L'associazione Utopia Rossa lavora e lotta per l'unità dei movimenti rivoluzionari di tutto il mondo in una nuova internazionale: la Quinta. Al suo interno convivono felicemente - con un progetto internazionalista e princìpi di etica politica - persone di provenienza marxista e libertaria, anarcocomunista, situazionista, femminista, trotskista, guevarista, leninista, credente e atea, oltre a liberi pensatori. Non succedeva dai tempi della Prima internazionale.

martedì 15 agosto 2017

MA PROPRIO NON HANNO CAPITO PERCHÉ L’URSS È CROLLATA?, di Antonio Moscato

In un momento in cui parte dei residui della ex sinistra antagonistica italiana si schiera a spada tratta per il mantenimento in Venezuela della dittatura di una casta burocratica (la bolicrazia) corrotta e antioperaia, nemica della democrazia e affamatrice del popolo (i cui beni naturali continua a svendere a vari imperialismi per i propri interessi di casta e per mantenersi al potere), siamo lieti di ospitare l’articolo di Antonio Moscato apparso sul suo sito Movimento Operaio. Per chi si fosse perso gli articoli precedenti dei nostri compagni venezuelani di Ruptura/Utopía Tercer Camino (Douglas Bravo), ricordiamo che Maduro ha fatto eleggere, con i voti di circa un terzo della popolazione, una presunta Assemblea costituente che sta tentando di soppiantare il Parlamento regolarmente eletto e nel quale da tempo Maduro non ha più la maggioranza. Non si era mai visto un utilizzo così antidemocratico dello strumento «Assemblea costituente».
Questa politica antidemocratica della bolicrazia ha favorito la crescita di un movimento di massa di opposizione che, in mancanza di alternative di sinistra, è facilmente cavalcato e strumentalizzato dalla destra storica venezuelana. Se si fosse riusciti a rovesciare questo governo di una minoranza corrotta con uno sciopero dei lavoratori già due-tre anni fa, oggi non assisteremmo a questa lenta e atroce sconfitta del popolo venezuelano, il cui governo di casta non ha più niente a che vedere con il chavismo dei primi anni di Chávez. L’irresponsabilità di Maduro e dei corrotti che lo affiancano sta purtroppo creando le peggiori condizioni per un trapasso da un governo di pseudosinistra a un governo di destra.
Un aspetto ottimo dello scritto di Moscato è che dimostra come gli argomenti (falsi) utilizzati oggi per difendere questo regime dittatoriale sono gli stessi che la ex sinistra filosovietica ha sempre usato per difendere tutte le altre dittature che venivano sempre e regolarmente camuffate sotto la finta maschera dell’antimperialismo, anche quando erano i lavoratori a rovesciarle (se ne potrebbe fare una lista enorme). Manovre della Cia, complotti e dietrologie sono sempre state del resto le armi «teoriche» favorite, usate da gruppi e persone che rientrano più nelle categorie della psicopatologia politica che non della teoria marxista libertaria.
L’unica soddisfazione è che dalla caduta dell’Urss in poi queste forme di psicopatologia politica si sono andate via via riducendo sempre più, salvo riemergere in momenti drammatici come la caduta di Saddam Husayn, di Gheddafi oppure ora di Maduro. A quando la loro definitiva scomparsa? A quando la ripresa di un’autentica discussione politica? Il problema è serio e la sopravvivenza di questi residui la sta ostacolando ormai da decenni… come ognuno può verificare. [r.m.]

Torri di perforazione di fronte a Cabimas, lago di Maracaibo (Venezuela) © Federico Labanti
Gli argomenti dei difensori incondizionati di Maduro sono debolissimi, ma inquietanti. Se la prendono con i giornalisti superficiali che parlano alla leggera di “dittatura”, ma sorvolano sulla dimensione reale dello scontro in Venezuela. Non è su astratti problemi di architettura istituzionale che è esplosa la crisi, ma sulla fame provocata da una politica economica dissennata. A differenza di molti degli ardenti sostenitori nostrani del regime attuale, io ho seguito dall’inizio il “processo bolivariano”, senza pregiudizi per l’origine militare di Chávez - anche se con qualche cautela rispetto agli entusiasmi che ritenevo eccessivi di altri compagni che stimo - ma con un appoggio indiscusso a questa e ad altre manifestazioni di quello che avevo chiamato il risveglio dell’America Latina1. Tuttavia non mi ero mai nascosto il carattere non socialista (ma pur sempre positivo) delle misure di nazionalizzazione con indennizzi consistenti, col risultato che negli anni di Chávez il settore privato si era rafforzato rispetto a quello pubblico. Le scandalose cessioni di bond dell’azienda petrolifera di Stato [Pdvsa] alla Goldman Sachs dell’ultimo periodo hanno rappresentato però un salto di qualità rispetto a una politica consolidata di favori concessi per ottenere la benevolenza dei grandi petrolieri, tant’è vero che sono rimaste segrete a lungo. Ma nessuno di quelli che del Venezuela non si erano mai occupati fino a quel momento ha avuto il sospetto che l’aumento delle proteste potesse essere collegato alle privazioni inflitte alla popolazione per assicurare questi regali alla grande finanza, e per far apparire il governo un buon pagatore del debito accumulato. Privazioni che si possono quantificare: hanno ridotto i tre quarti dei salariati a sopravvivere con meno di due dollari al giorno ed è cresciuta di nuovo la mortalità infantile per carenze di medicinali che non vengono più importati, dato che l’importazione di beni e servizi è scesa da 66 miliardi di dollari nel 2012 a circa un miliardo e mezzo nel 2017.
Il problema è che fra chi critica la politica economica e sociale di Maduro c’è soprattutto chi aveva seguito con attenzione le trasformazioni successive della politica governativa, e chi la elogia oggi lo fa per sintonia con gli argomenti propagandistici di Maduro, ma senza conoscere nulla del Paese e della sua storia recente.
Non si tratta di contrapporre Maduro al suo predecessore, dato che già nell’ultimo periodo di presidenza di Chávez il sistema dei cambi multipli del dollaro si era sviluppato facilitando corruzione e fughe di capitali privati e pubblici, l’inflazione aveva cominciato a galoppare e la penuria di alimentari per la contrazione delle importazioni aveva alimentato il malcontento, espresso anche nella non partecipazione al voto di milioni di iscritti al Psuv [Partido Socialista Unido de Venezuela], ma anche nelle partenze per l’estero di chi poteva appellarsi a un antenato italiano o spagnolo. Ma questo sfuggiva a chi considerava una fonte autorevole quel Vasapollo che dopo aver esaltato per anni Jorge Giordani, l’economista più interessante della cerchia di Chávez, lo ha abbandonato appena è stato accantonato per aver espresso perplessità sulle ultime scelte economiche. Così, sommando la scarsa conoscenza diretta delle varie fasi della politica economica chavista con la propaganda di Maduro, che presenta come meriti suoi quelli del primo periodo di riforme - avviato dopo il golpe del 2002 e l’entrata in scena delle masse popolari che provocò un’indubbia radicalizzazione del processo - qualunque critica alla situazione attuale viene messa in conto ai “servi dell’imperialismo”.

