L'associazione Utopia Rossa lavora e lotta per l'unità dei movimenti rivoluzionari di tutto il mondo in una nuova internazionale: la Quinta. Al suo interno convivono felicemente - con un progetto internazionalista e princìpi di etica politica - persone di provenienza marxista e libertaria, anarcocomunista, situazionista, femminista, trotskista, guevarista, leninista, credente e atea, oltre a liberi pensatori. Non succedeva dai tempi della Prima internazionale.

sabato 24 giugno 2017

FERNANDO MARTÍNEZ HEREDIA: HASTA SIEMPRE

Con la muerte de Fernando Martínez Heredia, hemos perdido un analista crítico de los procesos revolucionarios, miembro fundador de la Fundación Che Guevara Internacional, presente con ensayos en muchos de los Cuadernos de la misma Fundación. Cuba pierde un intelectual marxista verdadero que en el pasado ha sido capaz de dirigir una revista maravillosa como Pensamiento Crítico, aceptando la disciplina partidaria cuando un sector de la burocracia cubana decidió de censurarla y serrarla. Con su muerte personalmente pierdo un amigo que ha aceptado hasta el último de compartir nuestra lucha en defensa del pensamiento mas auténtico de Ernesto Guevara. Hasta siempre, Fernando. [Roberto Massari]

Fernando Martínez Heredia en México, marzo de 2012
[El 12 de junio] ha fallecido en Cuba Fernando Martínez Heredia.
Militante del Movimiento Revolucionario 26 de Julio, graduado de Derecho, formado como profesor de Filosofía en la Escuela Raúl Cepero Bonilla; desde 1966 director del Departamento de Filosofía de la Universidad de La Habana (disuelto en 1971), y director fundador de la revista Pensamiento Crítico desde 1967 hasta su clausura en 1971, Martínez Heredia representa al intelectual orgánico de la revolución que, como es de rigor, fue en los sesenta un cuadro político e intelectual de toda confianza; en los setenta, un proscrito; en los ochenta, alguien “de cuidado”; y de los noventa hasta hoy un intelectual herético y orgánico a la vez.
La biografía intelectual de Martínez Heredia, con sus posibilidades de expresión, ha tenido los marcos propios con que ha operado uno de los contenidos de la Revolución cubana: el ideal libertario, nacional, latinoamericano, tercermundista y anticolonial, provisto así por un pensamiento crítico proyectado tanto hacia las estructuras de la dominación capitalista como hacia sí mismo, hacia sus propias formas de intelección y de manejo de la realidad.
Los temas, los enfoques y las fechas que fueron integrando la trayectoria intelectual de Martínez Heredia después de 1971 dan cuenta de las posibilidades de ese tipo de pensamiento: La educación superior cubana (1972), Los gobiernos de Europa capitalista (1977); Desafíos del socialismo cubano (1988); Che, el socialismo y el comunismo (1989) –libro con el cual ganó el Premio Extraordinario Casa de las Américas, hecho coincidente con la recuperación guevarista por parte de la ideología revolucionaria, que marchó al compás del “Proceso de rectificación de errores y tendencias negativas” iniciado en 1986–; y El corrimiento hacia el rojo (2001), primera antología de ensayos suyos que se publicara en el país, seguida luego por un número amplio de volúmenes entre los que se encuentran Socialismo, liberación y democracia, La Revolución cubana del 30 y El ejercicio de pensar.
Luego, las facetas de profesor y cuadro político, trabajador de la industria azucarera, diplomático y conspirador de insurgencias, investigador a tiempo completo, “nuestro hombre en La Habana” de los foros sociales internacionales, periodista militante, orador principal en un sinfín de eventos y actos políticos, y un largo etcétera, que integran la biografía de Fernando Martínez Heredia (FMH), forman parte de su pensamiento tanto como sus ensayos, y forman parte por igual del uso que las lecturas sobre la Revolución cubana pueden hacer de su obra.
La obra de Martínez Heredia es patrimonio de las ideas de izquierda en Cuba y en América Latina, de cómo puede y debe pensarse la renovación del socialismo, de las maneras revolucionarias de interpretar a Ernesto Che Guevara, de cómo analizar críticamente la historia de Cuba, de reconocer el ancho mundo del nacionalismo popular cubano y de cómo analizar el país que es Cuba e imaginar el que debiera ser.

giovedì 22 giugno 2017

LA TENEREZZA (Gianni Amelio, 2017), di Pino Bertelli

Il realismo, per me, non è che la forma artistica della verità.
Quando la verità è ricostituita, si raggiunge l’espressione.
Oggetto vivo del film realistico è il “mondo”, non la storia, non il racconto.
(Roberto Rossellini)

Il cinema italiano, lo sappiamo bene, o sprofonda nell’universo della banalità in cui è battezzato dalla commedia provinciale o finisce nel ribrezzo della borghesia, sempre pronta ad affascinare soltanto le anime esulcerate di una civiltà esausta… così, con buona pace per l’intelligenza, si passa dal disgusto dell’occasionale al senso della semplicità letteraria che investe tutti, specie a sinistra… un cinema che esiste e si afferma soltanto grazie a film che intrattengono l’universo demente di consumatori affogati nel formalismo o educati dai mezzi d’informazione ad essere serventi personaggi in cerca di un capo, di un politico, di un criminale o soltanto di un buffone che possa solleticare la pochezza con la quale affrontano tanto un’urna elettorale o il cappio del boia (che sono la medesima cosa), quanto nel sostenere una qualsiasi forma di cultura, con la convinzione di aver capito che quello che hanno visto è qualcosa d’importante e non una cosa impigliata nei merletti della merce filmica! Dio d’un cane boia! Figlio d’un prete ladro! Madonnaccia della miseria zozza! Proprio non si riesce a vedere che questo cinema ha perduto tutto dei maestri (Rossellini su tutti), e in cambio ha conservato storie che si creano nel delirio e si disfano nella noia. Il vero, il giusto e il buono sono una creazione dei nostri eccessi, delle nostre dismisure e delle nostre sregolatezze, diceva… oppure è un sottoprodotto della tristezza che non conosce l’infanzia del mondo.
La tenerezza è un film abbastanza brutto - o quantomeno funebre - diretto da Gianni Amelio, tratto dal romanzo di Lorenzo Marone La tentazione di essere felici (Longanesi, 2015), vincitore del premio Strega (autore di successo, ha vinto anche il premio Scrivere per Amore 2015 e il Premio Letterario «Caffè Corretto - Città di Cave» 2016). La scrittura non è proprio quella del filosofo E.M. Cioran ne La tentazione di esistere (Adelphi, 1984), né si pone l’accostamento… Cioran qui scriveva: «Chi è troppo lucido per adorare lo sarà anche per demolire, oppure non demolirà che le proprie… rivolte». Con Marone siamo dalle parti delle terrazze milanesi col Martini, le olive e il maggiordomo - di colore, s’intende. Il film è ambientato nella Napoli borghese e gli attori protagonisti sono Elio Germano, Giovanna Mezzogiorno, Micaela Ramazzotti, Renato Carpentieri e Greta Scacchi… è la storia di un padre (ammalato di cuore) e dei suoi figli che non ama (un fratello e una sorella che attendono la morte del padre per dividersi l’eredità), e di una giovane coppia - apparentemente serena - avvolta nel limbo della “Napoli bene”… che non conosce le periferie (né vuole conoscerle) dove il giovane ingegnere sceglie la morte e non la vita.
E qui potremmo anche chiudere il discorso. A stento non siamo usciti dal cinema. Dovevamo forse finire il pop-corn e un chinotto che sapeva di petrolio… poi ci è venuto in mente cosa aveva detto Amelio del suo film durante una conferenza stampa a Roma (24 aprile 2017), e siamo stati assaliti da conati di vomito: «La tenerezza nel film è una mano che afferra un’altra», e ha citato il momento in cui in Ladri di biciclette di Vittorio De Sica «il bambino tiene stretta la mano di suo padre, proprio nel momento in cui viene umiliato». Ladri di biciclette? De Sica?… c’è di che ridere! Anche nel film più brutto di De Sica ci sono almeno i cinque minuti del Meraviglioso di cui parlavano i surrealisti… ne La tenerezza c’è la convinzione che, finché viviamo in mezzo a tragedie eleganti, ci possiamo anche accontentare benissimo di Dio o dello Stato: sono le due facce dello stesso conformismo. Senza saper mai che la stanchezza intellettuale riassume i vizi e le deformità di un’umanità alla deriva.

