14th conference on
Che, in Sardinia. In Los Angeles in quest of backing for a film he has written.
David Kunzle, Professor of Art History, UCLA
 
CHE Guevara
WHERE YOU'D NEVER IMAGINE HIM
  Saturday, July 21, 7 pm
 At the Home of Rachel and Jay
601- 9th Street, Santa Monica, California
one block E of Lincoln, one block N of Montana
Southeast Corner,  Easy Parking  
 
Before Film: Meet at Izzy's Deli, 15th and Wilshire 5:00 PM
Free street parking @ Izzy's Deli , rear lot, computer store lot  on 15th.
After Film: Discussion, end the embargo on CUBA COFFEE, Izzy's brownies.
 
 
RSVP:  RachelJay@earthlink.net    310-780-7363 (first 20)
 
Che Guevara: Where You'd Never Imagine Him (2004) 55 MIN
Assembled by Cuban director Manuel Perez, this documentary creates a complete portrait of famed revolutionary Che Guevara. Using rarely seen archival footage and photographs, the film follows Guevara from his early childhood in Argentina and the famed motorcycle trip recounted in 2004's The Motorcycle Diaries to his 1967 execution in Bolivia. Bonus features include rare earlier short films on Guevara's life and activism.
 
$5 donation
For the Cuban 5 defense
In September 1998, five Cuban men were arrested in Miami by FBI agents. Gerardo Hernandez, Ramón Labañino, Fernando Gonzalez, Antonio Guerrero and René Gonzalez were accused of the crime of conspiracy to commit espionage.  
 RENÉ González Sehwerert, one of Cuba's five anti-terrorist heroes,  released from prison
October 7, 2011  having served in full the brutal and unjust sentence he was given.

Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com

sabato 14 luglio 2012

GIUSEPPE FERRARA: 80 ANNI DI UN UTOPISTA ROSSO NEL CINEMA, di Roberto Massari

Tutto cominciò il 15 luglio del 1932 a Castelfiorentino. Il resto è storia umana (fatta di simpatia, calore e dignità), ma soprattutto è storia del cinema e di cinema italiano... quello grande. Il regista di tanti film «antisistemici» (da Il sasso in bocca a I banchieri di Dio, passando per Panagulis vive e Il caso Moro), l'infaticabile docente di regia, il cinematografaro artigiano-factotum-quasi-rinascimentale si accinge a festeggiare il suo ottantesimo compleanno nella Casa del Cinema a Roma (domenica 15).

Rivendico la mia lunga e fraterna amicizia con lui; non dimentico le divergenze che ci hanno accomunato invece che dividerci; non posso che condividere il suo stato d'animo verso un sistema culturale che mira a schiacciare e soffocare ogni tentativo anticonformista di denunciare il presente per spalancare le porte al futuro; e gli sono grato per la modestia e l'attenzione con cui cominciò a frequentare Utopia rossa, fin dagli inizi, cioè quando più difficile era cogliere la novità del discorso rivoluzionario che stiamo tentando di sviluppare in campo politico, sì, ma anche culturale, artistico, umano.
Beppe, grazie di tutto e auguri per il proseguimento dei tanti lavori che stai realizzando.

Per le compagne e i compagni di Utopia Rossa in Italia e in Europa, in Bolivia, Argentina, Venezuela, Cuba, Messico, Cile e Canada
ti abbraccio
Roberto Massari 

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giovedì 12 luglio 2012

IL VANGELO DI TOMMASO: FORSE È STATO IL PRIMO, MA È FINITO FRA GLI «APOCRIFI», di Pier Francesco Zarcone

Nonostante l’ampio prestigio riscosso nell’antichità, non è stato il Vangelo di Tommaso a entrare nel Canone neotestamentario, bensì quello di Giovanni, pur essendo stato considerato meno importante nei primi tempi del Cristianesimo. Il testo giovanneo entrò nel Canone con qualche difficoltà - sia per la sua difformità dai tre Sinottici, sia per certi elementi suscettibili di essere considerati di tipo gnostico - ma vi entrò. Del Vangelo di Tommaso, prima che venisse ritrovato tra gli antichi libri copti trovati in Egitto a Nag Hammadi nel 1945, si sapeva solo che era stato dichiarato apocrifo per il fatto di presentare (anche’esso) elementi di tipo gnostico.
Due parole d’inquadramento sull’aggettivo “apocrifo” (πόκρυφος). Originariamente voleva dire nascosto, segreto e, se applicato a un testo, significava riservato a iniziati capaci di intenderlo. Di modo che anticamente aveva un carattere del tutto neutro in ordine all’attribuzione del valore. Ma quando nel II secolo si sviluppò il contrasto fra le correnti gnostico-cristiane e quella che si andava costituendo come “Grande Chiesa”, i polemisti di quest’ultima iniziarono ad attribuire alla parola il significato negativo che si è poi perpetuato. Non stupisce quindi che per un fanatico intollerante come Tertulliano (n. 155?) il termine “apocrifo” fosse equivalente a falso, senza mezzi termini[1]; mentre Origene, per esempio, ancora si mantenne su una posizione più equilibrata poiché, pur usandolo col valore di “non-canonico”, sostenne che non tutto il contenuto degli apocrifi era da respingere[2]. Progressivamente, infine, “apocrifo” acquisì la connotazione di inaffidabile, dottrinalmente ambiguo, se non addirittura eterodosso o eretico.