sabato 12 agosto 2017

CULTURA DE LA BANALIDAD: PECHOS DE SILICONA, por Marcelo Colussi

Refiriéndose al pene, es común decir que “el tamaño no importa, sino lo que se hace con él”. Con los pechos de las mujeres podría afirmarse otro tanto. Pero sin embargo, los pechos enormes y erguidos han sido transformados en íconos sexuales en estas últimas décadas por obra y gracia de la publicidad; de todos modos, al igual que sucede con el tamaño del órgano genital masculino, su capacidad de dar goce (a varones y mujeres, activa o pasivamente) no está en dependencia de su dimensión. Aunque en apariencia los senos voluptuosos pudieran hacer creer en una mayor capacidad de goce que los más pequeños, de hecho no son más sensibles al estímulo sexual. En todo caso, sí alimentan una pulsión escópica. Ese es el goce específico con el que se ligan directamente, pero ningún orgasmo “mejora” por el tamaño de los pechos, así como tampoco “mejora” por el tamaño del pene.
“Redonda con perfil alto, redonda con perfil bajo y en gota… tenemos la medida justa que necesitas”, puede leerse hoy ya como algo común. “Mejora tu imagen. Hazte ya tu implante. Facilidades de pago. Aceptamos todas las tarjetas de crédito”… Anuncios de este tipo pueden encontrarse en muchos países en cualquier revista, en afiches publicitarios, en mensajes de correo electrónico, del mismo modo que se mercadea una prenda de vestir, una licuadora o un rollo de papel higiénico. Pero que la publicidad haya transformado los prominentes pechos (artificiales en casi todos los casos) en un símbolo obligado de sensualidad femenina, no hace que por fuerza todos los varones “compren” el producto mercadeado. Una investigación reveló que un 25% de los varones entrevistados prefiere los pechos grandes mientras que otro 25% opta por los pequeños, en tanto que el restante 50% elige otros atributos físicos en la mujer, no importándole especialmente el tamaño de los senos. Y tampoco en el ámbito femenino las ventas de la nueva mercadería son totales: no todas las mujeres corren desesperadas a hacerse su implante mamario. Pero sí despierta, a veces, preguntas, cuestionamientos, incluso malestares.
“Hacia finales del siglo XIX y principios del XX –nos informa Mónica López Ocón– los senos se transformarían en objeto de estudio de los médicos y en objetos privilegiados de la industria que produjo para ellos todo tipo de aditamentos, coberturas y productos embellecedores: corsés, sostenes, cremas, lociones, máquinas para desarrollarlos. Si en períodos históricos anteriores el pecho como instrumento de la lactancia había sido considerado como un bien social, a mediados del siglo XX llegó a constituirse como un bien económico. En cualquier caso, siempre se ejercía sobre él una presión de propiedad colectiva. No es casualidad, por lo tanto, que los movimientos de liberación de la mujer de los años 60 hicieran de la quema pública de sostenes un símbolo de sus reclamos de libertad que cuestionaban tanto la tiranía de la medicina que las sometía a exámenes continuos, como la de la moda que les imponía una imagen. Hoy la cirugía de mamas es un recurso de belleza generalizado. A tal punto se ha extendido esta práctica que hacerse las lolas parece casi un paso ineludible para una mujer que quiera seguir la moda. Esto ha hecho que los pechos naturales, esos que se achatan al acostarse y están siempre sometidos al acecho de la fuerza de gravedad, parezcan una anomalía o un signo de dejadez”.
Independientemente de nuestros gustos personales (tanto hombres como mujeres) –siempre en dependencia de nuestros fantasmas inconscientes–, lo cierto es que la “moda” de los grandes pechos se ha instalado, y como sucede en estos fenómenos sociales, una vez instalada la tendencia es muy difícil –a veces imposible– dar marcha atrás. Llegaron los pechos exuberantes… pero no todas las mujeres los tienen así (digamos que la minoría). Entonces… ¡hay que hacerlos crecer artificialmente! Y para eso está la cirugía plástica y su aliado incondicional: la silicona.
Químicamente consideradas, las siliconas son polímeros del dióxido de silicio. Desde 1947 se sugirió la posibilidad de aplicarlas en la cirugía plástica, y una vez comprobada su utilidad como reemplazantes de tejidos blandos, en el año 1963 los médicos Cronin y Gerow realizaron el primer implante mamario con este gel, fabricado por la empresa Dow Corning. Consistía en la instalación de unas bolsas de lámina de silicona rellenas de aceite de silicona de grado médico. Hoy día el uso de implantes mamarios que realiza la cirugía estética (aumento de pecho o mamoplastia de aumento) está indicado 1) para la reconstrucción después del cáncer de seno, 2) en cirugías de reasignación de género (comúnmente llamado cambio de sexo), 3) para la corrección de diversas anormalidades que afectan la forma y el tamaño de los pechos y 4) por razones cosméticas.

giovedì 10 agosto 2017

DANDO CUENTA (JULIO 2017), por Hugo Blanco

Además de varias entrevistas, mi actividad principal fue la participación en el Encuentro Nacional del Agua.
A pedido mío se aprobó la realización de una actividad importante: con la positiva experiencia de la Marcha por el Agua del Movimiento anti-Conga de Cajamarca y de la marcha de la bandera verde en apoyo a dicho movimiento, propuse la realización de una Marcha Nacional por el Agua.
Se aprobó por unanimidad, acordando que la bandera verde de Cajamarca, compuesta por el cosido de varias banderas pequeñas con las siglas de las respectivas organizaciones o con lemas ecologistas, recorriera las diversas regiones del país, aumentando su longitud con la inclusión de los trozos aportados por las organizaciones de cada localidad, para llegar a Lima en el Día Mundial del Agua, el 22 de marzo de 2018.

Participé y asistí a la presentación de mi libro Nosotros los Indios en la reunión de la Anti FIL [feria independiente y autogestionada que busca ser una alternativa a la tradicional Feria Internacional del Libro de Lima (FIL-Lima)].
Fui invitado a participar en el “Encuentro de docentes y estudiantes de Historia” en la Universidad Nacional de Educación Enrique Guzmán y Valle (La Cantuta).
Como precisamente me tocó hablar en el aniversario del secuestro de los estudiantes y el profesor de esa universidad por el Grupo Colina por orden de Alberto Fujimori y [el jefe de facto del Servicio de Inteligencia Nacional (SIN)] Vladimiro Montesinos, participé de la romería realizada por los familiares de las víctimas.
Estuve en la Universidad Nacional Mayor de San Marcos en la presentación de mi libro.
En la reunión mensual que tengo con mis ex camaradas del PRT [Partido Revolucionario de los Trabajadores] me filmaron una exposición de algunas de mis experiencias.

lunedì 7 agosto 2017

A COSIO D’ARROSCIA PER L’INTERNAZIONALE SITUAZIONISTA: UN 60° ANNIVERSARIO CHE POSSA ESSERE UN RILANCIO, di Antonio Saccoccio e Roberto Massari