domenica 11 giugno 2017

IRAN AND THE JIHADIST VIRUS, by Pier Francesco Zarcone

IN DUE LINGUE (Inglese, Italiano)
IN TWO LANGUAGES (English, Italian)

© US Central Intelligence Agency
The Jihadist (that is, Sunni) terrorist acts of June 7 in Tehran have provoked a degree of anxiety in those Western media which considered Iran a kind of impenetrable fortress for Sunni terrorism. This was an impenetrability that could only seem real because of the lack of attention paid in the West to news diffused in Iran, where the activities of ISIS precede that of the attacks.
ISIS is a source of problems for Iran due to its capacity to cope with unrest among the Sunni minorities existing in the country. Saudi Arabia could also take action in these matters, and in this regard, it is worth recalling that in May Saudi Defence Minister Mohammad bin Salman had formulated explicit threats to Iran, warning: “We will not wait until the battle is in Saudi Arabia, but we will work so the battle is there in Iran”.
So, if the United States has been the great enemy of Iran since the Islamic Revolution, there are now two more in the field: ISIS and Riyadh.
Iran – Shiite heart and stronghold in the Muslim world – is not homogeneous from the ethnic or religious point of view. There are no official estimates, so we have to rely on data provided by the CIA (!): Persians are said to account for 61-65% of the population, followed by Azerbaijanis at 16%, Kurds at 10%, Lurs at 6%, Arabs, Baluchs and Turks at 2%, plus a remaining 1% divided among other minorities.
Two aspects should be mentioned about this composition: on the one hand, the level of integration among these ethnic groups is sufficiently high and, in fact, not all political and social leaders are Persians; on the other hand, there have been conflicts with independence movements in Khuzestan, Kurdistan and Baluchestan (regions with a strong Sunni presence), where fire smoulders under the ashes or is actually burning.
Integration affects religious differences less. The official religion in Iran is Twelver Shiism, accounting for about 90% of the population belong, 8% are Sunni (mostly Khuzestani, Kurds, Baluchs and Turkmens) and the remaining 2% are divided among non-Muslim minorities (Zoroastrians, Bahá’ís, Jews, Eastern Christians, Yazidis, Hinduists, etc.).
For Iran, the Sunni jihadist threat began to materialise with the taking of Mosul by ISIS, which the Iranians responded to with a sort of “blocking” of the border with Iraq.
At the beginning of summer of 2014, Tehran’s Interior Ministry spokesman announced that there were no “voids of security” at that frontier, and the commander of the army ground forces, General Kiumars Heidari, reaffirmed the concept and denied that terrorists operating in Iraq were a threat to Iran. In July of that year, Iran’s Police Chief, General Ismail Ahmadi Moghaddam, announced that no ISIS armed group had crossed the border.
However, in May 2016, Iran established a 40 km-wide “zone of deterrence” in Iraqi territory, next to the border between the two countries: any violation would have resulted in an Iranian military response. Between 2014 and 2015, ISIS came within 12 km of that band, and five Iranian army brigades were alerted. However, at that time, there was no massive violation of the security zone.

L’IRAN E IL VIRUS JIHADISTA, di Pier Francesco Zarcone

IN DUE LINGUE (Italiano, Inglese)

© US Central Intelligence Agency
Le azioni terroristiche jihadiste (cioè sunnite) del 7 giugno a Teheran hanno suscitato un po’ di sconcerto in alcuni media occidentali, che consideravano l’Iran una specie di fortezza impenetrabile per il terrorismo sunnita. Si trattava di un’impenetrabilità non reale, che poteva apparire tale solo per la mancata attenzione alle notizie diffuse in Iran, dove l’attività dell’Isis è precedente agli attentati predetti.
In Iran l’Isis è fonte di problemi per la sua capacità di saldarsi con i fermenti che esistono fra le minoranze sunnite esistenti nel paese. In esse potrebbe agire anche l’Arabia Saudita, e in proposito si ricordi che a maggio il principe Mohammad bin Salman, ministro della Difesa saudita, aveva formulato esplicite minacce all’Iran, sostenendo: «Non aspetteremo che la battaglia sia in Arabia Saudita. Invece, lavoreremo in modo che la battaglia sia in Iran».
Quindi, se gli Stati Uniti sono il grande nemico dell’Iran dal tempo della Rivoluzione islamica, oggi in campo ce ne sono altri due: l’Isis e Riyad.
L’Iran - cuore e roccaforte sciita nel mondo musulmano - non è omogeneo dal punto di vista etnico e religioso. Non si dispone di stime ufficiali, per cui ci si deve basare sui dati forniti dalla Cia (!): i Persiani sarebbero il 61-65% della popolazione, seguirebbero gli Azeri al 16%, i Curdi al 10%, i Luristani al 6%, un 2% di Arabi, Beluci e Turchi, più un restante 1% da ripartire fra altre etnie minori.
In merito a questa composizione vanno rilevati due aspetti: da un lato il livello di integrazione fra tali etnie è abbastanza alto, tant’è che i vertici politici e sociali non sono tutti persiani; dall’altro però ci sono stati conflitti con movimenti indipendentisti in Khuzestan, Kurdistan e Belucistan (regioni a forte presenza sunnita), dove il fuoco cova sotto la cenere oppure è acceso.
L’integrazione riguarda meno le differenze religiose. La religione ufficiale in Iran è lo Sciismo duodecimano, a cui appartiene circa il 90% della popolazione, l’8% è sunnita (per lo più Khuzestani, Curdi, Beluci e Turkmeni) e il restante 2% va ripartito fra le minoranze non musulmane (Zoroastriani, Bahá’í, Ebrei, Cristiani orientali, Yezidi, Induisti ecc.).
Per l’Iran la minaccia jihadista sunnita ha cominciato a concretizzarsi con la presa di Mosul da parte dell’Isis. Al che gli Iraniani procedettero a una sorta di “blindatura” della frontiera con l’Iraq.
All’inizio dell’estate del 2014 il portavoce del ministero dell’Interno di Teheran comunicò che in quella frontiera non esistevano “vuoti di sicurezza”, e il comandante delle Forze terrestri, generale Kiumars Heidari, riaffermò il concetto e negò che i terroristi operanti in Iraq fossero una minaccia per l’Iran. A luglio il capo della Polizia, generale Ismail Ahmadi Moqaddam, comunicò che nessun gruppo armato dell’Isis aveva potuto varcare la frontiera.
Comunque a maggio del 2016 l’Iran stabilì una “fascia di dissuasione” larga 40 km in territorio iracheno, a ridosso della frontiera fra i due paesi: ogni violazione avrebbe comportato una risposta militare iraniana. Tra il 2014 e il 2015 l’Isis si avvicinò di 12 km a quella fascia, e cinque brigate dell’esercito iraniano furono allertate. Tuttavia la zona di sicurezza non venne massicciamente violata, all’epoca.

sabato 10 giugno 2017

DANDO CUENTA (MAYO 2017), por Hugo Blanco

Hugo Blanco durante la presentación de su libro en Lima, 24 de mayo de 2017
El mes de mayo anduve ocupado en la presentación de la tercera edición de mi libro Nosotros los Indios. Los editore/as del Programa Democracia y Transformación Global (PDTG) aprovecharon la ocasión para reunir en los días previos a representantes de diversas luchas, con quienes conversamos sobre la coordinación de ellas.

Agradecimientos
Agradezco mucho a Raphael Hotmer y los otros compañeros del PDTG por su magnífico trabajo en la composición del libro, del cual son co-autore/as. Además ellos organizaron un evento especial de homenaje a mi persona en el que dieron la palabra a compañeros de lucha que expresaron su aprecio a mis luchas.