martedì 10 luglio 2012

DIAZ - DON'T CLEAN UP THIS BLOOD (Daniele Vicari, 2012), di Pino Bertelli

a Myriam e Ulisse

che ci guardano calpestare le rose di campo
e chiedono giustizia al crimine di lesa felicità per i ragazzi della terra...

a mia nonna partigiana,
mi ha insegnato che un uomo ha diritto di guardare un altro uomo dall'alto,
soltanto per aiutarlo ad alzarsi...

a Carlo Giuliani,
non laveremo mai questo sangue...


Ouverture in forma di eresia

“Avevo il diritto di viverla, quella felicità. Non me lo avete concesso.
E allora, è stato peggio per me, peggio per voi, peggio per tutti...
Dovrei rimpiangere ciò che ho fatto? Forse. Ma non ho rimorsi.
Rimpianti sì, ma in ogni caso nessun rimorso”.
Jules Bonnot

[in tempi non sospetti Bonnot aveva compreso che rapinare una banca
è un atto criminale quanto fondarla, e più di ogni cosa
che la polizia è il braccio armato di ogni potere
e i suoi crimini restano sempre impuniti!].


I. Il solo poliziotto buono è quello seppellito da una risata!

C’era una volta la polizia che in un paese occidentale si rese colpevole del più grave attentato contro la democrazia (fondata su sessantamila morti della Resistenza) dopo la seconda guerra mondiale... era il 2001, nell’ultimo giorno del G8 a Genova. Un’ondata persone (di ogni ceto sociale) si era riversata nella città Medaglia d’oro della Resistenza per dissentire sulle trame, i disegni, gli imbrogli che otto capi di Stato stavano pianificando a danno dell’intera umanità... il popolo non ci stava e mostrava nelle strade il proprio dissenso... uomini, donne, ragazzi cantavano, ballavano, si stringevano insieme e gridavano contro i responsabili del disastro universale che “un altro mondo è possibile”.
È vero, c’erano anche i dissidenti del “blocco nero”, incappucciati che tiravano sassi, davano fuoco alle auto, spaccavano le vetrate delle banche... tutte cose che, al meglio, emergono dalla furia montante di questo tempo dove la domesticazione della società consumerista/spettacolare marchia il disagio armato/finanziario che la governa... al peggio, contenitori di inclusioni poliziesche mascherate sul versante del dissidio... infatti la solerte polizia italiana, gli uomini dei servizi segreti, i “robocop” dell’ordine pubblico si sono ben guardati di fermare questa minoranza di agitatori e non ne hanno deviato le intemperanze, né li hanno arrestati per violenze ai danni del popolo tutto. C’eravamo, abbiamo visto e fotografato le “giornate di Genova”. Abbiamo preso anche un’immagine di poliziotti euforici in posa sulla carcassa di una macchina bruciata che alzano i fucili al cielo in segno di vittoria. Dove regnano la costrizione, il ricatto e la violenza, gli indignati annunciano (con ogni mezzo necessario) l’arte (in rivolta) di non essere governati, né di governare in questo modo e a questo prezzo.
I corpi di polizia, lo vogliamo ribadire, nella storia dei movimenti che chiedono un futuro migliore e meno feroce per le prossime generazioni... sono come i ratti su cumuli di spazzatura al servizio di istituzioni, partiti, chiese, politici conniventi con il crimine organizzato... i poliziotti (sotto copertura della politica) fanno cantare la libertà sul filo della mannaia, sono mercenari in divisa sempre a difesa del profitto di pochi. “Il manganello rischiara il cervello” dice il poliziotto-medico nel film di Vicari (Diaz, 2012), mentre tortura una ragazza tedesca colpevole soltanto di chiedere il rispetto dei diritti umani. Una sola violenza è una violenza di troppo, perché contiene tutte le barbarie che sono state e quelle che verranno.
Gli otto “grandi” del saccheggio mondiale parlavano a loro nome e dei loro bravacci del “mercato finanziario”, i trecentomila dissidenti erano schierati a fianco di milioni di persone che in ogni parte della terra soffrono guerre, fame, miseria e tutto per permettere a una minoranza di saprofiti di saccheggiare dignità, ricchezza e bellezza di interi paesi. L’uomo nasce libero ma dovunque è in catene... le democrazie dello spettacolo e i regimi comunisti (le religioni monoteiste, gli eserciti, gli indici delle Borse internazionali, i concorsi a premi televisivi, il cane del presidente della repubblica, il canarino un po’ tonto di Monti, la gatta un po’ zoccola della Fornero...) sono dispositivi/strumenti della politica del profitto perseguiti dalle multinazionali, i veri devastatori del pianeta. Solo ciò che è giusto per il bene comune è legittimo. Il dispotismo dei partiti e la menzogna elettorale non lo sono in nessun caso.
Una democrazia partecipata, diretta o consiliare è la sola via da intraprendere perché si realizza nelle volontà sociali del popolo. Le bande mafiose che hanno fatto il covo nei partiti, nei governi, nelle banche... vanno combattute e sconfitte... il popolo deve esprimere il proprio volere nelle scelte dei rappresentanti con pubbliche assemblee e non subire imbecilli imposti dai partiti... solamente il bene comune è il fine da innalzare sopra ogni decisione democratica. “I partiti sono organismi pubblicamente, ufficialmente costituiti in maniera tale da uccidere nelle anime il senso della verità e della giustizia” (Simone Weil) e vanno soppressi.
Il bene comune, la giustizia, la verità non riguardano i partiti... la politica dei partiti acceca, rende servi, complici dell’arroganza, spinge anche le persone oneste all’accanimento più crudele contro gli innocenti... la soppressione dei partiti politici è necessaria, sono il cancro della società, i veri cani da guardia di tutti i poteri... l’economia terroristica del consumo poggia sui loro servigi e i grandi poteri utilizzano questi buffoni infatuati della propria incompetenza per perpetuare gli interessi dei ricchi a discapito di una società di liberi e uguali. I politici vanno esposti al pubblico ludibrio e sepolti nel sudario dei loro misfatti... il debutto della bellezza comincia dove la crudeltà di ogni forma di autoritarismo crolla e ha inizio la vita autentica.

