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mercoledì 19 settembre 2012

«STALIN» DI BORIS SOUVARINE, di Andrea Furlan

Consideriamo importante la biografia di Stalin di Boris Souvarine perché è un'analisi dello stalinismo contestualizzata nella dinamica del processo rivoluzionario dell'Ottobre. Souvarine analizza ogni aspetto dello svolgimento involutivo del processo rivoluzionario, che descrive attraverso le sue grandi capacità di narratore degli eventi che visse da contemporaneo. L'analisi del processo controrivoluzionario viene svolta in uno sviluppo storico-politico di ampio respiro, che inizia dalla fondazione della socialdemocrazia russa per concludersi con il patto Hitler-Stalin e l'inizio del secondo conflitto mondiale.
Come tanti suoi contemporanei, Souvarine pagò il prezzo delle proprie idee e delle proprie scelte di oppositore allo stalinismo.
L'opera di Souvarine non è solo una biografia basata sulla personalità di Stalin e volta a far conoscere al mondo intero i crimini dello stalinismo ma, collocando le sue analisi critiche nella disamina storica del bolscevismo, fornisce gli strumenti essenziali che rafforzano un concetto fondamentale, che con il tempo è divenuto patrimonio comune tra gli storici di stampo marxista, e cioè la convinzione che lo stalinismo non nacque con l'avvento di Stalin al potere ma fu il frutto di un processo storico, politico e sociale determinatosi in Russia all'indomani dell'Ottobre.
Malgrado si tratti di un'opera monumentale di 983 pagine, pubblicata in Italia dalla casa editrice Adelphi, la lettura del testo risulta estremamente agevole e facilmente comprensibile per il lettore. Souvarine fu uno dei fondatori del Partito comunista francese e membro nel 1921 della segreteria della Terza internazionale. Venne espulso da entrambi gli organismi nel 1924 quando, dopo la morte di Lenin, si schierò con Trotsky nella battaglia contro Stalin. In Francia lavorò con Simone Weil nelle lotte del sindacalismo rivoluzionario francese. Il suo rapporto con Trotsky si interruppe invece nel 1939 sul dibattito sulla teoria della rivoluzione permanente, che Souvarine considerava, in aperta polemica con il «Vecchio», «una nozione verbosa e astratta».
Il ricordo della rivoluzione del 1917 risulta nitido malgrado dalla rivoluzione alla redazione e pubblicazione del libro, apparso per la prima volta nel 1935, fossero trascorsi diciotto anni. Il libro di Souvarine è stato la prima opera biografica che ha rivelato le nefandezze dello stalinismo, smascherando la costruzione artefatta delle leggende e dei miti sulla figura di Stalin. Souvarine si caratterizza sul piano storico-politico come un autentico pioniere, essendo stato tra i primi a denunciare apertamente lo stalinismo in un'epoca in cui nel mondo socialista lo stalinismo aveva trionfato nella Terza internazionale e in tutti i partiti comunisti presenti nei singoli stati nazionali e nella quale chi dissentiva apertamente da Stalin rischiava la vita.
Il libro fu pubblicato prima negli Stati Uniti e successivamente nello stesso anno anche in Francia, malgrado vari tentativi di boicottaggio orditi dagli ambienti staliniani con la compiacenza della borghesia mondiale che, in virtù dell'alleanza antinazista durante la guerra con la Russia di Stalin, agì di concerto con lo stalinismo per non far conoscere al mondo l'opera antistaliniana di Souvarine. Questa vicenda getta luce sulle tremende responsabilità della borghesia mondiale nell'aver contribuito a costruire il mito di Stalin in chiave antinazista, coprendo le responsabilità dello stalinismo nei massacri compiuti sia prima che durante la guerra, da Stalin e i suoi seguaci. Eminenti personalità politiche del mondo borghese come Roosevelt, Churchill e Truman diedero credito a Stalin, lo aiutarono in tutto e per tutto e lo foraggiarono durante il conflitto, alimentando l'idea propagandistica che Stalin fosse cambiato, divenendo veramente un uomo di pace devoto alla democrazia. Accrebbero così a dismisura la sua personalità a livello mondiale, facendolo passare non come uno dei principali responsabili dello scoppio del conflitto mondiale, ma come uno degli artefici della sconfitta di Hitler e vincitore della guerra.
Souvarine pone in risalto la figura di Stalin analizzando tutti i passaggi storico-politici che contrassegnarono l'ascesa al potere del dittatore. Nell'analisi dello stalinismo Souvarine non ha tralasciato nulla. Inizia con il fornire uno spaccato del quadro storico nel quale il dittatore georgiano si formò sia caratterialmente che politicamente, dai suoi trascorsi giovanili nel seminario di Tiflis fino alla sua adesione al movimento socialista, per poi passare ad analizzare criticamente le scelte compiute dai bolscevichi avvenute prima della nomina di Stalin alla carica di Segretario generale del Partito bolscevico (Partito comunista russo).