© Pino Bertelli
Venerdì 28 e sabato 29 luglio 2017 alcuni situazionisti, postsituazionisti, ribelli e attivisti non allineati di vario genere si sono incontrati a Cosio d’Arroscia in occasione del 60° anniversario della fondazione dell’Internazionale Situazionista. È stato il quarto Punto della Situazione, dopo quelli di Sesta Godano (2014), Livorno (2015) e Parigi (2016), e ancora una volta è stato immortalato dalle belle foto di Pino Bertelli (l’unico dei presenti, insieme a Sandro Ricaldone - anch’egli partecipante al non-convegno - che abbia conosciuto personalmente Guy Debord). E citando Debord, diciamo subito che tra la cena sociale e il pranzo ancor più sociale, il vino ha avuto una sua qualificata presenza «ideologica» insieme all’ottima cucina di due diverse trattorie del luogo.
Quindi vino, cibo, bellezze dei luoghi e ovviamente il non-convegno con la presentazione di quattro libri freschi di stampa: Debord e la società spettacolare di massa (di Giorgio Amico); DéRive gauche (a cura di Valentin Schaepelynck), contenente i materiali prodotti dopo il Punto della Situazione n. 3 di Parigi; Un’imprevedibile situazione (di Donatella Alfonso) e Dal Lettrismo alla Creatica (di Alessandro Scuro). Era presente anche la casa editrice storica del Situazionismo in Italia - Nautilus - che è intervenuta nella discussione e ha portato una mostra dei titoli più legati alla tematica del non-convegno. La fisarmonica di Salvatore Panu ha fatto da cornice ideale sia la sera della commemorazione vera e propria, sia intercalando gli interventi con canti sardi, anarchici e altro del suo ricco repertorio.
Il non-convegno si è svolto sabato mattina nella sala del consiglio comunale di Cosio d’Arroscia (provincia di Imperia). Dopo il saluto del sindaco Danilo Antonio Gravagno - che è poi rimasto con noi per il resto della riunione - Roberto Massari ha ricordato l’importanza del 60° anniversario della fondazione dell’IS e ha letto un testo molto vivace inviato da Oreste Scalzone, assente a Cosio ma presente nel 2016 al precedente Punto della Situazione n. 3 di Parigi.
A seguire Giorgio Amico ha svolto di fatto la «non-relazione introduttiva» presentando il suo libro Debord e la società spettacolare di massa (Massari editore), in cui ha ricostruito il percorso intellettuale del filosofo francese, dagli anni ‘40 alla fondazione dell’IS a Cosio e al Maggio francese per giungere al periodo post-situazionista e al suicidio del 1994. Amico ha sottolineato l’attualità delle teorie situazioniste di Debord, dal superamento dell’arte alla critica a tutte le separazioni e all’alienazione contemporanea.
A seguire è intervenuta Helena Velena, rivendicando la centralità della vita quotidiana, della gioia di vivere, la necessità di operare azioni in grado di liberare il nostro vissuto dalle catene di tempi e spazi meccanizzati e totalmente controllati. Helena ha portato l’attenzione sull’importanza di tradurre le teorie situazioniste in pratiche sovversive, a partire dal détournement e dalla deriva.
Sempre sulle pratiche è intervenuto Giorgio Degasperi, spiegando la natura del suo «teatro comunitario», basato sul rifiuto dei meccanismi spettacolari del teatro tradizionale: assenza del palco, abolizione dell’applauso e della rigida separazione fra attori e spettatori ecc. L’applauso in particolare è una pratica solo nociva, che va contrastata con convinzione.
Stefano Balice ha ribadito l’importanza di una battaglia che egli conduce in prima persona: contro la Siae e contro il diritto d’autore. Balice, che indossava per l’occasione una t-shirt con un provocatorio logo «Siae», ha spiegato che oggi la migliore tecnica per contrastarla è il plagio. Ricordiamo che i situazionisti pubblicarono i loro scritti con l’indicazione: «Tous les textes publiés peuvent être librement reproduits, traduits ou adaptés même sans indication d’origine».

giovedì 3 agosto 2017

PSEUDOPOPULISMO E STILE PARANOIDE IN POLITICA, di Michele Nobile

Informiamo il lettore che il saggio qui pubblicato costituisce il seguito di «Donald Trump: vedette pseudopopulista della società dello spettacolo», apparso sul blog qualche settimana fa a firma dello stesso Nobile. Chi fosse interessato ad approfondire i concetti di stile paranoide in politica e personalità autoritaria potrà trovare un utile compendio nelle schede di psicopatologia politica presenti sul nostro sito. [la Redazione]

INDICE: 1. La critica dello stile paranoide in politica di Richard Hofstadter come prototipo della visione contemporanea del populismo - 2. Pseudoconservatorismo e new right americana - 3. Lo stile paranoide in politica - 4. Pseudoconservatorismo e politica basata sullo status sociale - 5. Controcritica della critica elitaria e centrista di Hofstadter al populismo - 6. Prospettive: liberarsi della critica elitaria del populismo - 7. Prospettive: per un buon uso del concetto di stile politico paranoide e per la critica del complottismo, in particolare di sinistra - 8. Prospettive: liberarsi della nostalgia per la «democrazia dei partiti» liberaldemocratica e assumere lo pseudopopulismo e lo pseudoconservatorismo come tratti tipici della postdemocrazia - Bibliografia

Io dico che coloro che dannono i tumulti intra i Nobili e la Plebe,
mi pare che biasimino quelle cose che furono prima causa del tenere libera Roma
e che considerino più a’ romori ed alle grida che di tali tumulti nascevano,
che a’ buoni effetti che quelli partorivano; […]
(Niccolò Machiavelli, Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, libro I, capitolo 4)

University of Chicago Press, 1979
1. La critica dello stile paranoide in politica di Richard Hofstadter come prototipo della visione contemporanea del populismo
Tra i più brillanti storiografi nordamericani, Richard Hofstadter impiegò i concetti di pseudoconservatorismo e di stile politico paranoide per criticare la «caccia alle streghe» anticomunista del maccartismo e la mentalità della new right statunitense a cavaliere degli anni ‘50 e ‘60 del secolo scorso. Recentemente il concetto di stile paranoide è stato applicato al movimento del Tea Party e a Donald Trump1.
L’interesse per The paranoid style in American politics di Hofstadter valica l’Atlantico e la politica nordamericana perché, se ne abbia o meno la consapevolezza, per finalità, per metodo e per l’enfasi posta sullo stile della comunicazione politica i saggi di questa raccolta sono il prototipo degli studi contemporanei che caratterizzano il populismo come una particolare ideologia o retorica o stile o strategia di comunicazione - al limite, un «significante vuoto» - che faccia appello al popolo contro l’élite secondo uno schema dicotomico. Lo storico nordamericano non insistette in modo particolare sulla funzione del capo carismatico e sulla sua relazione diretta con il pubblico, ma l’aggiunta di queste due variabili non altera sostanzialmente i parametri dell’analisi. È anche interessante che Hofstadter riconoscesse apertamente di essere in debito con lo studio The authoritarian personality curato da Theodor W. Adorno, di cui tuttavia non condivideva del tutto il metodo e le conclusioni2. Fatto non casuale perché, come si vedrà, la visione del mondo e la posizione politica dello storico liberal era molto diversa da quella dei francofortesi.
Il nocciolo della questione è che, per quanto ci si sforzi d’impiegare le nozioni di stile paranoide e di populismo come stile in modo meramente descrittivo e avalutativo, esse hanno un intrinseco valore connotativo e normativo. Più precisamente, il metodo di Hofstadter era coerente con la sua posizione liberal e una determinata visione della modernizzazione e dell’evoluzione sociale e culturale del capitalismo nordamericano, per cui la normalità politica era definita dall’eredità del New Deal in politica interna e dall’impegno «internazionalista» nella politica estera degli Stati Uniti. A Hofstadter si deve riconoscere l’onestà e la lucidità intellettuale d’averlo riconosciuto; invece ai suoi lontani epigoni nordamericani ed europei questa lucidità pare far difetto. Ciò ha gravi implicazioni, perché l’acritica applicazione di una metodologia e di un punto di vista simile a quello di Hofstadter ai fenomeni oggi solitamente indicati come «populisti» ha l’effetto di sottovalutare la portata della complessiva trasformazione postdemocratica dei partiti e dei sistemi politici o, nel migliore dei casi, ne rende più difficile una coerente concettualizzazione.
Occorre rendersi conto che il formalismo sociologico centrato sulla definizione di uno specifico stile comunicativo populista incorre nello stesso problema della definizione formale dell’economia come scelta dell’allocazione di risorse scarse tra fini alternativi: per quanto apparentemente neutrale, questa formuletta è in realtà «imperialistica» - nel senso che ha una latitudine amplissima e può essere applicata a fenomeni tra loro diversissimi - ed è carica di un contenuto implicito ben definito, che naturalizza il capitalismo.