II. Diaz. Non lavate questo sangue

Il cinema italiano vaga attraverso gli schermi/video come una puttana sfiorita in un mondo senza marciapiedi (alla maniera di Cioran, filosofo con la fascinazione per l’ineducazione) e in questo tempo dove anche gli stupidi possono diventare primi ministri, papi, presidenti della repubblica o segretari di partito... l’indignazione può diventare un grimaldello etico/estetico che infrange l’angoscia, la paura e la violenza prodotti dall’ordine costituito sul sistema di disordini che ha contribuito a provocare... politici senza destino, tecnici dell’impoverimento concentrazionario [la ricchezza della banche, dio è con noi! e anche il manganello] sono i precetti di una regale sciatteria nella quale sonnecchiano le vestigia pedagogiche di dittature combattute e sconfitte con insurrezioni popolari... la funzione di educare le masse al silenzio o alla domesticazione collettiva sembra vacillare... l’oppressione mercantile e l’iniquità dei poteri che la sostengono cercano nuovi linciaggi ma le giovani generazioni irrompono nella scena pubblica e danno inizio allo smantellamento delle crudeltà istituzionali.
Il film di Daniele Vicari, Diaz, è un lavoro poco commestibile per i consumatori di illusioni... racconta alcuni episodi avvenuti durante gli scontri del G8 a Genova nel 2001 e mai dimenticati... si tratta dell’irruzione “a mano armata” dei giannizzeri dello Stato nella scuola Diaz e dei metodi di tortura che hanno riservato ai ragazzi de/portati nella caserma di Bolzaneto (in Italia la tortura non è perseguibile, si legge nei titoli di coda). Le opinioni, i contrasti, i dibattiti che il film ha suscitato ci interessano poco... sono tutte schermaglie dialettiche nate e morte all’interno della carta stampata o nei salotti televisivi dove anche il conduttore sembra davvero commuoversi di tanto sangue versato dai ragazzi, donne, vecchi del Social-Forum... così, tanto per fare un po’ presenzialismo all’acqua di rose e alzare la vendita dei giornali e gli indici di ascolto. In vero Diaz tocca le corde profonde della memoria umiliata e offesa della democrazia, mostra, senza gridare, l’ipocrisia di una tragedia costruita nelle alte sfere della politica e per la quale nessuno ha pagato (né poliziotti, né questori o ministri che hanno deciso il massacro).
Il docu-film di Vicari è un rizoma di microstorie che confluiscono nella scuola Diaz e tra le mura della caserma di Bolzaneto... c’è quella del giornalista della “gazzetta di Bologna” (Elio germano), di Alma (Jennifer Ulrich), l’anarchica tedesca che si occupa delle persone disperse e arrestate negli scontri di piazza, di Nick (Fabrizio Rongione), il manager che si interessa di economia solidale, arrivato a Genova per seguire il seminario dell’economista Susan George. Nella Diaz capita anche il pensionato, militante della CGIL (Renato Scarpa), insieme a tanti anziani aveva preso parte ai cortei pacifici del G8 e si trova a passare lì la notte. Ci sono inoltre anarchici (francesi, finlandesi, italiani), il “blocco nero”, il vicequestore aggiunto del primo reparto mobile di Roma (Claudio Santamaria) e centinaia di altri protagonisti che incrociano i loro destini nella notte del 21 luglio 2001.
I fatti sono quelli conosciuti anche dall’ultimo ubriaco che staziona nei cessi del parlamento... poco prima della mezzanotte quattrocento poliziotti irrompono nella Diaz dove ha sede il Genova Social-Forum e danno inizio al pestaggio di quanti si trovano nella scuola (alcuni avvocati, giornalisti, testimoni dell’aggressione dicono che i “poliziotti sembravano drogati”, una pratica usata dai soldati nelle battaglie all’”arma bianca” e mai abbandonata). Si distinguono per ferocia il VII nucleo del reparto mobile di Roma, gli agenti della Digos e i celerini di carriera... i carabinieri circondano l’edificio e lasciano picchiare persone che con le mani alzate gridavano “pace”, “non violenza”, “rispetto dei diritti umani”... in poco meno di dieci minuti (questo è il tempo della storia, nel film la durata è più amplificata) novantatrè persone sono bastonate e arrestate, diverse delle quali finiscono in ospedale e/o nella caserma di Bolzaneto. Qui i “bravi ragazzi” della polizia (la citazione del film di Scorsese sui gangsters newyorchesi, Quei bravi ragazzi, è d’obbligo) continuano il pestaggio, le vessazioni, le torture... alcuni “black bloc“ che si erano nascosti in un bar per tutta la notte escono nella strada e si trovano davanti a un campo di battaglia... una di loro entra nella scuola, vede l’efferata devastazione della polizia, prende un pezzo di cartone, ci scrive sopra — “Non lavate questo sangue” — e lo attacca al vetro di una finestra... di lì a poco arrivano i giornalisti, filmano, fotografano, raccolgono i segni dell’operato della polizia e iniziano a diffondere (non sempre con l’afflato e lo sdegno necessario) i misfatti della Diaz.