Souvarine rimase un marxista sino alla fine dei suoi giorni. Questa sua incrollabile certezza della necessità di costruire una società fondata sul socialismo non lo limitò sul piano della critica politica nel formulare precise accuse al bolscevismo. Inoltre la sua opera ha avuto il merito di aver ispirato i saggi di Hélène Carrère d'Encausse su Lenin e i numerosi lavori di Roj Medvedev su Stalin. Insieme a Memorie di un rivoluzionario di Victor Serge, con il quale ha collaborato in più occasioni durante la sua vita, l'opera di Souvarine si colloca in quell'esigua schiera di antistalinisti che non hanno accettato l'idea che la controrivoluzione burocratica sia avvenuta solo a partire dalla sconfitta di Trotsky in seno all'apparato del Partito bolscevico, bensì fosse cominciata prima, con le prime scelte del leninismo al potere.
In merito alla politica dei bolscevichi, che Souvarine analizza da cima a fondo - dalla presa del potere alla guerra civile e allo scontro tra Trotsky e Stalin all'indomani della morte di Lenin - l'autore esprime critiche al bolscevismo attribuendo a Trotsky e a Lenin la responsabilità di aver spianato la strada alla controrivoluzione burocratica che avrà in Stalin il suo principale interprete. Le scelte di trasformare la parola d'ordine «tutto il potere ai soviet» - nella quale tutte le forze politiche di opposizione allo zarismo e al kerenskismo si erano riconosciute - in «tutto il potere al Partito bolscevico» e di considerare la linea del Partito bolscevico come un dogma infallibile, fu per Souvarine l'inizio del processo degenerativo postrivoluzionario, durante il quale la democrazia tanto teorizzata da Lenin in Stato e rivoluzione non trovò mai attuazione nelle scelte compiute dai bolscevichi.
Lo scoppio della guerra civile e l'inizio del comunismo di guerra, insieme all'isolamento della rivoluzione determinato dal mancato sviluppo del processo rivoluzionario in Europa e soprattutto in Germania, secondo Souvarine non sono motivi sufficienti per giustificare la soppressione della democrazia da parte dei bolscevichi guidati da Lenin e Trotsky. L'autore si sofferma molto sul dibattito presente nel movimento operaio internazionale in merito allo sviluppo della rivoluzione di Ottobre e in particolare su quanto denunciato da Rosa Luxemburg nella sua meravigliosa opera La Rivoluzione russa.
L'aver dichiarato fuorilegge tutte le forze politiche; l'aver sin dal dicembre 1917 operato per limitare il potere dei soviet e dei comitati di fabbrica attraverso l'uso dello strumento dell'Ispezione operaia e contadina; la costituzione della polizia segreta denominata Čeka (che sotto lo stalinismo diverrà nel suo sviluppo storico Gpu, Opgu e Nkvd); lo scioglimento della Costituente fino alla repressione del Soviet di Kronštadt, tutto ciò rappresentò il naturale humus antidemocratico sul quale il germe burocratico costituente il regime staliniano poté prosperare indisturbato.
La bramosia di mantenere a tutti i costi il potere nelle mani di un solo partito spinse i bolscevichi a istituire un regime di terrore. In modo esplicito Souvarine a p. 726 si esprime così a proposito della degenerazione della democrazia nei soviet durante il potere di Lenin e Trotsky: «Il sistema cosiddetto sovietico creato da Lenin e Trotsky - nel quale i soviet non avevano che un'esistenza nominale sotto la dittatura del partito comunista, trasformatasi a sua volta ben presto nell'onnipotenza di una oligarchia - intercettava, annullava, reprimeva ogni iniziativa o lagnanza proveniente dal basso, attraverso sei istanze frapposte tra il vertice e la base, e permette anche a Stalin di governare senza prevedere».
Il lettore si troverà dinanzi a una cavalcata impetuosa di racconti e descrizioni del dibattito politico in seno al Partito bolscevico. Secondo Souvarine, Lenin fu un uomo molto solo dentro il partito. I suoi compagni più fidati e più capaci, come Zinov’ev, Kamenev, Bucharin, Tomskij, Radek (che saranno tutti trucidati da Stalin), lo riconobbero come l'incontrastato leader del movimento operaio internazionale senza mai comprendere fino in fondo il Lenin teorico e politico. Non solo perché alcuni di loro alla vigilia dell'Ottobre si erano apertamente schierati contro l'insurrezione (Zinov’ev e Kamenev), accusando Lenin di avventurismo, ma perché, una volta scomparso quello che insieme a Trotsky era stato il principale artefice della rivoluzione, non seppero rappresentare l'idea di rivoluzione incarnata negli ideali dell'Ottobre.