Conversaciones previas
Los días 5, 6 y 7 de julio se ha de realizar en Lima el Encuentro Nacional del Agua.
En las conversaciones que tuvimos, acordamos llevar a dicha reunión la proposición de la realización de una marcha nacional del agua que culminaría en Lima.
Tenemos la experiencia de la marcha del agua que realizaron los compañeros cajamarquinos. Participé en esa marcha y los pueblos por los que pasábamos nos recibían con cariño y solidaridad. Realizábamos un mitin en cada pueblo. Los de la localidad manifestaban los problemas locales que tenían. En todo el trayecto contamos con la solidaridad de compañeros que nos ofrecían agua.
Otra experiencia valiosa fue la de la bandera verde que también fue impulsada por un compañero cajamarquino y su pareja. Cada organización contribuía con una pequeña tela con el nombre de su organización o una consigna. Esas telas se unieron hasta formar una bandera larga que era portada por compañeros. Esa bandera recorrió varias localidades, llamando la atención de los pobladores, a quienes les explicábamos las razones de nuestras luchas.
Ambas luchas fueron parte del combate contra el proyecto minero Conga que amenaza el agua de Cajamarca.
Imaginémonos la fuerza que tendría una marcha del agua de las diversas luchas del país con sus banderas verdes. Eso significaría un gran avance de todos los de abajo, que luchamos contra la minería a cielo abierto que envenena el agua, contra el envenenamiento con petróleo del agua de la selva, contra la usurpación del agua y la tierra a la pequeña agricultura familiar que nos alimenta en forma sana por la agroindustria, que les roba el agua para cultivar a cachofas y espárragos para Europa y Estados Unidos, además de envenenar la tierra con fertilizantes químicos y usar insecticidas y herbicidas que matan a la naturaleza y envenenan a los obreros agrícolas y al vecindario de pequeños campesinos.

giovedì 8 giugno 2017

DOHA, ANKARA, RIYAD, TEHERAN: LA CRISI SI COMPLICA, di Pier Francesco Zarcone

Oggi più che mai nel Vicino Oriente il già variabile gioco delle alleanze risponde alle contingenze del momento, con giri di valzer improvvisi mediante cui “verso sera” ci si trova sullo stesso fronte di chi “fino alla mattina” era nemico. Ne deriva una confusione pericolosa anche per i disinvolti attori locali, che rischiano di perdere l’orientamento e di indebolirsi sul piano interno, poiché lì nessuno di loro è privo di grossi problemi.

DOHA E ANKARA

Due notizie riguardo alla crisi qatariota sono importanti, in quanto ne attestano la potenziale pericolosità. La prima è che il Qatar ha mobilitato le sue Forze armate: in sé la cosa sarebbe risibile poiché si tratta di truppe essenzialmente mercenarie, come mostrano le foto delle sfilate militari in cui abbondano i soldati di pelle nera, e quindi tutt’altro che arabi. Inoltre un comunicato ufficiale del Qatar mostra la “faccia feroce” annunciando che navi e aerei dei Sauditi o di loro alleati che violassero cieli e acque qatarioti sarebbero colpiti. Vero è che l’esercito saudita (in Yemen lo sta dimostrando) è da barzelletta, tuttavia è sempre meglio star sicuri; e qui interviene la seconda notizia, meno comica della prima: il Parlamento turco ha approvato uno schieramento di truppe - fino a 3.000 uomini - in Qatar.
In quel paese la Turchia, a seguito di un accordo del 2014, ha cominciato la costruzione di una base militare capace di ospitare fino a 5.000 soldati. Oggi ce ne sono 150. L’iniziativa di Ankara fa alzare potenzialmente il livello di un possibile scontro e attesta che la Fratellanza Musulmana (appoggiata dal Qatar) può contare ancora sull’alleanza con la Turchia di Erdoğan. Si tenga presente, infine, che fra Turchia e Qatar esiste un accordo difensivo in base al quale Ankara si impegna a intervenire in caso di attacco a Doha.
A navigare senza bussola è proprio il presidente turco. Lo “stato degli atti” che lo riguarda è il seguente: da un’iniziale (e non breve) benevolenza verso il regime di Assad è passato all’ostilità attiva, rischiando pure di urtarsi con la Russia; poi le mutevoli circostanze del Vicino Oriente l’hanno portato a cercare un accordo con Mosca, e quindi si è in parte defilato dal fronte anti-Assad, assumendo posizioni concilianti verso Damasco e anche verso Teheran; le polemiche sull’appoggio statunitense al fallito golpe imputato a Fethullah Gülen e il sostegno militare di Washington alle milizie curde in Siria (sicuramente legate al Pkk di Turchia) non hanno certo contribuito ai buoni rapporti con gli Stati Uniti. È probabilissimo che alla fine gli Usa scarichino i Curdi come tanti altri loro “alleati” del passato, ma allo stato delle cose sono proprio i Curdi ad attaccare Raqqa con armi statunitensi.
Oggi - poiché è assai difficile che la rottura delle petromonarchie arabe col Qatar sia avvenuta senza il placet di Washington - la Turchia di Erdoğan è più schierata di ieri al lato di Teheran, cioè di quello che Trump considera il vero nemico, ben più dell’Isis. Mosca non può che esserne contenta.

mercoledì 7 giugno 2017

A PARIAH PEOPLE: A PLEA FOR HYAM MACCOBY AND HIS CRITICISM OF ANTI-SEMITISM, by Peter Gorenflos (in cooperation with Emanuel Rund)

IN DUE LINGUE (Inglese, Tedesco)
IN TWO LANGUAGES (English, German)

Barnes & Noble, 1998
The Disputation

Hyam Maccoby (1924–2004) became known to a wider audience in the US and the UK above all through his play The Disputation. This is about one of the publicly led disputations that took place in the Middle Ages between a rabbi and a Catholic priest with the purpose of moving the Jewish people to convert to Christianity. In the historically proven disputation of 1263 in Barcelona between Rabbi Moses ben Nahman and Catholic priest Pablo Christiani, which took place under the liberal regency of King James of Aragon, the Christian had no chance against the rabbi’s logically stringent line of argument. After this, the Dominicans propagated a distortion of what really happened and thereby forced Moses ben Nahman to reply. Despite promises to the contrary, he then, under pressure from the Pope, had to go into exile. Other, similar disputations often ended with a bloodbath carried out against the Jews and public burnings of the Talmud. The Inquisition was at the ready, supported by the Pope, who would soon gain considerable political influence. The play, directed by Bob Kalfin and starring well-known actor Theodore Bikel as the rabbi, was a great success and was subsequently adapted as a film by the BBC, with Christopher Lee as King James.
Only on the predominantly Catholic European mainland, the “continent”, is the ancient history expert, Talmud philologist and former librarian at the Leo Baeck College in London, Hyam Maccoby, almost unknown. His most recent position was a professorship Jewish Studies at the University of Leeds.

The Mythmaker

His central work, The Mythmaker (1986), did not appear in Germany until 20 years later. As a historian of the school called “the Jewish view of Jesus”, he documents and substantiates the proof, hardly new, that Jesus could not have been the founder of Christianity but was firmly anchored in Jewish society, which regarded the Torah and took on a leading role in the Pharisee movement. He had the Messianic aim of re-establishing the Jewish monarchy, freeing his land from the yoke of Roman occupation and then doing away with all military rule worldwide. This claim to be the King of the Jews – an open provocation to the Roman occupiers – landed him in prison and after sentencing by the Roman governor Pontius Pilate on the cross, where he and numerous other Jewish freedom fighters died a martyr’s death. Had he simply been one of the many unsuccessful aspiring Messiahs, he would soon have been forgotten, if it had not been for his direct adherents, the Nazarenes, who believed in his resurrection by means of a divine miracle and began to establish themselves as a Jewish sect within the Pharisee movement, led by their Jewish leaders Peter and James. Here, Maccoby develops the whole panorama of a society under the rule of the world power of Rome, he shows the various groups, the compromising sect of the Sadducees, one of whom was the high priest who acted as a chief of police for Rome, the Herodians as Quisling and titular kings, the militant Zealots and above all the Pharisees, well regarded among the people, who were the real leaders of the oppressed Jewish majority and guaranteed the spiritual survival of the Jews after the destruction of the Temple.

EIN PARIA-VOLK: PLÄDOYER FÜR HYAM MACCOBY UND SEINE ANTISEMITISMUS-KRITIK, von Peter Gorenflos (unter Mitwirkung von Emanuel Rund)

IN DUE LINGUE (Tedesco, Inglese)
IN ZWEI SPRACHEN (Deutsch, Englisch)

Ahriman-Verlag, 2013
Die Disputation

In den USA und Großbritannien ist Hyam Maccoby (1924–2004) vor allem durch sein Theaterstück The Disputation einer breiten Öffentlichkeit bekannt geworden. Hier geht es um eines, der im Mittelalter öffentlich ausgetragenen Streitgespräche zwischen einem Rabbi und einem katholischen Geistlichen mit dem Zweck, die jüdische Bevölkerung zur Konversion zum Christentum zu bewegen. In der historisch belegten Disputation von 1263 in Barcelona zwischen Rabbi Moses ben Nachman und dem katholischen Priester Pablo Christiani unter der liberalen Regentschaft des Königs Jakob von Aragon, hatte der Geistliche keine Chance gegen die logisch stringente Argumentation des Rabbis. Die Dominikaner verbreiteten daraufhin eine Verdrehung des wahren Ablaufes und zwangen Moses ben Nachman damit zur Gegendarstellung. Trotz gegenteiliger Versprechungen musste er daraufhin auf Druck des Papstes ins Exil. Andere, ähnliche Disputationen endeten oft mit einem Blutbad an der jüdischen Bevölkerung und der öffentlichen Verbrennung des Talmuds. Die Inquisition stand in ihren Startlöchern, gestützt vom Papst, der in Europa bald erheblich an politischem Einfluss gewinnen sollte. Das Theaterstück war unter der Leitung von Bob Kalfin und mit dem bekannten Theodore Bikel als Rabbi ein großer Erfolg und wurde von der BBC mit dem berühmten Christopher Lee als König Jakob sogar verfilmt.
Nur auf dem überwiegend katholischen, europäischen Festland, dem „continent“, ist der Altertumsgelehrte, Talmud-Philologe und ehemalige Bibliothekar des Leo Baeck College in London, Hyam Maccoby, fast unbekannt. Zuletzt hatte er einen Lehrstuhl für Judaistik an der Universität in Leeds inne.