Né poliziotti, né questori, né il ministro della giustizia pagheranno mai per questa profanazione della dignità di un popolo, molti di loro saranno premiati con l’avanzamento di grado e il responsabile di questo massacro annunciato sarà elevato a capo dei servizi segreti di questa Italia dell’impostura, della cialtroneria e del manganello facile. Nuove resistenze sociali però stanno avanzando dai bordi della società più umana e, come un tempo mai dimenticato, quando i partigiani contribuirono alla fondazione di una nazione nuova, vanno ad incrinare le ingiustizie della repressione e prima o poi daranno a questi squallidi untori della violenza parassitaria la sorte che meritano.
Diaz è un film sincero, a tratti commovente... Vicari mostra anche che non tutti i poliziotti sono belve (il vicequestore del reparto mobile di Roma), si sofferma sulla piccola storia d’amore tra una ragazza spagnola e un ragazzo del Social-Forum (abbastanza di maniera) e ritaglia la bonarietà operaia del pensionato (un po’ troppo ingenua a dire il vero) che in qualche modo si interseca alla curiosità cronachistica del giornalista di Bologna. Straordinaria è la figura dell’anarchica Alma... le spaccano i denti e la umiliano nella caserma di Bolzaneto ma non perde mai la bellezza della sua non-violenza. La madre di Alma viene in Italia a riprendersi la figlia... si commuove quando la vede uscire dalla caserma insieme ad altri stranieri pestati dalla polizia... le sorride piangendo, Alma si copre con la mano la bocca ferita e sale (in uno splendido rallentamento) sul pullman che la porterà fuori dal suolo italiano, espulsa come indesiderabile.
L’affabulazione filmica di Diaz è particolare... Vicari intreccia frammenti documentali e costruzioni attoriali con sapienza... la cinecamera è veloce, tratteggia gli eventi con cura e i picchiatori della polizia sono sottolineati con estrema veridicità... i ragazzi del “blocco nero” sono visti con il giusto distacco, “compagni che sbagliano”, forse... tuttavia all’interno di un tessuto urbano in devastazione progressiva (quello della globalizzazione neoliberista che produce povertà e disuguaglianze profonde) è difficile arginare rabbia e disobbedienza di ragazzi che non hanno nulla da perdere se non le loro catene.
La sceneggiatura di Vicari e Laura Paolucci è tratta dagli atti dei processi e conferisce al film quell’aura di giustizia sociale propria al grande cinema italiano del Neorealismo fino a quello d’impegno civile degli anni settanta. Il montaggio di Benni Atria è convulso, di notevole bellezza espressiva e lascia leggere il film nella sua drammaticità senza sottolineare troppo gli strappi del racconto. La musica di Theo Teardo si addossa all’accadere con grazia, non è mai spalmata a favore della sequenza d’effetto. La fotografia di Alessandro Bandinelli e Emanuele Gherardo Gossi (in collaborazione con Vicari) è insolita per la retorica filmica italiana... sgranata, segnata da istanze documentarie, restituisce una visione d’insieme di singolare carattere autoriale. Il rallenty della bottiglia che scatena il massacro della Diaz rimanda non poco al Kubrick di Odissea nello spazio e intorno a questa citazione Vicari costruisce l’intero film. I vertici istituzionali prendono a pretesto gli oggetti (bottiglie d’acqua, lattine di birra, scatole di cartone...) che alcuni ragazzi tirano contro le auto della polizia e decidono la mattanza della Diaz in nome della “sicurezza di Stato”.
Diaz è un ritratto compiuto dei “fatti di Genova”... “la vera realtà è sempre irreale” (Kafka, diceva), il vero resta incollato agli occhi dello spettatore più attento, quello che rifiuta l’angheria del predone e il fatalismo del rassegnato... fa domande, non pretende risposte... rimanda al primato della coscienza il diritto di dissentire o di approvare le malversazioni della polizia e dei capi di Stato... i “mangiamerda” in divisa sono intersecati a ecumenici discorsi istituzionali e (con dovizia d’intenti poetici) il film si affranca al coraggio e alla bellezza di pezzi di popolo che non chiedono (a faccia scoperta) vendetta né perdono ma la conquista di una società di liberi e uguali. A guisa di chiusura e per una ballata tutta ancora da cantare (ovunque c’è un manganello che si abbatte su uomo libero): non bisogna prendersela con i vermi per eliminare la sozzura politica nella quale proliferano e li tiene a libro paga per bastonare i dissidi sociali... occorre spazzare via i tribuni, i burocrati, i voltagabbana che incensano la propria mediocrità nelle cloache dei governi e restituire ai popoli la bellezza, la giustizia, l’accoglienza e il diritto di vivere un’esistenza più giusta e più umana. Sia lode ora a uomini di fama.