Si schierarono contro Trotsky, cioè contro l'unico che avrebbe potuto dare continuità storica e politica al processo rivoluzionario (anche se all'epoca era già fortemente compromesso) per pura gelosia nei confronti delle capacità dimostrate dal grande rivoluzionario russo durante la rivoluzione e la guerra civile. Appoggiarono Stalin pensando di poterlo usare contro Trotsky per poi sostituirlo agevolmente una volta bloccata la strada di Trotsky verso la carica di Segretario generale del partito. Come molti sinceri rivoluzionari, anche Souvarine si riconosce nei termini utilizzati da Trotsky per descrivere il dittatore georgiano: «la più eminente mediocrità del partito».
Ma al contempo Souvarine mette in risalto le «doti» ampiamente dimostrate da Stalin, di complottista, manovratore, di chi ha saputo incarnare più di tutti gli altri, per propri fini personali, i desideri e gli interessi di un apparato politico in formazione: la burocrazia. La quale fu indiscutibilmente la sua base sociale di riferimento, utilizzata come perno per costruire la sua spietata dittatura contro il proletariato russo.
L'ascesa al potere di Stalin è prorompente, sbaraglia una dopo l'altra tutte le opposizioni che di volta in volta si costituiscono contro di lui. In questo ha gioco facile perché non solo le opposizioni si annullano reciprocamente ma, ciò che è più grave, accettano lo scontro con Stalin a partire da una lotta tremenda che inizia e finisce dentro i confini dell'apparato burocratico del Partito bolscevico e dello Stato sovietico, senza mai coinvolgere le masse, le quali si collocano, di fronte allo scontro interno alla burocrazia, unicamente come spettatrici inermi.
Souvarine critica apertamente Lenin per aver cooptato Stalin nel Comitato centrale del Partito bolscevico, derogando in questo modo dall'istanza democratica del voto; e ciò avvenne malgrado Lenin avesse ben compreso la personalità di Stalin. Allo stesso tempo critica alcune scelte tattiche di Trotsky, che si erano rivelate controproducenti nell'impedire l'ascesa al potere di Stalin.
Davanti ai massacri orditi freddamente da Stalin, Souvarine traccia un parallelismo tra i fatti storici che hanno visto protagonista Ivan il Terribile e quanto realizzato da Stalin. Malgrado fossero vissuti in epoche storiche diverse, sul piano della ferocia, della spietatezza e del disprezzo per la vita umana i due dittatori dimostrarono di essere identici nei metodi usati nell'eliminare gli oppositori politici e punire chiunque si dimostrasse refrattario ai loro desideri e postulati.
Souvarine è anche il primo storico a denunciare la rete concentrazionaria del Gulag fornendo le stime, che all'epoca erano già conosciute, dei massacri organizzati per ordine di Stalin e realizzati dai suoi più reietti e spietati collaboratori, come Dzeržinskij, Jagoda, Ežov e Berija, che in qualità di capi della polizia segreta (Čeka, Ogpu, Nkvd) si resero responsabili di crimini ripugnanti nei confronti sia degli oppositori politici che delle varie categorie di cittadini che di volta in volta venivano deportati in massa nei campi di concentramento situati nelle regioni più impervie dell'Urss.
Nel libro vengono analizzate le stime tragiche della collettivizzazione forzata operata da Stalin a partire dal 1929, che costerà milioni di vittime tra i contadini. Si analizzano in modo minuzioso i processi-farsa del 1936-1939, con i quali Stalin operò in modo sistematico per eliminare la vecchia guardia bolscevica, i militari, gli appartenenti al Komsomol, interi settori della stessa burocrazia.
L'analisi di Souvarine si conclude con il famigerato patto nazi-sovietico stipulato da Stalin il 23 agosto 1939 con Hitler, che sarà foriero dello scoppio della Seconda guerra mondiale. In questa analisi Souvarine attribuisce a Stalin la responsabilità politica di aver voluto lo scoppio della guerra unicamente per squallidi e cinici calcoli di difesa e consolidamento del proprio potere personale. L'analisi molto dettagliata e scrupolosa del patto nazi-sovietico è finalizzata a smascherare la menzogna che purtroppo, grazie alla propaganda sovietica e dell'Internazionale, farà il giro del mondo. Si è continuato a sostenere per decenni che il patto Hitler-Stalin sia stato stipulato dall'Urss per motivi strettamente legati a preservare la Russia dalla guerra con la Germania. Souvarine ha il merito di smentire con grande dovizia di informazioni questa menzogna. Il patto nazi-sovietico stipulato dai ministri degli Esteri Ribbentrop e Molotov non era il frutto di una volontà difensiva da parte dell'Urss: esso perseguiva invece l'obiettivo opposto, e cioè spartirsi il mondo in zone d'influenza tra Stalin e Hitler - a cominciare dalla Polonia.
Secondo Souvarine Stalin aveva tentato di trovare un accordo con la Germania nazista, con tutti i mezzi disponibili, fin dal 1933. La soppressione fisica dell'intero gruppo dirigente della rivoluzione, secondo Souvarine, venne realizzato da Stalin proprio perché questi non gli avrebbero facilmente consentito di arrivare al patto con Hitler.