Der Mythenschmied

Sein zentrales Werk The Mythmaker von 1986, ist erst 20 Jahre später in der Bundesrepublik erschienen. Als Anhänger der Historiker-Schule „die Sicht auf den Juden Jesus“, belegt und untermauert er hier die nicht ganz neue Vermutung, dass Jesus nicht der Gründer des Christentums gewesen sein konnte, sondern fest in der jüdischen Gemeinschaft verankert war, die Thora achtete und eine führende Rolle in der Pharisäer-Bewegung einnahm. Er hatte den messianischen Anspruch, die jüdische Monarchie wiederherzustellen, sein Land vom Joch der römischen Besatzung zu befreien und danach mit allen Militärherrschaften weltweit aufzuräumen. Dieser Anspruch, König der Juden zu sein – eine offene Provokation der römischen Besatzer – brachte ihn ins Gefängnis und nach der Verurteilung durch den römischen Statthalter Pontius Pilatus ans Kreuz, wo er, wie zahlreiche andere jüdischen Freiheitskämpfer, einen Märtyrer-Tod starb. Als einer der vielen erfolglosen Messias-Anwärter wäre er bald in Vergessenheit geraten, wenn da nicht seine direkten Anhänger, die Nazarener, gewesen wären, die an seine Wiederauferstehung durch ein göttliches Wunder glaubten und sich als jüdische Sekte innerhalb der Pharisäer-Bewegung unter ihren jüdischen Führern Petrus und Jakobus zu etablieren begannen. Maccoby entwickelt hier das ganze Panorama einer Gesellschaft unter der Herrschaft der Weltmacht Rom, er zeigt die unterschiedlichen Gruppierungen, die kompromisslerische Sekte der Sadduzäer, einer von ihnen der Hohepriester, der als Polizeichef für Rom agierte, die Herodianer als Titularkönige, die militanten Zeloten und vor allem die in der Bevölkerung hoch angesehenen Pharisäer, welche die eigentlichen Führer der unterdrückten, jüdischen Bevölkerungsmehrheit gewesen waren und nach der Zerstörung des Tempels das geistige Überleben des Judentums sicherten.

martedì 6 giugno 2017

WHY QATAR?, by Pier Francesco Zarcone

IN DUE LINGUE (Inglese, Italiano)
IN TWO LANGUAGES (English, Italian)

Donald Trump in Saudi Arabia, May 21, 2017 © Jonathan Ernst
The sudden rupture of diplomatic relations with Qatar announced by Saudi Arabia, Bahrain, United Arab Emirates and Yemen on June 5 triggers a crisis with unexpected outcomes and is likely to spell big trouble as much for those who wanted it as for the likely behind-the-scenes co-protagonist: the United States.
It takes no stretch of the imagination to argue that this situation, which exploded shortly after Trump’s May 20-21 visit to Saudi Arabia, is connected with this trip. On that occasion, the US president assumed two positions that were only formally contradictory but, in substance, reveal the existence of a precise design for further destabilisation in the area.
Trump both riled against jihadist terrorism and pointed to Iran as his great enemy. So, on one hand, he sides with that Saudi Arabia which has spread and fuelled the real feeding ground of that terrorism around the world, namely Wahhabi Islamic radicalism; on the other, picks on Iran which is not spreading that terrorism if for no other reason than Jihadism is Sunni while the Iranian state is Shiite. Iran certainly has something to do with the Qatar crisis, but not as the only factor.
The issue is complex and has to be put in context.
In Trump’s view, two “mistakes” made by the United States in the Near East have to be rectified: the first was the overthrow of the Saddam Hussein regime, with the consequence of allowing the Iraqi Shiite majority to gain power, thus extending Iranian influence in the region, then expanding with the Syrian crisis; the second was Obama administration’s “clearance” of Iran by reaching an agreement with Tehran on the nuclear issue. For Trump, the logical outcome of this is strengthening ties with Israel and Saudi Arabia.
From this point of view, Qatar became a target because of its ambiguous and opportunistic policy. At the May 20-21 Riyadh Summit, the government of this small state failed to adhere to the Saudi programmes – which are shared by Trump – and furthermore the media of Qatar carried the fiery declarations of Emir Tamim bin Hamad Al Thani against the decisions of the summit: namely the lines against Iran, the Muslim Brotherhood and the Palestinian movement Hamas, two organisations that Qatar supports and finances. Add to this the fact that Qatar maintains excellent political and trade relations with Iran.
The lack of religious and ideological homogeneity between Doha and Tehran is totally irrelevant both because Near East policies have particular logics – in fact, Qatar is a well-known supporter of Jihadism in Syria and Libya – and because economic interests have their weight – in fact, Qatar and Iran share exploitation of a very rich offshore gas field, the South Pars/North Dome field.
The latter is already sufficient for Qatar not to break its relations with Tehran, given that it accounts for more than two-thirds of the gas production of both countries.

PERCHÉ IL QATAR?, di Pier Francesco Zarcone

IN DUE LINGUE (Italiano, Inglese)

Donald Trump in Arabia Saudita, 21 maggio 2017 © Jonathan Ernst
L’improvvisa rottura dei rapporti diplomatici col Qatar annunciata il 5 giugno da Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti e Yemen innesca una crisi dagli esiti non facilmente prevedibili e rischia di essere un gran pasticcio tanto per chi l’ha voluta quanto per il più che probabile coprotagonista dietro le quinte: gli Stati Uniti.
Non è azzardato sostenere che questa situazione, esplosa a breve distanza dalla visita di Trump in Arabia Saudita, vada collegata proprio con questo viaggio. In tale occasione il presidente Usa ha assunto due posizioni solo formalmente contraddittorie, ma che nella sostanza rivelano l’esistenza di un preciso disegno di ulteriore destabilizzazione nell’area.
Da un lato egli si è prodotto in esternazioni contro il terrorismo jihadista, ma da un altro ha indicato nell’Iran il suo grande nemico. Quindi per un verso si è schierato con quella Arabia Saudita che ha diffuso nel mondo e alimentato il vero brodo di coltura di quel terrorismo, cioè il radicalismo islamico wahhabita, e per un altro se la prende con l’Iran che di quel terrorismo non è diffusore, non foss’altro perché il jihadismo è sunnita mentre lo Stato iraniano è sciita. L’Iran c’entra eccome nella crisi qatariota, ma non come unico fattore.
La questione è complessa e va in qualche modo inquadrata.
Nell’ottica di Trump si deve porre rimedio a due “errori” commessi dagli Stati Uniti nel Vicino Oriente: il primo consiste nell’abbattimento del regime di Saddam Husayn, con la conseguenza di aver permesso di acquisire potere alla maggioranza sciita irachena, estendendosì così l’influenza iraniana nella regione, ampliatasi poi con la crisi siriana; il secondo sta nello “sdoganamento” dell’Iran compiuto dall’amministrazione Obama con il raggiungimento di un accordo con Teheran sulla questione del nucleare. Il logico esito di ciò sta per Trump nel rafforzamento dei legami con Israele e l’Arabia Saudita.
Da questo punto di vista il Qatar diventava un obiettivo a motivo della sua politica ambigua e opportunista. Al vertice di Riyad del 20 e 21 maggio il governo di questo piccolo Stato non ha manifestato adesione ai programmi dei Sauditi - condivisi da Trump - e in più i media qatarioti hanno diffuso le infiammate dichiarazioni dell’emiro Tamim bin Hamad al-Thani contro le decisioni di quella riunione: vale a dire le linee contrarie all’Iran, alla Fratellanza Musulmana e al movimento palestinese Hamas, due organizzazioni che il Qatar sostiene e finanzia. A ciò si aggiunga che il Qatar mantiene ottimi rapporti politici e commerciali con l’Iran.
La mancanza di omogeneità religiosa e ideologica tra Doha e Teheran è del tutto irrilevante, sia perché le politiche orientali hanno logiche particolari - e infatti il Qatar è, non da ieri, notorio sostegno del jihadismo in Siria e Libia - sia perché gli interessi economici hanno il loro peso, e infatti il Qatar condivide con l’Iran anche lo sfruttamento di un ricchissimo giacimento di gas offshore, il South Pars/North Dome.
Già questo è sufficiente perché il Qatar non possa rompere le sue relazioni con Teheran: i due paesi traggono da quel giacimento oltre i due terzi della rispettiva produzione di gas.