Piombino, dal vicolo dei gatti in amore, 23 volte aprile 2012

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mercoledì 4 luglio 2012

PARAGUAY: LOS MUERTOS LOS PONE EL PUEBLO, por Yuri Zambrano


EL PLAN 

Diecisiete no es un número mesiánico y menos en Paraguay. El corolario de un extraño altercado propio de la condición humana arroja el deceso de 11 campesinos y seis policías tras un pseudoenfrentamiento entre grupos de poder acaecido el pasado quince de junio en el paraje de Morombí, al nordeste del país: un evento con tintes políticos sin lugar a dudas, que ocasionó la caída del presidente Fernando Lugo.
Las balas de los francotiradores (orquestados por opositores bajo la premisa de tierra  y libertad, la eterna lucha por las tierras) en la matanza sucedida en Curuguaty (departamento de Canindeyú, frontera con Brasil) tiene toda la pintura de un cuadro de Velásquez, donde los que disparan son un senado derechista paraguayo que políticamente corrupto, orquesta una muy común forma de derrocar al representante del poder ejecutivo de un país.  
Pese a que los medios locales hablan de un entrenamiento campesino, no se comprende cómo policías militarmente adiestrados -bajo el denigrante y colonialista Plan Colombia al servicio del imperialismo yanqui- pudieron caer fácilmente en una supuesta trampa tendida por campesinos. En esta masacre, la derecha acribilló campesinos, matando a 11, quedando unos “sin cuenta” heridos. Entre los policías murió el jefe del GEO (Grupo Especial de Operaciones), el hermano del teniente coronel Alcides Lovera, jefe de seguridad del presidente Lugo.  Es de aclarar que policía y fiscalía, así como el agro paraguayo son subvencionados por el USAID (Plan de apoyo gringo).
El plan consiste en criminalizar y dividir, sectorizar el pensamiento de las organizaciones campesinas (unos contra otros como un principio de enconosa guerra civil), empujando campesinos también a abandonar el campo, lo que fortalece el agronegocio en manos extranjeras (Grupo Zuccolillo, socio de Cargill, que construyó Puerto Unión, astillero granelero mas importante en el río Paraguay sin restricción alguna y atentando contra la soberanía guaraní).  Hay que recordar que dichas transnacionales no pagan impuestos, amparados por la férrea protección del congreso, llegando a producir más de seis mil millones de dólares al año.  Este  proceso de “desagrarización” es lento, doloroso atentando inevitablemente contra la soberanía alimentaria de los guaraníes.