martedì 1 agosto 2017

“NO HAY QUE NEGOCIAR CON EL GOBIERNO, SINO DERROTARLO”: CONVERSACIÓN CON DOUGLAS BRAVO, por Vanessa Davies

© Ernesto García
El excomandante guerrillero Douglas Bravo lo dice abiertamente: su propósito no es negociar con el Gobierno del presidente Nicolás Maduro, sino “derrocarlo en su totalidad”.
“El pueblo ya está en la calle, el pueblo está en rebelión”, sostiene el veterano dirigente de izquierda, en conversación con Contrapunto. Además, afirma, “en el Gobierno hay sectores que están con nosotros”.
Hombre curtido en el mundo de las armas y de la política en los cuarteles, Bravo garantiza que no toda la Fuerza Armada Nacional Bolivariana (FANB) avala las decisiones del Ejecutivo, ni acompaña la asamblea constituyente.
Hay un sector de la Fuerza Armada, recalca, que “quiere resistir” y mantenerse en el poder porque presuntamente está vinculado con delitos. “Por eso es que un acuerdo es un sacrificio de sangre para el pueblo de Venezuela”, insiste, como alegato en contra de una posible negociación.
Pero muchos uniformados se oponen a esta situación, señala Bravo: “Hay militares que ya han protestado, hay militares presos, hay militares torturados y esa fracción de militares que están más abajo del Alto Mando van a salir a la calle a defender al pueblo. Se lo aseguro”.

–Hasta ahora no lo han hecho.

–Van a salir ahora que ya saben que hay una huelga general y que hay un conjunto de gente que apoya la huelga general.

A favor de la huelga general

Su postura sobre la asamblea constituyente es muy clara. “Nosotros no estamos pidiendo reconsiderar la propuesta de constituyente”, sino que el país se active para recuperar “la democracia, la libertad y el respeto por los derechos humanos”.
La huelga general es la vía para derrocar el Gobierno, sostiene Bravo. Hay sectores que están “buscando acuerdos para lograr una transición”, pero “nosotros no estamos con eso. Queremos derrotar el Gobierno en su totalidad”.
El veterano exguerrillero señala que están trabajando, incluso, en una “junta de gobierno”, integrada en su mayoría por civiles, que le preguntará al pueblo si quiere o no una constituyente.

–Si no hay negociación, ¿cómo evitamos un baño de sangre?

–Lo evitamos si hacemos la huelga general. No lo evitamos si hay acuerdo. El acuerdo va a ser sacrificio, muerte, gente de los barrios muerta.

martedì 11 luglio 2017

DONALD TRUMP: «VEDETTE» PSEUDOPOPULISTA DELLA SOCIETÀ DELLO SPETTACOLO, di Michele Nobile

INDICE: 1. La questione Trump - 2. Donald Trump come vedette della società dello spettacolo - 3. La psicopatologia politica e l’impossibile psicoanalisi di Donald Trump - 4. Come movimento e come regime il populismo è cosa qualitativamente diversa dallo pseudopopulismo di Trump - 5. I contenuti del programma di Trump, per quel che conta, non sono qualitativamente nuovi: particolare è l’intensità con cui sono stati trasmessi - 6. La questione fondamentale trascurata nei discorsi sul populismo o fascismo di Trump: lo stato della lotta fra le classi - 7. Trump come espressione della postdemocrazia - Bibliografia

1. La questione Trump
È normale che le elezioni presidenziali negli Stati Uniti alimentino aspettative e timori nei confronti di questo o quel candidato al ruolo di leader della superpotenza mondiale. Tuttavia Barack Obama e Donald Trump hanno suscitato reazioni emotive fuori dell’ordinario e cariche di un’enorme valenza politica. Da Obama, il messia nero, tanti si aspettavano la liquidazione del cosiddetto neoliberismo, allora sprofondato nella più grave crisi del dopoguerra, e un nuovo New Deal. A Trump è invece imputato l’intento di voler operare un fondamentale cambiamento del sistema politico degli Stati Uniti, di voler alterare, se non la sacrosanta e più che bicentenaria Costituzione formale, la Costituzione materiale del Paese; da qui i discorsi su un nuovo regime variamente aggettivato: populista, autoritario, bonapartista, criptofascista, fascista… E ciò non soltanto per via delle sue proposte ma - forse ancor più - per l’impressione suscitata dal suo stile comunicativo, dall’immagine che egli ha voluto trasmettere.
Se la memoria non m’inganna un tale livello di emotività, che potrebbe dirsi isterico, non si verificò neanche a proposito delle elezioni di Margaret Thatcher e di Ronald Reagan, una coppia che realmente segnò una discontinuità storica. Reagan era un esponente del rinnovato attivismo conservatore della new right repubblicana, designato in una convention che aveva rimosso dal programma del partito il sostegno per l’Equal Rights Amendment - presente dal 1940 - e inserito la proposta di un bando costituzionale dell’aborto: i suoi intenti, quindi, erano chiari. Egli appariva come il visionario di una nuova epoca di prosperità americana mediante la riduzione delle tasse - per i ricchi - e la liberazione delle corporations dalle oppressive regolazioni del big government; il moralista fautore del taglio delle spese per il welfare state, improduttivo alimento dell’ozio e del vizio alle spalle dei cittadini virtuosi; era il «falco» deciso a farla finita con la «sindrome del Vietnam»; l’impavido avversario di quello che poi definì l’«impero del male» e dei suoi accoliti nel mondo; l’amico generoso dei freedom fighters controrivoluzionari; era il capo determinato a far rifluire l’onda lunga del Watergate per restaurare in tutta la sua autorità il ruolo del Presidente - la «presidenza imperiale» - dentro e fuori del Paese1. Tuttavia, per quanto Reagan si collocasse sulla destra dello spettro politico repubblicano, egli non fece gli errori di Goldwater; al contrario, nella campagna elettorale si mostrò pacato e ragionevole, riuscendo ad attrarre sia l’opinione pubblica conservatrice e fondamentalista che quella moderata. Nel giro di un quindicennio un effetto del successo di Reagan fu l’emarginazione nel Partito repubblicano della componente moderata e il divenire normalità di quello che tra gli anni ‘50 e ‘60 Richard Hofstadter definiva pseudoconservatorismo, caratterizzato dallo stile paranoide in politica2. Per i Repubblicani Reagan rimane un eroe, ma oggi egli apparirebbe come un moderato incline al compromesso. Donald Trump è un sottoprodotto di questo processo.
Non che ai tempi dell’ascesa di Reagan al potere mancassero preoccupazione e passione nella sinistra, ma tutto sommato l’analisi era più controllata, più ponderata. Di Reagan non si vedeva solo lo stile di grande comunicatore - non era forse un ex attore? - ma anche il culmine della southern strategy, di cambiamenti strutturali e territoriali del capitalismo statunitense3, nell’economia mondiale e nei rapporti di forza tra le classi.
La spettacolarizzazione mediatica ha fatto enormi progressi e ora le sue luci ingigantiscono sul palcoscenico politico le immagini di attori umanamente e intellettualmente mediocri, astuti naviganti ma poveri di idee e di ideali; e penso che in questo campo la politica europea - quella italiana in particolare - sia da tempo impegnata a dimostrare perversamente il vantaggio di cui può godere l’«ultimo arrivato».
Trump è a suo modo un «fenomeno» e grandi sono i poteri del «Potus», del President of the United States. Tuttavia egli resta «solo» l’esponente politico del più ricco e potente capitalismo del mondo, la cui economia si estende ben oltre i confini nazionali, e di un gigantesco insieme di istituzioni, apparati burocratici, reti politiche, di uno Stato federale e liberale: si tratta di un formidabile insieme di forze che delimita i parametri d’azione del Presidente. Del personaggio va colta la particolarità dell’immagine spettacolare, ma anche i motivi per cui non rappresenta affatto una rottura dell’ordine politico statunitense, un nuovo regime politico o un nuovo regime d’accumulazione.