venerdì 2 giugno 2017

“HAY QUE TOMAR LAS CALLES”: ENTREVISTA A DOUGLAS BRAVO, por Carlos Díaz

Douglas Bravo (Ruptura-Tercer Camino) afirma que el Alto Mando Militar es quien gobierna el país. “Hay hambre en Venezuela y llegó a los barrios populares que simpatizan con el ‘socialismo del siglo XXI’”, señala el ex guerrillero. “Maduro pasó ahora de ser presidente a un dictador. Estamos frente a una dictadura militar”, aseguró Bravo en entrevista con La Razón.
“Estamos en el final de una era histórica y en la inauguración de una otra. Todos los instrumentos jurídicos que se crearon, incluyendo la Constitución de 1999, han envejecido. Pasaron a ser obsoletos”, agrega. Sostiene que la Constitución ya no le sirve al pueblo porque ha sido violada constantemente por el gobierno: “La Fiscalía, con valentía, dijo que se rompió el hilo constitucional, y también hay que saludar a la Conferencia Episcopal Venezolana que ha mantenido una conducta firme y ha llamado a una nueva era”.
“Todo quedó obsoleto, lo referido a la clase obrera, libertad, democracia, todo quedó abolido al igual que los derechos humanos. Entonces no queda más remedio que el pueblo tome la calle y así lo está haciendo al igual que el 19 de Abril de 1810 y como en la huelga general contra Pérez Jiménez”, afirma. Bravo dice que existe un proceso de luchas sociales que crecen a diario: “El pueblo, que son los empleados, la clase media pobre, los profesores universitarios y los productores, ha tenido la virtud de ir a la calle a disputársela al gobierno, a la Guardia Nacional, a los paramilitares y a las fuerzas paraestatales. Y es satisfactorio que el pueblo esté conquistando la calle, y esto tiene una virtud y es que históricamente en Venezuela hemos conocido el cambio de poder”.
Añade que el 19 de Abril de 1810 más del 60% de la población de Caracas estaba alrededor del Ayuntamiento y esa masa, agitada con el pensamiento de la ilustración que había traído Miranda, hizo un hecho constituyente al hacer preso a todo el mando político-militar español y, sin torturarlo, meterlo en un barco y sacarlo para España: “Ese sí fue un hecho constituyente originario, y no el que llamó Chávez cuando tomó el poder y tampoco el que está llamando Maduro”.

¿Por qué usted afirma que en Venezuela hay una dictadura militar?
Por que manda el Alto Mando Militar. Hay acusaciones que hay corrupción administrativa y narcotráfico no solo por parte de los civiles, sino también de militares. El Alto Mando está en esa categoría de corrupción, por haberse hecho rico y haberse convertido en una burguesía. Pero hay que reconocer que al lado de ellos hay militares patriotas que nos acompañarán a desplazar a este gobierno. En Venezuela se creó una tradición de militares patriotas y hay que recordar que los levantamientos de Carúpano y de Puerto Cabello fueron contra el imperialismo; y aquí en la guerrilla rural, al poco tiempo de haberse iniciado, ya estaban militares patriotas acompañándola, a diferencia de Colombia, donde la guerrilla llevaba casi 60 años y sin tener un sargento. Es por eso que hay muchos militares presos en este momento.

giovedì 25 maggio 2017

LA BIOPOLÍTICA Y LAS NUEVAS FORMAS DE PODER, por Alberto Borregales (Ruptura/Utopía Tercer Camino)

El panóptico de Jeremy Bentham dibujado por Willey Reveley, 1791
Actualmente estamos asistiendo en Occidente a una profunda transformación de los mecanismos de poder. Pasando por las lecturas claves del anarquista Piotr Alekséyevich Kropotkin (Las Prisiones), Filosofía penal de José Gil Fortoul, De los delitos y de las penas de Cesare Beccaria, En la colonia penitenciaria de Franz Kafka, 1984 de George Orwell, Vigilar y castigar. Nacimiento de la prisión de Michel Foucault, “las sociedades de control” en Gilles Deleuze.
Podríamos decir que se van instaurando en el sistema panóptico-social que se instituye, sobre todo en los órdenes “socialistas”, “comunistas”, totalitarios y las modalidades de terrorismo contemporáneos bajo dos posibles formas: una, como poder sobre la vida (las políticas de la vida biológica, entre ellas las políticas de la sexualidad), y la otra como poder sobre la muerte (el racismo).
En consecuencia se trata, en definitiva, de la estatización de la vida biológicamente considerada, es decir, del hombre como ser viviente.
Los temas biopoder (biopouvoir), biopolítica y disciplina se encuentran en el último capítulo de “La voluntad de saber” (vol. 1 de Historia de la sexualidad, tres tomos) y en la clase del 17 de marzo de 1976 del curso “Il faut défendre la société” (“Defender la sociedad”) –dos textos fundamentales, ambos de Foucault, de referencia acerca del biopoder–.
A partir de la denominada discusión entre modernidad y posmodernidad, los planos rupturales que se vienen dando en el Viejo Continente (caída de la Cortina de Hierro, unificación de las dos Alemanias, Mayo francés, caída del Muro de Berlín, las propuestas musicales como discurso rítmico-sonoro de los márgenes creativos, al estilo de Pink Floyd, Talking Heads y David Byrne, Robert Fripp y King Crimson, Mike Oldfield, el legado de Human Nature de Miles Davis, Michael Brecker y Steps Ahead y una cantidad brutal de elementos imaginativos a manera de dispositivos pulsionales y en el área de una tremenda economía libidinal que trata a toda costa de luchar contra los planos represivos totalitaristas y hegemónicos de un pensamiento uniforme basado en la igualdad distributiva de la pobreza frente al deseo como potencia y no como carencia.
El antiguo derecho del soberano de hacer morir o dejar vivir es reemplazado por un poder de hacer vivir o abandonar a la muerte. A partir del siglo XVII, el poder se ha organizado en torno a la vida bajo dos formas principales que no son antitéticas, sino que están atravesadas por un plexo de relaciones: por un lado, las disciplinas (una anátomo-política del cuerpo humano), que tienen como objeto el cuerpo individual, considerado como una máquina; por otro lado, a partir de mediados del siglo XVIII, una biopolítica de la población, del cuerpo-especie, cuyo objeto será el cuerpo viviente, soporte de los procesos biológicos (nacimiento, mortalidad, salud, duración de la vida).

domenica 21 maggio 2017

ON THE ROAD/EN LA RUTA, di Roberto Massari

Pubblichiamo in versione «ampliata» lo scritto di Massari che fa da prefazione al libro fotografico - scritto e curato da Sandro Lusini e Cesare Moroni - Ernesto Che Guevara: la Ruta del Che - Argentina e Bolivia (pp. 160, € 16,00). [la Redazione]