EL ESCENARIO

Paraguay es un país que vive del IVA (impuesto del valor agregado) del cual recauda un 60% y su presión tributaria en es apenas del 13% sobre el PIB. Los latifundistas no pagan impuestos. El impuesto Inmobiliario es del 0,04%, casi 5 millones de dólares, según un estudio del Banco Mundial, 2007.  La economía guaraní, es una de las más desiguales del mundo. El 85 % de las tierras, unas 30 millones de hectáreas, está en manos del 2 por ciento de propietarios según el censo agropecuario 2008 de la república (Censo 2008). 
Con una gravitación congresista mínima y un panorama económico en estas instancias, a cualquier mandatario le queda jodido gobernar!  Para suplir tal deficiencia, el ex-clérigo paraguayo optó lentamente por un progresivo intercambio de concesiones a la derecha opositora que lo terminó de llevar al escarnio público, quienes no contentos con tales aquiescencias, hicieron lo que tenían que hacer, exterminar su mandato.  Así en estas concesiones aparecen nombres como los de Héctor Cristaldo, precandidato a diputado para las elecciones de 2013 por un movimiento interno del Partido Colorado, liderado por Horacio Cartes; un empresario investigado por Estados Unidos por lavado de dinero y narcotráfico, contrabando de cigarrillos denunciado por cables del Departamento de Estado de USA y publicado por WikiLeaks. A su vez, estos terratenientes paraguayos, por supuesto viven en ostentosas mansiones en Punta del Este o Miami, estrechando fuertes vínculos con las transnacionales ligadas al agronegocio dominando el espectro político nacional, con amplias influencias en los tres poderes del Estado. Allí reina la UGP (Unión de Gremios de Producción, dirigida por Cristaldo) apoyada por las transnacionales del sector financiero y por la derecha por supuesto.
Todo por supuesto dentro del ambiente interno del país de los defensores del Chaco: orden oligárquica de desalojo del predio finquero de Curuguaty emitida por un juez y una fiscal de distrito protegiendo intereses latifundistas, una oligarquía terrateniente (Blas Riquelme, con mas de 70 mil hectáreas, proveniente de la dictadura de Stroessner, 1954-1989) instigando y persiguiendo despiadadamente campesinos arrebatándoles sus tierras, el avance quasi-imparable del agronegocio con ínfulas transnacionales (Monsanto, implicado en producción de maíz transgénico en el Paraguay), por supuesto: con miras a la plataforma oligárquica de la derecha que quiere el retorno triunfal en las elecciones del próximo 2013. Riquelme, por ejemplo, fue presidente del opositor Partido Colorado y senador de la República, ostenta varias cadenas de supermercados y establecimientos ganaderos, que usa como platea para apropiarse mediante subterfugios legales de unas 2.000 hectáreas, pertenecientes al Estado paraguayo.
La incómoda presencia del destituido presidente procede desde su campaña manipulada por los medios antes de agosto de 2008, atacada siempre por la posición reaccionaria de sus opositores. Estas joyitas antes descritas, nunca permitieron aquel espacio que Fernando Lugo propiciaba para la protesta social y el fortalecimiento de las masas -argumentando desde bastiones fascistas- que la organización popular propuesta por la presidencia era francamente incompatible con la dominación de clase que la derecha siempre proponía, vilipendiando al pueblo a todo momento.
Esa es una derecha fomentada desde Washington cuyas banderas son mas que conocidas, sucias!!  Una banderita es frenar la potenciación del eje Chávez-Correa-Evo con la sombra de un Lula da Silva, evitando que el Mercosur tome una fuerza beligerante y autónoma en el mercado internacional.
Así, la tal masacre no deja de ser un bajo pero redituable golpe, que termina en tragicomedia paraguaya.  El maese Lugo, paga por su esperanza democrática a un imperialismo implacable ¡…y aquella institucionalidad del capitalismo oprobioso se ve reflejada en un “juicio político sacado de la chistera”! violando las normas internacionales del principio de la libre autodeterminación de los pueblos.