Dopo la lettura di questo importantissimo contributo al ristabilimento della verità storica - contro la menzogna che attraverso la propaganda ha trasformato Stalin dal più grande criminale della storia (insieme a Hitler) nell'uomo della pace e nel padre di tutti i popoli oppressi - ci sentiamo di condividere le analisi critiche di Souvarine in merito al bolscevismo. L'unico appunto che facciamo al libro è nei confronti della posizione espressa verso la teoria della rivoluzione permanente di Trotsky che, al contrario di Souvarine, non reputiamo «verbosa e astratta», continuando invece a pensare che sia la più grande intuizione avuta dal rivoluzionario russo in merito allo sviluppo della teoria marxista.
Senza questo importante contributo teorico, non solo non potremmo ancora oggi spiegarci alcune dinamiche storiche che si sono determinate - la Rivoluzione cubana, la Rivoluzione dei garofani in Portogallo oppure la rivolta algerina contro il colonialismo francese, ma sarebbe anche inspiegabile la stessa dinamica rivoluzionaria dell'Ottobre.
Continuiamo a dar spazio a contributi di questo tipo perché siamo convinti che, soprattutto nel nostro Paese e non solo nell'estrema sinistra italiana, ci sia assoluto bisogno di chiudere i conti una volta per tutte con gli epigoni dello stalinismo. È una vergogna che ancora oggi, dopo che su Stalin e il Gulag sono usciti numerosissimi libri estremamente documentati sul piano storico e politico, non si riesca a tracciare uno spartiacque con lo stalinismo. Speriamo vivamente che attraverso la lettura del bellissimo libro di Souvarine o del capolavoro di Victor Serge, Memorie di un rivoluzionario, si riesca a far prendere coscienza alle nuove generazioni della necessità politica di considerare lo stalinismo prima di tutto un crimine contro l'umanità.