sabato 8 luglio 2017

AMERICA LATINA: UN FUTURO ECONOMICO MOLTO INCERTO, di Andrea Vento (Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati)

Pubblichiamo per i lettori del nostro blog un estratto dall’opuscolo di Andrea Vento Il continente americano. L’America latina (Giga Autoproduzioni, 2017, pp. 36). [la Redazione]

Gli effetti delle politiche sociali dei governi progressisti

Il miglioramento delle condizioni sociali è un fenomeno strutturale che investe l’intera America latina ormai dall’inizio del nuovo millennio: la quota di persone in povertà (grafico 1)1 registra infatti, nell’intervallo 2000-2010, una diminuzione sia nel dato generale dell’intera macroregione - che si attesta poco sopra il 30% - sia all’interno dei singoli paesi. La diffusione della povertà assume tuttavia dimensioni piuttosto eterogenee all’interno dei vari stati, disparità che riguardano anche l’entità della riduzione, che risulta particolarmente spiccata in Perù, Venezuela e Cile. Ciò nondimeno rimangono critiche le condizioni sociali in alcuni paesi - in prevalenza centroamericani (Honduras e Nicaragua) - in cui nel 2010 più della metà della popolazione risulta ancora sotto la soglia di povertà, non dimenticando Haiti, lo stato con la situazione più critica, con circa l’80% dei suoi abitanti che patisce questa condizione e il 54% che cerca di sopravvivere con meno di un dollaro al giorno. Questo quadro fa sì che il paese caraibico si collochi al penultimo posto nella relativa classifica mondiale.
Più complessa risulta la lettura della dinamica della distribuzione del reddito fra le classi sociali all’interno dei diversi paesi. Se l’intera macroregione ha evidenziato (grafico 2)2 una riduzione delle profonde sperequazioni socioeconomiche grazie alle politiche redistributive messe in atto dai governi progressisti, alcuni stati hanno visto aumentare i già cospicui squilibri. La Colombia, l’Honduras, la Repubblica Dominicana, il Costa Rica e soprattutto il Guatemala, stati accomunati dalla presenza di governi di destra, neoliberisti e filostatunitensi, si sono caratterizzati per un ulteriore aumento delle differenze reddituali.

La crisi dei governi progressisti

I segnali che giungono da diversi paesi - Brasile in particolare - sembrerebbero indicare che il ciclo dei governi progressisti latinoamericani stia cominciando a segnare il passo, nonostante abbia costituito una fase storico-geopolitica inedita per il subcontinente, oltre ad aver rappresentato l’area di resistenza più avanzata su scala globale al neoliberismo. I risultati ottenuti in termini di avanzamento democratico, riconoscimento dei diritti delle comunità amerindie, progresso sociale e riappropriazione di sovranità economica sono sicuramente inconfutabili e apprezzabili. Tuttavia i limiti - soprattutto in campo economico - che hanno condizionato la maggior parte di questi stati hanno poi creato i presupposti affinché all’inizio del 2015 gli elementi di criticità, espressi in termini di difficoltà economiche e malessere sociale, iniziassero ad assumere dimensioni preoccupanti.
Le problematiche che hanno afflitto i governi progressisti - sudamericani in particolare - sono riconducibili principalmente a cinque elementi, legati sia alle politiche interne che al ciclo economico-finanziario internazionale:

• mancato superamento del modello economico estrattivista;
• mancata attuazione di riforme strutturali incisive in campo economico e fiscale;
• attuazione di sole politiche redistributive attraverso programmi sociali;
• stagnazione/recessione del Brasile;
• contrazione della domanda internazionale, soprattutto cinese.

mercoledì 5 luglio 2017

LIBRO SULLE «GENTI DI CALABRIA» di Pino Bertelli

È DA POCO USCITO NELLE LIBRERIE - EDITO DALLA TRACCEDIZIONI - IL VOLUME DI PINO BERTELLI GENTI DI CALABRIA. ATLANTE FOTOGRAFICO DI GEOGRAFIA UMANA (PP. 204, € 50,00), CONTENENTE OLTRE 200 IMMAGINI IN B/N E CORREDATO DA TESTI DI FRANCESCO MAZZA, PAOLA GRILLO, HUBERTUS VON AMELUNXEN, OLIVIERO TOSCANI, MAURIZIO REBUZZINI, LUIGI MARIA LOMBARDI SATRIANI, LUIGI LA ROSA E PINO BERTELLI.


GENTI DI CALABRIA, UN PROGETTO AMBIZIOSO…
www.gentidicalabria.it

Il Mediterraneo ha la propria tragicità solare che non è quella delle nebbie. Certe sere, sul mare, ai piedi delle montagne, cade la notte sulla curva perfetta d’una piccola baia e allora sale dalle acque silenziose un angosciante senso di pienezza.
In questi luoghi si può capire come i Greci abbiano sempre parlato della disperazione solo attraverso la bellezza e quanto essa ha di opprimente. In questa infelicità dorata la tragedia giunge al sommo. Invece la nostra epoca ha nutrito la propria disperazione nella bruttezza e nelle convulsioni.
Ecco perché l’Europa sarebbe ignobile, se mai il dolore potesse esserlo. Noi abbiamo esiliato la bellezza, i Greci per essa han preso le armi​.
(Albert Camus)

Niente paesaggi, niente cartoline di Calabria, nessuna composizione, solo figure umane attraverso le quali, dai più piccoli ai più grandi, raccontare la storia, lo splendore, la sofferenza, la ricchezza, la povertà e la speranza di una Terra meravigliosa che non deve rassegnarsi agli eventi ma costruire il proprio destino, appunto come quei volti parlanti ci suggeriscono.
Ad accompagnare il racconto di Pino si insinueranno tra le foto narrazioni di antropologi e studiosi di chiara fama che ci restituiranno un racconto avvincente, una testimonianza che possa rimanere ai nostri figli prima ancora che a noi che decidiamo di sostenere questo lavoro. La collaborazione di tutti i partecipanti al progetto è naturalmente gratuita.
Il progetto prevede anche la realizzazione di una mostra itinerante di 30/50 foto (da esporre in Italia e all’estero) e di un DVD.
Il libro, la mostra, il DVD e l’archivio delle immagini saranno a sostegno della cultura calabrese. A noi non interessa nulla della fotografia corrente, civile, impegnata, democratica, mercantile, amatoriale ecc.: ciò che importa per noi è lavorare sull’immaginario dal vero, raccontare l’uomo o la donna non per quello che si vedono, ma per quello che sono e per come stanno al mondo. Qualsiasi persona - qualsiasi diversità - ha diritto alla bellezza (anche perduta), ciò che importa è respingere dappertutto l’infelicità. E il diritto alla bellezza, quindi alla giustizia, non tiene conto né di un necessario successo né di un eventuale consenso… per la libertà, come per l’amore, non ci sono catene! La libertà (non solo in fotografia, ma anche nella vita) non si concede, ce la si prende! La bellezza è l’ultima fermata prima del paradiso in terra! La bellezza seppellirà tutti, ma con grazia. Con queste idee in testa (e altri canti di fraternità radicale) vorremmo fare GENTI DI CALABRIA.

domenica 2 luglio 2017

SYRIA, QATAR, GAZA: PLOT THICKENS IN THE NEAR EAST, by Pier Francesco Zarcone

IN DUE LINGUE (Inglese, Italiano)
IN TWO LANGUAGES (English, Italian)

Iranian Foreign Minister Javad Zarif visits Ankara, June 7, 2017 © Yasin Bulbul
We know that international legality goes no further than pious aspirations, so all that counts is force and tactical-strategic capacity of its use.