EL PAPEL DE LA DESINFORMACION ORQUESTADA

La otra cara de este teatrino son los medios internacionales. La manipulación de la información pese a la fuerza política de quienes tratan construir a cada momento, un periodismo objetivo. La noticia de la destitución como era de esperarse le dio la vuelta al mundo, y hasta el Jerusalem Post, (vía Reuters), y agencias como Al Jazeera, Pravda, citando las medidas de presión económicas, dieron cuenta del suceso. El anterior ejemplo de manipulación informativa, deja claro que “una herramienta del terrorismo de estado orquestado desde el ala parlamentaria derechista” es obviamente, el manejo de la desinformación, cuyo objetivo es aniquilar el mandato del pueblo, en este caso el motor populista que eligió a Lugo.Esto hace que se tengan reacciones internacionales (y sobretodo imágenes ambiguas del la realidad) en los que el Mercosur, manda muy lejos (a volar muy lejos) la presencia paraguaya en la política internacional en esta área de la orbe, vetándole el derecho a participar en la XLIII Reunión del Consejo del Mercado Común y Cumbre de Presidentes del Mercosur”.  Países como Ecuador, Venezuela, Uruguay, Chile y hasta el reaccionario y derechista gobierno colombiano siguen presionando la causa Paraguaya y han retirado o llamado a sus embajadores en Asunción. Lo propio hace México y Perú. Tal cirquito llamado “golpe de estado” – que no es más que un golpe parlamentario – provocó condenas obvias entre los países de la región: Argentina y Brasil (retirando y consultando representaciones diplomáticas) fueron pioneros en condenar tales desmanes antidemocráticos del golpe asestado al agobiado pueblo Paraguayo. Varias organizaciones regionales rechazaron el juicio parlamentario a que sometieron a Lugo, entre ellas, la OEA (Máximo órgano de concertación diplomática en América Latina), el Parlamento Latinoamericano (Parlatino), la Asociación Latinoamericana de Integración (Aladi), y países miembros del bloque regional de la Alianza Bolivariana de los Pueblos de Nuestra América (ALBA).  El hecho de utilizar al pueblo y masacrarlo con fines imperialistas no es nuevo en América Latina. Esta es una lección iterativa que no podemos dejar perder de vista y a la que debemos estar siempre alertas.  Contra esta mancilla continua solo la lucha revolucionaria, el fortalecimiento en la conciencia de clase, las movilizaciones internacionales y la organización popular pragmática, favorecerá nuestra lucha perenne y otros proyectos en pro de transformaciones sociales radicales. La oligarquía pro imperialista y su consecuente innato fascismo contra el pueblo continuarán siempre con las componendas y la conspiración deletérea, pero nuestra lucha y la de nuestras descendencias es recalcitrantemente inagotable!La causa del fantasmagórico golpe ultraderechista y expoliador debe ser denunciada. Evitemos que los zombis de la derecha vuelvan a cometer sus atropellos financiados por los tentáculos oprobiosos del imperialismo. Evitemos siempre, tener que repetir  al final de los finales: que los muertos los ponga el pueblo

Documento del Banco Mundial. Paraguay. Impuesto Inmobiliario: Herramienta clave para la descentralización fiscal y el mejor uso de la tierra. Volumen I: Informe principal. 2007.
Censo Agropecuario Nacional 2008.


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lunedì 2 luglio 2012

PIÙ VERITIERA DELLA STORIA, di Enzo Valls

Querido Enzo: recién ahora abro el correo y leo tu escrito. Bello y sugestivo. Si la poesía (y el arte en general) hubieran resonado dentro de nosotros hace cuarenta años - al menos para algunos de nosotros, hoy sesentones - tal vez nos habríamos ahorrado desilusiones y grandes pesares políticos y habríamos apreciado más la vida en sus infinitos pequeños matices... Pero, como se sabe, la sabiduría es lo último que llega... Antonella
Dear Enzo, only now I am looking at the mail and I find your text. Fine and evocative. If poetry (and art in the general meaning) had resounded among and inside us already forty years ago - at least for some of us who today are more than sixty years old - maybe we could have spared ourselves big disappointments and political sorrows and would have better enjoyed life in its infinite small shades. But everybody knows that wisdom is the last one to arrive...
Antonella
Caro Enzo, solo adesso apro la posta e leggo il tuo pezzo. Bello e suggestivo. Se la poesia (e l'arte in generale) avesse risuonato al nostro interno già quarant'anni fa - almeno per alcuni di noi oggi sessantenni - forse ci saremmo risparmiati delusioni e dolori politici grandi e avremmo apprezzato di più la vita nelle sue infinite piccole sfumature... Ma si sa, la saggezza arriva per ultima... Antonella 