Moroni editore, 2017
En la rutaOn the roadEn routeAuf den WegSulla strada… L’espressione è antica, è comune a molte lingue e continua ad evocare sensazioni che nell’epoca di Facebook in Rete o di Fast and Furious (8!) al cinema riescono a sopravvivere solo come creazioni mentali (perifrasi storico-concettuali), desideri immaginifici, impulsi emotivi alla rottura della routine quotidiana. Immortalata da libri come il classico di Kerouac (1957), assunta come motto dallo scoutismo degli adulti in auge nell’Italia degli anni ‘60, sussurrata dagli impavidi autostoppisti che affollavano gli Auberges de jeunesse di mezza Europa, quell’espressione ha nondimeno caratterizzato un’epoca, che si può identificare con discreta approssimazione negli anni ‘50 e ‘60, fino all’esplosione semiplanetaria del Sessantotto.
Nel ‘68 Guevara era già morto, da pochi mesi: lui che di quel grande moto giovanile aveva anticipato quasi ogni ambizione utopica, ogni movente iperattivistico, ogni urlo di sfida perentoria e radicale contro il sistema. E aveva anticipato tutto ciò… mettendosi in cammino: in cammino lungo i sentieri tortuosi, selvatici o falsamente civilizzati della sua Grande America, la Pacha Mama violentata degli antichi popoli nativi, meticcia nella sofferenza di nuove immigrazioni e tradizioni imbastardite.
Ma non si pensi che per il giovane Ernesto la formula del viaggio vada intesa in senso allegorico. No: prima imbarcato su navi di lungo corso come apprendista infermiere; poi i quasi 5.000 km andini in bicicletta; a seguire, il periplo con Granado compiuto in moto, camion, zattera, a piedi e in un aereo per il trasporto cavalli; infine il terzo viaggio cominciato in treno alla stazione di Belgrano (1953) e terminato nel groviglio di mangrovie de Las Coloradas (1956), in mezzo alla prima di una lunga serie di stragi dei compagni di lotta.
La trasformazione rivoluzionaria di Ernesto nel Che era stata preparata dall’epopea giovanile del viaggio. Ora questa è storia arcinota, grazie ai libri e al cinema. Quando, però, queste informazioni me le dava Hilda Gadea (la peruviana sua prima moglie e madre di Hildita), nei mesi in cui visse con me a Roma (1969 e 1970), nessun altro al mondo ancora le aveva scritte, teorizzate e forse neanche pensate (con l’esclusione della madre Celia, il fratello Roberto che me ne parlò quando fui suo ospite a Buenos Aires, l’amica Tita Infante e pochi altri suoi intimi). Ma Hilda era la testimone più attendibile, perché da lei Ernesto aveva ricevuto la prima formazione politica (sartriana e marxista) che doveva spingerlo a diventare un autentico ribelle nella mente oltre che nel cuore.
Se i viaggi che ho citato possono considerarsi l’anabasi di Ernesto dall’Argentina a Cuba (attraverso Bolivia, Perù, Guatemala e Messico), i luoghi della guerriglia boliviana costituiscono certamente la catabasi (da Cuba a La Higuera, passando per Congo, Tanzania, Praga). È tantissimo da raffigurare per immagini fisse e quindi ben venga questa sintesi editoriale che ci offre anabasi e catabasi guevariane con l’immediatezza del mezzo fotografico: un bel mezzo… vista la qualità cromatica di preziose inquadrature.

sabato 20 maggio 2017

YESHAYAHU A. JELINEK (1933–2016) – IN MEMORIAM, by Alexander Korb

We are pleased to publish this obituary sent to us by Alexander Korb (Associate Professor in Modern European History, University of Leicester) and which will be published in the journal Yad Vashem Studies.
To the memory of Yeshayahu Andrej “Andy” Jelinek is dedicated the latest book published by Massari editore, Vaticano, Olocausto e fascismi (edited by Daniele Barbieri and Peter Gorenflos), mentioned by Korb at the end of this article. [Red Utopia]

On December 21, 2016, Yeshayahu Andrej “Andy” Jelinek passed away. He was one of the finest scholars of Central Eastern Europe, with a focus on autochthonous fascism, anti-Semitism, the Holocaust, the Catholic Church, inter-ethnic relations and the tensions and overlaps between nationalism and communism. He has published several books and articles in five languages (if not more), always eager to engage with the most recent scholarship in his field and to apply comparative methods.
The last time I visited Andy Jelinek at his home in Beer-Sheva was in May 2016. For the trip, I was supposed to borrow the car of a Holocaust survivor who had promised to stop driving that year. Shortly before my planned departure, I got a call that the car insurance had expired. Instead, I took the train from Jerusalem to Beer-Sheva. It was Friday, so I was well aware that I had only a limited amount of time in order to catch the last train back before Shabbat would start. Yet, I got the math wrong. When I got to Beer-Sheva, I had less than two hours to see Andy. I had brought my bicycle on the train, so I rushed to Andy’s house, right at the edge of the desert, in a street called Iris of the Negev. He was frail but sharp as ever, and it characterizes his fresh mind how admirably and humorously he dealt with the young scholar storming his house on a Friday afternoon. I spoke to him my native language, Czech, and our Czechoslovak mixture of languages would always cheer him up.
Weeks before, I had mailed him a book on the historiography of the Holocaust in Yugoslavia (I had checked it out from the Yad Vashem Library and I now urgently needed to bring it back). It was not easy to get the book back from him; in fact, he hid it from me. He still was not finished with some sections, and he was curious to learn everything about the recent scholarship. The episode reveals another aspect, too. The book praises Jelinek’s academic contributions, so the book embodied recognition for his scholarship more generally. We all are eager to receive such recognition, but in his case he seemed to find that recognition rather internationally than in his own country.
Jelinek was born on July 16, 1933 in a Slovak small town, Prievidza. During the years of the independent Hlinka State, a Nazi ally since 1939, the family survived the first rounds of deportations to Auschwitz. Slovakia was the first independent state to deport their Jewish citizens to death camps, but stopped deporting towards the end of 1942. During the Slovak national uprising in August 1944, Prievidza was free for more than a month. Once the uprising collapsed, Andy, together with his older brother Erik and his mother Regina, fled to the forest where they survived the German onslaught. His father Vojtěch fought with the Slovak partisans and survived as well, whereas Andy’s grandparents were amongst to last Slovakian Jews to be deported to Auschwitz and murdered after the Germans resumed the deportations in 1944. After liberation, the family reunited in Prievidza. In 1949, Andy and Erik embarked for the kibbutz Ma’anit with Hashomer Hatzair. They served their country as kibbutzniks and soldiers for more than four years. In 1977, Jelinek married his wife Mirjam and settled in Beer-Sheva, where Andy taught at Ben-Gurion University of the Negev. They got three children – their son Ori tragically drowned in the Ganges in 2002 during a journey to India. Andy made many donations in the memory of Ori Jelinek.

venerdì 19 maggio 2017

PERÚ: EMPRESAS ESPAÑOLAS UTILIZARÁN EL DESASTRE PARA HACER NEGOCIOS, por Pepe Mejía

© Reuters
El pasado 29 de abril el Congreso del Perú publicó la Ley de Reconstrucción con Cambios (RCC), una iniciativa personal del presidente Pedro Pablo Kuczynski (PPK). La ley 30556 abre la puerta a casos masivos de corrupción en nombre de la reconstrucción del país. Empresas españolas como Ferrovial, Repsol, Sacyr, Telefónica utilizarán el desastre como negocio. El Plan de reconstrucción del gobierno –avalado por sectores defensores de la privatización de los recursos públicos– pierde la oportunidad de hacer las cosas distintas: prima el enfoque de negocios para privatizar aprovechando la devaluación de tierras.
El fenómeno de “El Niño costero”, que recalentó el mar del Perú y de Ecuador y generó fuertes lluvias, deja desde diciembre 113 muertos, 42 heridos, 18 desaparecidos, más de un millón de afectados y cerca de 180.000 personas sin techo, según informes oficiales. La crisis meteorológica afectó a 20 departamentos de los 25 que tiene el país, especialmente los de la costa norte, y dañó más de 250.000 viviendas y cerca de 5.800 kilómetros de carretera. La reconstrucción costará 6.400 millones de dólares.
Las cifras son un caramelo goloso para las grandes empresas y no sólo las ligadas a la construcción y sector inmobiliario, sino para los bancos, seguros y fondos privados de pensiones entre otras.
El pasado 18 de abril, PPK explicó que el proceso de reconstrucción brindará incentivos a la empresa privada para que participe activamente.
Para conseguir su objetivo, PPK pactó con el grupo parlamentario Fuerza Popular (FP), representante de las peores prácticas mafiosas, corruptas y heredera de la dictadura fujimorista. La consecuencia ha sido el nombramiento de Pablo de la Flor como Director Ejecutivo de la Autoridad para la RCC. De la Flor fue ministro de Turismo con Fujimori. También estuvo ligado al Banco de Crédito de Perú, propiedad del poderoso banquero Dionisio Romero, uno de los magnates peruanos, la primera institución financiera del país, que estuvo implicado –junto a Montesinos, asesor de Fujimori– en dos denuncias por presuntos delitos de corrupción de funcionarios y tráfico de influencias, así como por el presunto delito contra la fe pública en la modalidad de falsedad genérica.