THE SYRIAN CRISIS

Well, the United States edged its way into Syria on its own account – that is, without the Damascus government having called on it – in order to achieve two interrelated goals.
First, to save the self-styled anti-Assad Syrian Democratic Forces which had suffered blows from both ISIS and the Syrian Arab Army of Damascus – to the extent that it was necessary to link it up with the Kurdish militia of Syria to give a semblance of existence.
Second, to break the potential territorial continuity between Syria, Iraq and Iran – that is, the so-called “Shiite corridor”.
To date, none of these goals has come to fruition, and Washington is facing complications that are not indifferent.
The use of the Kurds has inevitably led to the hostility of Turkey, NATO’s most important partner in the eastern Mediterranean, and it is practically impossible to rule out that Ankara will stand by without doing anything faced with the rise of a Kurdish entity in northern Syria. In this regard, a storm is brewing, from which Russia will benefit.
As for the second point, the failure to interrupt the Shiite corridor, which implied in practice US occupation of south-east Syria, should be noted (US troops were stationed at the al-Tanf border crossing between Syria and Iraq). As the Syrian army approached al-Tanf, the United States responded with bombing and unilaterally declaring a “deconfliction zone” around it.
In this way, it also counted on interrupting Iranian supplies to the Lebanese Hezbollāh; but the fundamental objective was to take control of an area from the Saudi-Iraq border in the province of Al Anbar – in western Iraq – across south-eastern Syria and north-eastern Syria occupied by the Kurds.
Instead, it was Syrian troops supported by Iraqi troops that connected western Syria with the border north of al-Tanf and met up with the Iraqis north-east of the border crossing, as well as advance towards Abu Kamal and the Euphrates valley.
For its part, the Russian command has warned Washington that military action aimed at changing the situation thus created would be a hostile act to which it would react.
Iran has made itself heard by launching medium-range missile from its territory on ISIS positions in Syria. With missiles launched from its ships in the Mediterranean, Russia has bombed jihadist positions, while Iraqi militias have marched from the south towards al-Tanf. As a result, the small US contingent present there has been put out of harm’s way – at least for the time being.
On Syria, it is interesting to read the recent interview by Robert Ford – US ambassador in that country from 2010 to 2014 – with the Arab daily al-Sharq al-Awsat, which was obviously ignored by the “politically correct” media.
After recalling that at the beginning it was considered safe to bring down the government of Bashar al-Assad – while the situation changed following the involvement of Iran, Russia and Hezbollāh, as a result of which the Syrian army recovered and took back increasingly more territory – Ford wanted to warn the Kurds of Syria vis-a-vis the United States, pointing out that Washington never intended to help them in their aspirations once Raqqa had been conquered, thus making it understood that they would find themselves on their own against the governments of Damascus and Ankara.

SIRIA, QATAR, GAZA: NEL VICINO ORIENTE IL QUADRO SI COMPLICA, di Pier Francesco Zarcone

IN DUE LINGUE (Italiano, Inglese)

Il ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif in visita ad Ankara, 7 giugno 2017 © Yasin Bulbul
Sappiamo che la legalità internazionale non va al di là delle pie aspirazioni, per cui contano solo la forza e la capacità tattico-strategica del suo utilizzo.

LA CRISI SIRIANA

Orbene, gli Stati Uniti si sono infilati in Siria di propria iniziativa, cioè senza che il governo di Damasco li abbia chiamati, al fine di realizzare due obiettivi fra loro collegati:
a) salvare il sedicente Esercito Siriano Democratico anti-Assad, che aveva subìto duri colpi sia dall’Isis che dall’Esercito Arabo Siriano di Damasco - tant’è che è stato necessario collegarlo alle milizie curde di Siria per dargli una parvenza di esistenza;
b) spezzare la possibile continuità territoriale fra Siria, Iraq e Iran, vale a dire il cosiddetto “corridoio sciita”.
Al momento non si è concretizzato nessuno di questi propositi, e per Washington si prospettano complicazioni non indifferenti.
L’utilizzo dei Curdi ha provocato inevitabilmente l’ostilità della Turchia, il più importante partner della Nato nel Mediterraneo orientale, ed è praticamente da escludere che Ankara assista senza far nulla al sorgere di un’entità curda nel nord della Siria. Al riguardo si prospetta tempesta, di cui la Russia si avvantaggerà.
Riguardo al secondo punto va registrato il fallimento dell’interruzione del corridoio sciita, che implicava in pratica l’occupazione statunitense della Siria sudorientale - truppe Usa si erano stanziate nel valico di frontiera di al-Tanf, tra Siria e Iraq. All’avvicinarsi dell’esercito siriano ad al-Tanf, gli Stati Uniti avevano risposto coi bombardamenti e dichiarando unilateralmente una “zona di deconflitto” attorno alla località.
In questo modo contavano anche d’interrompere i rifornimenti iraniani all’Hezbollāh libanese; ma l’obiettivo fondamentale consisteva nell’assumere il controllo di una zona che va dal confine saudita-iracheno nella provincia di al-Anbar - nell’Iraq occidentale - attraverso la Siria sudorientale e la Siria nordorientale occupata dai Curdi.
Sono state invece le truppe siriane, appoggiate da quelle irachene, a collegare la Siria occidentale col confine a nord di al-Tanf e ad incontrarsi con gli Iracheni a nordest del valico, nonché ad avanzare verso Abu Kamal e la valle dell’Eufrate.
Dal canto suo il comando russo ha avvertito Washington che azioni militari volte a modificare la situazione così determinatasi avrebbero costituito un atto ostile a cui reagire.
L’Iran si è fatto sentire col lancio di missili a media gittata dal proprio territorio su posizioni dell’Isis in Siria. La Russia ha bombardato - con missili lanciati dalle sue navi nel Mediterraneo - posizioni jihadiste, mentre le milizie irachene hanno marciato da sud su al-Tanf. Di conseguenza il piccolo contingente statunitense lì presente è stato messo in condizione di non nuocere - almeno per il momento.
Sulla Siria è interessante la recente intervista rilasciata da Robert Ford, ambasciatore statunitense in quel paese dal 2010 al 2014, al quotidiano arabo al-Sharq al-Awsat, passata ovviamente sotto silenzio dai media “politicamente corretti”.
Dopo aver ricordato che all’inizio si riteneva sicuro l’abbattimento del governo di Bashar al-Assad - mentre poi la situazione si è modificata a seguito del coinvolgimento di Iran, Russia ed Hezbollāh, grazie a cui l’esercito siriano si è ripreso e ha recuperato sempre più territorio - Ford ha voluto mettere in guardia i Curdi di Siria nei confronti degli Stati Uniti, sottolineando che Washington non ha mai inteso aiutarli nelle loro aspirazioni una volta conquistata Raqqa, facendo quindi capire che essi si troveranno soli contro i governi di Damasco e Ankara.