«Shakespeare ignorava anche la storia. Il suo Ulisse cita Aristotele, e Timone d’Atene si richiama a Seneca e Galeno. Shakespeare non conosceva la filosofia, ignorava l’arte militare, confondeva i costumi delle varie epoche. Nel Giulio Cesare c’è un orologio che rintocca, Cleopatra si fa slacciare il busto da un’ancella, i cannoni sparano a polvere ai tempi di Giovanni Senza Terra. Shakespeare non aveva mai visto il mare, né una battaglia, né le montagne; non conosceva né la storia, né la geografia, né la filosofia. 
Ma Shakespeare sapeva che…»
Jan Kott, Shakespeare nostro contemporaneo

Poco tempo fa, durante un mio concerto di canzoni d’autore italiane, mentre spiegavo al pubblico (argentino) il significato di un testo di Fabrizio De Andrè, mi è venuto spontaneo dire qualcosa che ho pensato proprio in quel momento: che la poesia è, in fondo, più veritiera della storia perché consente di esprimere in maniera potente e sintetica una verità esenziale. Può trattarsi anche di una verità non necessariamente storica ma che illumina o mette a nudo un qualche aspetto della condizione umana.
Il testo era quella della struggente canzone “Fiume Sand Creek”, la quale contiene due grossi “errori”. Il primo è già nel titolo poiché, se dovessimo tradurlo e se il mio scarsissimo inglese non mi inganna, rimarrebbe “Fiume Ruscello della Sabbia”. L’altro “errore” è di carattere storico: il testo parla di «un generale di vent’anni, occhi turchini e giacca uguale», in evidente allusione al Generale Custer. Ma s’è vero che George A. Custer, pochi mesi prima del massacro del Sand Creek, era stato promosso a Generale a soli 23 anni d’età, non è vero invece che a compiere quel massacro di cheyennes inermi, per lo più donne, anziani e bambini, fu lui, bensì il colonnello Chivington, sicuramente meno interessante dal punto di vista poetico.
Ho scritto “errori” tra virgolette non soltanto perché possono essere considerati licenze poetiche, ma anche e soprattutto perché sono proprio quelle distorsioni della realtà storica compiuta in certe opere poetiche, letterarie o teatrali, che spesso ci fanno meglio comprendere l’essenza di un fatto, di un periodo o di un personaggio. Naturalmente non mi riferisco a distorsioni come quelle che, proseguendo con lo stesso esempio, fanno ancora risultare in molti libri di storia il suddetto massacro come la “Battaglia di Sand Creek”, bensì a quelle che intendono portare alla luce una verità diversa da quella storica - raccontata, come al solito, dai vincitori.
De Andrè aveva tanto bisogno di mettere Custer con i suoi occhi dello stesso colore dell’uniforme del 7º Cavalleggeri e i suoi “vent’anni” al posto di Chivington, quanto Shakespeare di far rintoccare un orologio nel suo Giulio Cesare. Perché quello di cui hanno bisogno i poeti e tutti gli artisti è di dire delle verità essenziali, di raffigurare dei veri paradigmi storici o dei meccanismi di potere, oppure scavare nelle profondità dell’anima umana, più che di raccontare fatti puntuali con filologica precisione. Non c’è libro di storia che ci possa dire «Sognai talmente forte che mi uscì il sangue dal naso / il lampo in un orecchio, nell’altro il Paradiso.» Perché De André si mette dalla parte del massacrato, non del detestabile militare che, pur compiendo atti spregevoli, passa alla storia e diventa strada, piazza, monumento equestre.
E già, perché il nostro bravo “Capelli lunghi Custer” il suo bel massacro lo perpetrò anche, ma non sul Sand Creek bensì sul Washita. Non è quindi “sbagliato” il personaggio ma il luogo. E dal punto di vista della metrica e della rima appare anche chiarissima la scelta di De André di commettere quell’“errore” storico: quel suo emblematico “dollaro d’argento” non brilla molto se il fiume è il Washita, ma lo fa benissimo «sul fondo del Sand Creek».

Anche se quello che avete appena letto è stato pensato prima che sull’associazione politica Utopia Rossa e su questo blog incominciassero a soffiare dei vivificanti venti poetici, spinti da Alex Pausides, Tito Alvarado e Yuri Zambrano, è d’obbligo dire che non l’avrei scritto se non fosse stato per l’energia che sento arrivare da questi nuovi compagni.

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RED UTOPIA ROJA - Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

(January 2010)

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad

(Enero de 2010)

* * *

a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo.

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

(Gennaio 2010)

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

(Janvier 2010)

* * *

a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

(Janeiro de 2010)