UN EX FUJIMORISTA GESTIONARÁ LOS DINEROS

Pablo de la Flor, que gestionará “líneas de crédito contingentes” hasta por 3.700 millones de dólares, según le permite la ley aprobada por los fujimoristas y PPK, fue vice presidente de la empresa minera Antamina –controlada por las firmas BHP Billiton Ltd y Glencore Xstrata– en el departamento de Áncash. Comuneros de Cajacay denunciaron a la minera porque la población tenía en la sangre niveles altos de cobre, plomo y arsénico. La empresa del actual directivo nombrado por PPK fue también denunciada por un derrame compuesto de 30 minerales que ocasionó más de 300 personas afectadas, entre ellas seis niños. En el 2014 los trabajadores protagonizaron una huelga indefinida exigiendo sus derechos laborales. Antamina es uno de los yacimientos de cobre más importantes del mundo. En el curriculum de Pablo de la Flor se dice que dirigió el equipo negociador del Acuerdo de Libre Comercio con Estados Unidos y es –o a sido– economista del First National Bank of Chicago. Por su trayectoria, sus preferencias están bastante claras.

mercoledì 17 maggio 2017

PRESENTARÁN EN LIMA (PERÚ) «NOSOTROS LOS INDIOS», LIBRO DE HUGO BLANCO GALDÓS


Versión corregida y aumentada de Nosotros los Indios, en sus 369 páginas el libro da cuenta del camino recorrido por Hugo Blanco Galdós como militante del movimiento campesino y recoge las tradiciones, la resistencia y la lucha indígenas y campesinas desde una mirada internacionalista: “el contenido del libro es una reivindicación al movimiento indígena, por su lucha permanente contra la amenaza de la extinción de la humanidad y su rol en la conservación de la naturaleza”, señala Hugo Blanco.
Los 16 capítulos del volumen (algunos de ellos inéditos) se enlazan con relatos de los inicios de las rebeliones campesinas de Blanco en La Convención, Cusco, en los años sesenta, sus exilios, las luchas que siguió en las últimas décadas hasta la actualidad, marcada por la concentración de las tierras, la expansión descontrolada de las industrias extractivas y el conflicto por el agua; en cada capítulo se plantea la relación entre los campesinos, los indígenas, los partidos políticos y los gobernantes.
El libro incluye escritos históricos e inéditos de Hugo –empezando con su intercambio de cartas con el escritor José María Arguedas, cuando se encontraba preso en el penal El Frontón–, una entrevista inédita y textos sobre su vida y luchas por parte de sus hijas, nietas y sus compañeros de ruta, entre otros Eduardo Galeano, Carmen Blanco, Raúl Zibechi, Gina Vargas, el Tejido de Comunicación del Pueblo Nasa.

martedì 9 maggio 2017

DE CÓMO JUSTIFICAR UN CRIMEN DE LESA HUMANIDAD DESDE LA DERECHA Y DESDE LA IZQUIERDA, por José Quintero Weir (Ruptura/Utopía Tercer Camino)

Respuesta al comunicado del CLACSO

Dos noticias sacuden los telediarios latinoamericanos. La primera es la que pueden ver cada diez minutos en TeleSUR, bien sustanciada con entrevistas a los involucrados: nos referimos a la decisión del Tribunal Supremo de Justicia que reduce las penas a todos los violadores de los derechos humanos durante la dictadura argentina, que mataron a mujeres y robaron sus hijos que fueron asumidos como propios por los mismos militares que asesinaron a sus padres y por los que las llamadas “Abuelas de Plaza de Mayo” han mantenido una lucha por la recuperación de las huellas de sus hijos y nietos asesinados y raptados como parte de toda una política militar de la derecha en el poder para borrar la memoria de la existencia de una comunidad argentina previa a la toma del poder de la dictadura.
La otra noticia nunca aparece en TeleSUR, sino como expresión de “la búsqueda de la derecha en Venezuela para derrocar al gobierno revolucionario de izquierda”, y por lo que el gobierno revolucionario debe aplicar una represión que produce una ración diaria de, por lo menos, dos jóvenes estudiantes entre los 17 y los 19 años asesinados por la Guardia Nacional (algo así como los miembros de la Armada Argentina encargados de liquidar a los disidentes de la dictadura), o por fuerzas irregulares armadas por el gobierno y protegidas en su accionar por las fuerzas militares (algo así como los elementos de la Triple A, muy conocidos por las mismas Abuelas de Plaza de Mayo).
La paradoja se produce en el momento en que en el mismo portal temporal se encuentran la lucha de las Abuelas de Plaza de Mayo porque los asesinos de sus hijos e hijas y raptores de sus nietos puedan quedar impunes de sus crímenes, justo en el momento en que ellas mismas (por lo menos algunas de sus más mediáticas representantes, como la “Abuela” Bonafini) han llegado a justificar las mismas acciones contra las que han luchado en contra de la dictadura militar y por las que hoy se levantan en contra del perdón contra los asesinos de sus hijos, pero que en Venezuela se cometen contra jóvenes que, equivocados o no, han salido exactamente igual que sus hijos y nietos en defensa de unos derechos por los que son diariamente asesinados a razón de dos jóvenes por día.
La justificación es que quien mata a sus hijos es la dictadura militar de derecha, de tal manera que debemos entender que los dos jóvenes que diariamente han venido siendo asesinados por el gobierno de Maduro están criminalmente bien asesinados, pues quien los mata a mansalva, aún aplastándolos con sus tanquetas, han sido los esbirros representantes de la “revolución” de la “izquierda”.

sabato 6 maggio 2017

OPOSICIÓN OBRERA Y POPULAR EN VENEZUELA, por Lucha Indígena (Perú)

© Carlos Garcia Rawlins
Los medios de difusión en el Perú nos muestran como si quienes están contra Maduro fuesen solo los de la derecha, quienes conforman la mayoría parlamentaria.
¡Eso es falso!
Hay un fuerte movimiento obrero y popular que exige que las industrias estén controladas por los trabajadores, que está contra los capitalistas que impulsan la lucha contra Maduro y también contra la burocracia corrupta que gobierna el país.
También, por supuesto, que hay gente chavista que protesta por la situación actual.
Publicamos integralmente una declaración del Partido Socialismo y Libertad.

PROTESTEMOS EN LA CALLE CONTRA ESTE GOBIERNO HAMBREADOR, CORRUPTO Y REPRESIVO

Rechazamos el intento de criminalizar y perseguir a los que protestan

Miles de personas han marchado en Caracas y otras ciudades en las últimas dos semanas. Protestas y saqueos se han producido en todo el país. El repudio que se expresó en San Félix contra Maduro puso en evidencia la debacle definitiva de su gobierno. Ante esto, la respuesta del gobierno de Maduro ha sido reprimir brutalmente. Ahora inventan un supuesto plan desestabilizador. Ya ni siquiera llaman a los manifestantes “guarimberos”, los tildan de terroristas, con todas las peligrosas connotaciones que esto tiene. Los medios de comunicación se unen al coro que los califica de “vándalos”. El gobierno está creando una matriz de opinión para perseguir y criminalizar a los que protestan, acusándolos de estar detrás de un supuesto golpe.
¿A quién le pueden sorprender las protestas y marchas? ¿Quién puede negar la terrible situación que vive el pueblo venezolano por culpa del gobierno venezolano y la burguesía, que saquean y ajustan? ¿Es que acaso no hay razones suficientes para protestar y salir a la calle contra este gobierno? El Partido Socialismo y Libertad reivindica el derecho del pueblo y los trabajadores a manifestar y expresar en la calle su repudio a este gobierno hambreador, corrupto y represivo, que entrega millones de dólares a Vollmer, Cisneros, Procter & Gamble, Nestlé y otras transnacionales en la Expo Feria Venezuela Potencia; paga miles de millones de dólares por concepto de deuda externa a los inversionistas y bancos imperialistas, entrega el Arco Minero del Orinoco y antes con Chávez entregó el petróleo a las transnacionales a través de las empresas mixtas. Mientras hace todo esto, reduce drásticamente las importaciones de comida y medicina, matando de hambre al pueblo trabajador.