mercoledì 28 giugno 2017

POLICÍAS PRIVADAS EN GUATEMALA: BUEN NEGOCIO (PARA ALGUNOS), por Marcelo Colussi

“Es más fácil transar con un marero que con un policía”, decía con naturalidad un funcionario del Ministerio de Gobernación. Por supuesto, ¡sabía lo que decía! Es más: quizá el funcionario en cuestión no sea un “mafioso” corrupto, miembro de una de las tantas redes de poderes paralelos que se anidan en los organismos de Estado. Quizá simplemente es un conocedor de la cultura de corrupción que campea victoriosa en el ministerio en cuestión, y en particular en las filas de la Policía Nacional Civil.
La población no confía en su policía. Nadie, en general, toma al cuerpo policial como “su” policía, como empleados a los que paga con sus impuestos y a quienes, por tanto, puede exigir que lo cuide con esmero. La idea generalizada, por el contrario, es que la Policía Nacional Civil no responde a las necesidades de la ciudadanía, es corrupta, ineficiente. Peligrosa, en definitiva.
En ese marco de descontento social, y junto a una ola delincuencial que –medios de comunicación mediante– pareciera barrer toda la sociedad “teniéndonos de rodillas”, como machaconamente se repite, surgen las policías privadas.
Hoy por hoy el mito de la eficiencia de lo privado también barre toda la sociedad. Contra la iniciativa privada no hay prácticamente voces críticas. Si algo es “privado”, en contraposición a lo “público”, eso pareciera suficiente garantía para ser bueno, eficiente, de calidad.
Ahora bien: en este momento los cuerpos policiales privados superan ampliamente a la fuerza pública. Si bien los datos no son exactos (lo cual debería ser un indicador de algo peligroso: ¿quién controla este campo?), todo indica que la relación es de 5 a 1; es decir: un 500% más de efectivos a favor de las agencias privadas, alrededor de 30.000 efectivos de la PNC contra 150.000 agentes privados. Pero eso, de todos modos, no garantiza la seguridad pública.
El crimen, pese a ese despliegue fabuloso de guardias privados que inunda todo espacio imaginable (iglesias, moteles, tiendas de barrios, peluquerías, guarderías infantiles, clínicas privadas…), sigue estando presente, y la violencia cotidiana no se detiene. Los 15 muertos diarios que se reportan siguen siendo la cruda realidad del país, y el clima de violencia imperante no tiende a reducirse.
El análisis objetivo de la situación lleva a plantearse esa paradoja: cada vez más policías privadas, pero al mismo tiempo, cada vez se acrecienta más el clima de inseguridad. ¿Por qué? La declaración de un ex pandillero, ahora músico profesional, da la pista: “No hace falta ser sociólogo ni analista político para darse cuenta la relación que hay entre el chavo marero al que le dan la orden de extorsionar tal sector, y el diputado o el chafa [militar] que después, en ese mismo sector, deja su tarjetita ofreciendo los servicios de su propia agencia de seguridad”.

sabato 24 giugno 2017

FERNANDO MARTÍNEZ HEREDIA: HASTA SIEMPRE

Con la muerte de Fernando Martínez Heredia, hemos perdido un analista crítico de los procesos revolucionarios, miembro fundador de la Fundación Che Guevara Internacional, presente con ensayos en muchos de los Cuadernos de la misma Fundación. Cuba pierde un intelectual marxista verdadero que en el pasado ha sido capaz de dirigir una revista maravillosa como Pensamiento Crítico, aceptando la disciplina partidaria cuando un sector de la burocracia cubana decidió de censurarla y serrarla. Con su muerte personalmente pierdo un amigo que ha aceptado hasta el último de compartir nuestra lucha en defensa del pensamiento mas auténtico de Ernesto Guevara. Hasta siempre, Fernando. [Roberto Massari]

Fernando Martínez Heredia en México, marzo de 2012
[El 12 de junio] ha fallecido en Cuba Fernando Martínez Heredia.
Militante del Movimiento Revolucionario 26 de Julio, graduado de Derecho, formado como profesor de Filosofía en la Escuela Raúl Cepero Bonilla; desde 1966 director del Departamento de Filosofía de la Universidad de La Habana (disuelto en 1971), y director fundador de la revista Pensamiento Crítico desde 1967 hasta su clausura en 1971, Martínez Heredia representa al intelectual orgánico de la revolución que, como es de rigor, fue en los sesenta un cuadro político e intelectual de toda confianza; en los setenta, un proscrito; en los ochenta, alguien “de cuidado”; y de los noventa hasta hoy un intelectual herético y orgánico a la vez.
La biografía intelectual de Martínez Heredia, con sus posibilidades de expresión, ha tenido los marcos propios con que ha operado uno de los contenidos de la Revolución cubana: el ideal libertario, nacional, latinoamericano, tercermundista y anticolonial, provisto así por un pensamiento crítico proyectado tanto hacia las estructuras de la dominación capitalista como hacia sí mismo, hacia sus propias formas de intelección y de manejo de la realidad.
Los temas, los enfoques y las fechas que fueron integrando la trayectoria intelectual de Martínez Heredia después de 1971 dan cuenta de las posibilidades de ese tipo de pensamiento: La educación superior cubana (1972), Los gobiernos de Europa capitalista (1977); Desafíos del socialismo cubano (1988); Che, el socialismo y el comunismo (1989) –libro con el cual ganó el Premio Extraordinario Casa de las Américas, hecho coincidente con la recuperación guevarista por parte de la ideología revolucionaria, que marchó al compás del “Proceso de rectificación de errores y tendencias negativas” iniciado en 1986–; y El corrimiento hacia el rojo (2001), primera antología de ensayos suyos que se publicara en el país, seguida luego por un número amplio de volúmenes entre los que se encuentran Socialismo, liberación y democracia, La Revolución cubana del 30 y El ejercicio de pensar.
Luego, las facetas de profesor y cuadro político, trabajador de la industria azucarera, diplomático y conspirador de insurgencias, investigador a tiempo completo, “nuestro hombre en La Habana” de los foros sociales internacionales, periodista militante, orador principal en un sinfín de eventos y actos políticos, y un largo etcétera, que integran la biografía de Fernando Martínez Heredia (FMH), forman parte de su pensamiento tanto como sus ensayos, y forman parte por igual del uso que las lecturas sobre la Revolución cubana pueden hacer de su obra.
La obra de Martínez Heredia es patrimonio de las ideas de izquierda en Cuba y en América Latina, de cómo puede y debe pensarse la renovación del socialismo, de las maneras revolucionarias de interpretar a Ernesto Che Guevara, de cómo analizar críticamente la historia de Cuba, de reconocer el ancho mundo del nacionalismo popular cubano y de cómo analizar el país que es Cuba e imaginar el que debiera ser.

giovedì 22 giugno 2017

LA TENEREZZA (Gianni Amelio, 2017), di Pino Bertelli

Il realismo, per me, non è che la forma artistica della verità.
Quando la verità è ricostituita, si raggiunge l’espressione.
Oggetto vivo del film realistico è il “mondo”, non la storia, non il racconto.
(Roberto Rossellini)