PUBBLICHIAMO PARTI DI UNA LETTERA DI MICHELE NOBILE A ANDREA FURLAN CON OSSERVAZIONI CIRCA ALCUNI PUNTI DELL'ARTICOLO

Caro Andrea,

del patto Hitler-Stalin mi sono interessato parecchio in rapporto alla serie polacca. Effettivamente furono i nazisti a proporre un accordo politico complessivo ma generico, interpretabile in chiave di spartizione su ampia scala; Stalin invece insistette per un accordo più preciso e operativo, limitato alle aree che lo interessavano. Inoltre è molto discutibile che fin dal 1933 Stalin puntasse a un accordo specifico con Hitler. Il punto è che intendeva coesistere sia con il nazismo sia con gli altri Stati imperialisti, ma furono i nazisti a respingere le avances in questo senso. Questi si fecero invece sotto con decisione alla fine del 1938: e la discussione storica verte sulle alternative se al patto si arrivò improvvisamente nel corso di agosto (posizione che non è solo degli stalinisti dichiarati, ma di Alan Taylor), oppure se già nei mesi precedenti ci fosse un orientamento sovietico verso la Germania. A me pare che per Stalin un accordo militare con i nazisti divenisse un'opzione concreta e forse preferibile da maggio del 1939, quando Litvinov venne sostituito da Molotov e venne purgato il Narkomindel, ma non Litvinov. Forse questa possibilità venne presa in considerazione già nel 1938: la liquidazione totale del Partito comunista polacco potrebbe essere vista in questa luce. All'epoca i trotskisti però l'interpretarono in modo opposto: cioè come offerta sacrificale di Stalin per arrivare a un accordo con i governanti polacchi. Tuttavia si può anche pensare che la liquidazione dell'intero Partito comunista polacco (non semplicemente una purga) servisse comunque, in vista sia di un accordo con il governo polacco che con Hitler. Questo sarebbe tipicamente staliniano: tenersi aperte tutte le vie tra uno zig e uno zag.
Dzeržinskij morì per un infarto subito dopo aver attaccato Trotsky in un CC. Il suo però è un caso diverso da Jagoda, Berija ecc. Questi ultimi erano a tutti gli effetti uomini di Stalin, sbirri senza nessun particolare merito politico. Dzeržinskij invece era in origine uomo di Lenin e di Trotsky e un dirigente di lungo corso e di grande esperienza. Dal punto di vista della storia della repressione in Urss si può considerare un anello di collegamento tra la prima epoca e quella propriamente stalinista. Per questo è un caso particolarmente interessante.
L'idea di un accordo fra i totalitarismi non era (e non è) certamente del solo Souvarine; ad es. era anche di Bruno Rizzi (La burocratizzazione del mondo, 1939) e ad un certo punto venne prevista anche da Trotsky, ma per altre ragioni.
Il punto è che spesso si tende a vedere Stalin come una specie di divinità maligna, preveggente e onnipotente che pianifica tutto in anticipo, secondo una lettura teologica (e monolitica) del regime totalitario. Ciò vale per il terrore di Stato e anche per la politica estera. Ma in quest'ultimo campo gli zig-zag di Stalin furono numerosi. Nel merito dei rapporti tra Germania nazista e Urss, contro l'idea di un accordo in gestazione da anni, per fare esempi macroscopici vanno bene la politica dei Fronti popolari e l'appoggio sovietico ai repubblicani spagnoli, nonché l'insieme della politica estera sovietica degli anni Trenta volta a costruire un sistema di «sicurezza collettiva» in Europa. Il senso di quest'ultima non era la lotta al nazismo ma la pacifica coesistenza con l'imperialismo, compresa la componente nazista e fascista. Furono gli imperialisti nazisti e liberali (Inghilterra e Francia) a far naufragare questo disegno; in particolare la Germania nazista, che era l'imperialismo revisionista e determinato ad andare fino in fondo senza farsi imbrigliare. In realtà Stalin subiva gli eventi e le decisioni delle potenze capitalistiche, cercando di barcamenarsi per restare in piedi.