venerdì 5 maggio 2017

DANDO CUENTA (ABRIL 2017), por Hugo Blanco

Mi actividad más importante fue participar de la protesta ante la Corte Suprema contra la apelación de la empresa Yanacocha, que pretende revertir el fallo del tribunal de Cajamarca que reconoce la propiedad de la compañera Máxima Acuña de la pequeña parcela que posee cerca de la laguna Azul.
El tribunal supremo, que debía haber emitido su fallo el día 12, no lo hizo y lo postergó para el 3 de mayo (¡ultimo minuto!: Ganó Máxima. La Corte Suprema rechazó la apelación de la empresa).
La empresa, que solo busca aumentar sus ganancias, pretende desaparecer las lagunas de altura que proveen de agua para beber, para la agricultura y ganadería a centenares de campesinos de cinco valles.
Por defender las lagunas Máxima Acuña no acepta vender su parcela a ningún precio a la referida empresa. Por esto obtuvo el Premio internacional Goldman a los defensores del medio ambiente [en 2016].
La empresa invierte millones comprando todo tipo de autoridades, comenzando de los gobiernos nacionales.
Son muchas las personas conscientes que entienden que debemos movilizarnos en apoyo a Máxima.
Eso se vio el día 12: además de quienes estábamos en el interior del Palacio de Justicia, en frente de él había numerosas personas, entre ellas algunas portaban una letra del manifiesto de apoyo: MÁXIMA NO ESTÁ SOLA.
Luego nos trasladamos al edificio del Parlamento, donde el Frente Amplio había preparado un homenaje a Máxima.
Me llamaron al frente y me dieron la palabra. En síntesis dije:
“Las empresas transnacionales tienen un solo objetivo: cómo ganar más dinero en el menor tiempo posible. No les importa si para ello matan la naturaleza y las personas. Tienen a su servicio a gobiernos y todo tipo de autoridades. Pero la parte consciente del pueblo se yergue contra ese atropello. Máxima Acuña es el símbolo de esa rebelión, por eso nuestro periódico Lucha Indígena lleva permanentemente el retrato de Máxima en su carátula”.

giovedì 4 maggio 2017

¿UNA CONSTITUYENTE ORIGINARIA?, por Enrique Contreras (Ruptura/Utopía Tercer Camino)

La posición de Ruptura/Utopía Tercer Camino sobre la propuesta de una Constituyente “por arriba” en Venezuela

Lo que está convocando el Presidente Maduro es más de lo mismo, es la trampa organizada, planificada, orquestada por no querer ser desalojado del poder, poder que ha utilizado para establecer y consolidar la nueva burguesía que se ha alimentado del saqueo del erario público.
Una Constituyente Originaria no surge del poder constituido, la convocatoria es tramposa y lo que se busca es consolidar el modelo de dominación donde oposición y gobierno sólo se diferencian en su forma de actuar, pues en el fondo ambas tendencias coinciden en el pensamiento neoliberal del paradigma del mundo globalizado, y de allí que tanto la oposición de la llamada MUD y el llamado gobierno “revolucionario” solo responden a los intereses de ese capital a cambio de las cuotas de poder que los dueños de ese imperio del capital les otorgan a costa del sufrimiento de nuestro pueblo.
Una Constituyente Originaria no reconoce el poder constituido y por lo tanto convocar una Constituyente Originaria desde la presidencia de la República es falaz y perverso, pues su objetivo es confundir, enredar, barajar la triste realidad que los venezolanos de abajo vivimos por culpa de gobiernos que tanto ayer como hoy sólo han servido para originar una clase dominante ladrona y malévola, que han utilizado lo que ellos llaman democracia para engañar, reprimir, asesinar a un pueblo que cuando se alza, inmediatamente lo condenan.
Una Constituyente Originaria surge de abajo y no de arriba, es producto de las luchas sociales que poco a poco van registrando hechos constituyentistas donde el pueblo muestra su verdadera fuerza y poder, para decirle a la clase dominante y sus respectivos partidos políticos que hasta aquí les llegó ese juego macabro que durante muchos años solo ha servido para esclavizar a la población.
Una Constituyente Originaria genera un proyecto de país distinto a los que hemos tenido y debe ser profundamente nacionalista y patriótico, libre de la influencia retorcida de lo que son el capitalismo y el llamado “socialismo”, que sólo sirvieron para que una clase en nombre de ambos modelos se enquistaran en el poder para someter a la población a vivir en pobreza, mientras ellos utilizan el poder para saquear los recursos propiedad de los pueblos.

lunedì 1 maggio 2017

ANCORA SU GRAMSCI, TROTSKY E LA NOI, di Roberto Massari

A continuazione del discorso affrontato con lo scritto dello scorso 27 aprile («E se Gramsci, oltre che stimare Trotsky, lo avesse anche capito?»), riproponiamo un ulteriore contributo di Massari: il testo era originariamente apparso nel mensile del Pdac Progetto Comunista (n. 42, ottobre-novembre 2013, p. 12) come commento all'articolo di Francesco Ricci «A proposito del "quaderno scomparso": Gramsci tradito», pubblicato nel n. 40 - giugno 2013 - della stessa rivista, ed era stato ripreso a suo tempo in questo blog. [la Redazione]

Foto segnaletica di Antonio Gramsci nel carcere di Formia, 1933
Caro Francesco [Ricci],

riguardo al tuo articolo su Gramsci non posso che essere generalmente d'accordo e anzi, stimolato da te, sono andato a comprarmi L'enigma del quaderno di Lo Piparo1 e l'ho subito divorato. Penso invece che tu non abbia colto bene lo spirito della mia introduzione al Bollettino della Noi, quando scrivi:
«Non ci convincono le conclusioni di Massari, che tende a ridimensionare i gravi errori di Gramsci (pur riconoscendoli) e che finisce col sostenere […] che in sostanza la stessa Noi, e cioè la prima forma di trotskismo in Italia, nacque sotto il segno di Trotsky e Gramsci. Conclusione zoppicante, perché Tresso e gli altri fecero appunto ciò che Gramsci non fece […] cioè si schierarono con Trotsky e dunque proseguirono con lui "l'ultima battaglia di Lenin", quella contro la degenerazione burocratica dell'Internazionale comunista». Anche se prosegui riconoscendomi di essere stato il primo a richiamare l'attenzione su «questa differenziazione tra vari periodi di Gramsci».
Penso che rileggendo a freddo le righe che hai scritto ti accorgerai anche tu della sfasatura temporale che c'è nelle tue cortesi critiche al mio riguardo. Sfasatura che riguarda non solo la seconda metà degli anni '30, quando la Noi diventa sezione italiana del nascente movimento per la Quarta internazionale. Leonetti farà da segretario (o perlomeno da riferimento politico-organizzativo diretto per Trotsky) fin quasi alla fondazione, per poi tirarsi via. Tresso parteciperà invece alla fondazione della Quarta e rappresenterà il trotskismo dopo il 1938 fino al suo assassinio.
Ebbene, tutto ciò nel 1929-30 è ben lungi dall'accadere o dal potersi immaginare. E se quindi è vero che Gramsci in carcere non parteciperà a questo processo positivo di costruzione di un'alternativa allo stalinismo-togliattismo, è anche vero che non parteciperà ad altro e le sue posizioni in carcere, nel bene o nel male, non avranno alcuna conseguenza diretta sulla politica dell'età sua contemporanea. L'avranno molto di più nel dopoguerra.
Ma la sfasatura riguarda anche il periodo di formazione della Noi. Dico alcune cose, andando a memoria e quindi col beneficio di poter sbagliare qualche data. Ma importa la sostanza.

1) La Noi si manifesta nel 1929-30, cioè nel pieno del cosiddetto Terzo periodo (ultrasinistro) dell'Ic. La sua battaglia in Italia si svolge ancora su due fronti: da un lato ci sono i bordighisti, che continuano a non capire niente della natura del fascismo e della necessità del fronte unico per sconfiggerlo, e dall'altro ci sono, come chiamarli, i «togliattiani», che tali sono solo perché diventati anche stalinisti, ma che al momento sembrano convergere oggettivamente in alcune cose con il bordighismo. La Noi deve combattere contemporaneamente contro la stalinizzazione e contro l'ultrasinistrismo del Terzo periodo. La degenerazione staliniana è avanzatissima. Dal mio punto di vista (a posteriori) posso dire che invece era completata integralmente, ma di questo purtroppo Trotsky si stava rendendo conto solo parzialmente, visto che ancora si illudeva di poter riformare il Pcr, l'Ic e di conseguenza i partiti stalinizzati - nel 1929 (!), col Gulag ormai avviatissimo, la distruzione di qualsiasi opposizione e di qualsiasi fermento operaio, dopo la tragedia in Cina e l'avvio dello sterminio dei popoli sovietici con la collettivizzazione forzata…

RED UTOPIA ROJA - Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

(January 2010)

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad

(Enero de 2010)

* * *

a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo.

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

(Gennaio 2010)

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

(Janvier 2010)

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a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

(Janeiro de 2010)