Quanto al punto circa la «spartizione del mondo»: ho presente il bel libro di Peregalli, il quale riporta i fatti, sì, ma non chiarisce bene il senso della discussione tra nazismo e stalinismo nel 1940 perché accentua la disponibilità sovietica a firmare un patto a quattro - dopo il patto tripartito Germania-Italia-Giappone - come se questa fosse allora la questione fondamentale. Il punto invece è che il viaggio di Molotov a Berlino a metà novembre del 1940 avvenne mentre i sovietici avevano iniziato a sperimentare la determinazione nazista a espandere la propria influenza nei Balcani e in Finlandia fregandosene dell'alleato di fatto. Molotov voleva chiarire i punti di immediato interesse sovietico, ma se ne tornò a Mosca con un pugno di… mosche. Dieci giorni dopo Molotov fece presente a Schulenburg, ambasciatore tedesco a Mosca, le condizioni precise alle quali l'Urss avrebbe potuto sottoscrivere un patto con Germania, Italia e Giappone: queste erano un test per sondare le intenzioni dei nazisti e che realisticamente si sapeva non sarebbero state accettate, perché avrebbero comportato un arretramento delle mire tedesche e giapponesi (ritiro delle truppe tedesche dalla Finlandia, Patto sovietico-bulgaro, riconoscimento come centro delle aspirazioni sovietiche dell'area a sud di Batum e di Baku fino al Golfo Persico e non di quella dell'India e dell'Oceano Indiano, accordo sovietico-turco, rinuncia del Giappone alle concessioni minerarie e petrolifere nell'isola di Sachalin). Come ricorda giustamente Peregalli, non ci fu risposta. Il fatto è che i nazisti giocavano ad aggirare i problemi concreti posti dai sovietici preparando il loro colpo: mentre Molotov era a Berlino, il 12 novembre Hitler emanò la Direttiva n. 18 alle Forze armate per avviare i preparativi dell'invasione dell'Urss quali che fossero stati i risultati della conferenza in corso; la Direttiva n. 21 per l'Operazione Barbarossa venne emessa il 18 dicembre 1940 e la decisione finale di attaccare l'Urss venne presa a gennaio del 1941. Ragion per cui la precedente proposta politica di patto quadripartito suona come un modo per rassicurare i sovietici con promesse grandiose quanto vaghe, una specie di maskirovka. Questo Stalin e soci lo compresero, tuttavia continuarono nella collaborazione con i nazisti fino a quando non vennero presi a bombe in testa.
Il fatto è che l'«infallibile» Stalin sapeva che ci sarebbe stata la guerra, ma si convinse (anche grazie alla «onnisciente» Gpu) che i nazisti non avrebbero attaccato proprio quando e dove attaccarono.
Insomma: Stalin assicurò i successi nazisti a occidente coprendo loro il fronte orientale; spartì fraternamente con Hitler la Polonia e si prese il Baltico, consegnò ai nazisti ebrei, polacchi e comunisti. Fu complice e corresponsabile nell'esplosione della guerra mondiale e dell'espansione nazista (fino ai confini dell'Urss). Ma in tutto questo la sua parte fu quella dell'idiota crudele, del servo sciocco e del cinico miope, di uno che subisce l'iniziativa altrui.
Ciò non toglie nulla alle responsabilità politiche e morali di Stalin; ma insisto su questi punti perché penso che occorra togliergli l'aura di «genialità», fosse pure malefica.

Michele [Nobile]

Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

* * *

a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

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a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

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a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.