Il cinema italiano, lo sappiamo bene, o sprofonda nell’universo della banalità in cui è battezzato dalla commedia provinciale o finisce nel ribrezzo della borghesia, sempre pronta ad affascinare soltanto le anime esulcerate di una civiltà esausta… così, con buona pace per l’intelligenza, si passa dal disgusto dell’occasionale al senso della semplicità letteraria che investe tutti, specie a sinistra… un cinema che esiste e si afferma soltanto grazie a film che intrattengono l’universo demente di consumatori affogati nel formalismo o educati dai mezzi d’informazione ad essere serventi personaggi in cerca di un capo, di un politico, di un criminale o soltanto di un buffone che possa solleticare la pochezza con la quale affrontano tanto un’urna elettorale o il cappio del boia (che sono la medesima cosa), quanto nel sostenere una qualsiasi forma di cultura, con la convinzione di aver capito che quello che hanno visto è qualcosa d’importante e non una cosa impigliata nei merletti della merce filmica! Dio d’un cane boia! Figlio d’un prete ladro! Madonnaccia della miseria zozza! Proprio non si riesce a vedere che questo cinema ha perduto tutto dei maestri (Rossellini su tutti), e in cambio ha conservato storie che si creano nel delirio e si disfano nella noia. Il vero, il giusto e il buono sono una creazione dei nostri eccessi, delle nostre dismisure e delle nostre sregolatezze, diceva… oppure è un sottoprodotto della tristezza che non conosce l’infanzia del mondo.
La tenerezza è un film abbastanza brutto - o quantomeno funebre - diretto da Gianni Amelio, tratto dal romanzo di Lorenzo Marone La tentazione di essere felici (Longanesi, 2015), vincitore del premio Strega (autore di successo, ha vinto anche il premio Scrivere per Amore 2015 e il Premio Letterario «Caffè Corretto - Città di Cave» 2016). La scrittura non è proprio quella del filosofo E.M. Cioran ne La tentazione di esistere (Adelphi, 1984), né si pone l’accostamento… Cioran qui scriveva: «Chi è troppo lucido per adorare lo sarà anche per demolire, oppure non demolirà che le proprie… rivolte». Con Marone siamo dalle parti delle terrazze milanesi col Martini, le olive e il maggiordomo - di colore, s’intende. Il film è ambientato nella Napoli borghese e gli attori protagonisti sono Elio Germano, Giovanna Mezzogiorno, Micaela Ramazzotti, Renato Carpentieri e Greta Scacchi… è la storia di un padre (ammalato di cuore) e dei suoi figli che non ama (un fratello e una sorella che attendono la morte del padre per dividersi l’eredità), e di una giovane coppia - apparentemente serena - avvolta nel limbo della “Napoli bene”… che non conosce le periferie (né vuole conoscerle) dove il giovane ingegnere sceglie la morte e non la vita.
E qui potremmo anche chiudere il discorso. A stento non siamo usciti dal cinema. Dovevamo forse finire il pop-corn e un chinotto che sapeva di petrolio… poi ci è venuto in mente cosa aveva detto Amelio del suo film durante una conferenza stampa a Roma (24 aprile 2017), e siamo stati assaliti da conati di vomito: «La tenerezza nel film è una mano che afferra un’altra», e ha citato il momento in cui in Ladri di biciclette di Vittorio De Sica «il bambino tiene stretta la mano di suo padre, proprio nel momento in cui viene umiliato». Ladri di biciclette? De Sica?… c’è di che ridere! Anche nel film più brutto di De Sica ci sono almeno i cinque minuti del Meraviglioso di cui parlavano i surrealisti… ne La tenerezza c’è la convinzione che, finché viviamo in mezzo a tragedie eleganti, ci possiamo anche accontentare benissimo di Dio o dello Stato: sono le due facce dello stesso conformismo. Senza saper mai che la stanchezza intellettuale riassume i vizi e le deformità di un’umanità alla deriva.

domenica 11 giugno 2017

IRAN AND THE JIHADIST VIRUS, by Pier Francesco Zarcone

IN DUE LINGUE (Inglese, Italiano)
IN TWO LANGUAGES (English, Italian)

© US Central Intelligence Agency
The Jihadist (that is, Sunni) terrorist acts of June 7 in Tehran have provoked a degree of anxiety in those Western media which considered Iran a kind of impenetrable fortress for Sunni terrorism. This was an impenetrability that could only seem real because of the lack of attention paid in the West to news diffused in Iran, where the activities of ISIS precede that of the attacks.
ISIS is a source of problems for Iran due to its capacity to cope with unrest among the Sunni minorities existing in the country. Saudi Arabia could also take action in these matters, and in this regard, it is worth recalling that in May Saudi Defence Minister Mohammad bin Salman had formulated explicit threats to Iran, warning: “We will not wait until the battle is in Saudi Arabia, but we will work so the battle is there in Iran”.
So, if the United States has been the great enemy of Iran since the Islamic Revolution, there are now two more in the field: ISIS and Riyadh.
Iran – Shiite heart and stronghold in the Muslim world – is not homogeneous from the ethnic or religious point of view. There are no official estimates, so we have to rely on data provided by the CIA (!): Persians are said to account for 61-65% of the population, followed by Azerbaijanis at 16%, Kurds at 10%, Lurs at 6%, Arabs, Baluchs and Turks at 2%, plus a remaining 1% divided among other minorities.
Two aspects should be mentioned about this composition: on the one hand, the level of integration among these ethnic groups is sufficiently high and, in fact, not all political and social leaders are Persians; on the other hand, there have been conflicts with independence movements in Khuzestan, Kurdistan and Baluchestan (regions with a strong Sunni presence), where fire smoulders under the ashes or is actually burning.
Integration affects religious differences less. The official religion in Iran is Twelver Shiism, accounting for about 90% of the population belong, 8% are Sunni (mostly Khuzestani, Kurds, Baluchs and Turkmens) and the remaining 2% are divided among non-Muslim minorities (Zoroastrians, Bahá’ís, Jews, Eastern Christians, Yazidis, Hinduists, etc.).
For Iran, the Sunni jihadist threat began to materialise with the taking of Mosul by ISIS, which the Iranians responded to with a sort of “blocking” of the border with Iraq.
At the beginning of summer of 2014, Tehran’s Interior Ministry spokesman announced that there were no “voids of security” at that frontier, and the commander of the army ground forces, General Kiumars Heidari, reaffirmed the concept and denied that terrorists operating in Iraq were a threat to Iran. In July of that year, Iran’s Police Chief, General Ismail Ahmadi Moghaddam, announced that no ISIS armed group had crossed the border.
However, in May 2016, Iran established a 40 km-wide “zone of deterrence” in Iraqi territory, next to the border between the two countries: any violation would have resulted in an Iranian military response. Between 2014 and 2015, ISIS came within 12 km of that band, and five Iranian army brigades were alerted. However, at that time, there was no massive violation of the security zone.

L’IRAN E IL VIRUS JIHADISTA, di Pier Francesco Zarcone

IN DUE LINGUE (Italiano, Inglese)

© US Central Intelligence Agency
Le azioni terroristiche jihadiste (cioè sunnite) del 7 giugno a Teheran hanno suscitato un po’ di sconcerto in alcuni media occidentali, che consideravano l’Iran una specie di fortezza impenetrabile per il terrorismo sunnita. Si trattava di un’impenetrabilità non reale, che poteva apparire tale solo per la mancata attenzione alle notizie diffuse in Iran, dove l’attività dell’Isis è precedente agli attentati predetti.
In Iran l’Isis è fonte di problemi per la sua capacità di saldarsi con i fermenti che esistono fra le minoranze sunnite esistenti nel paese. In esse potrebbe agire anche l’Arabia Saudita, e in proposito si ricordi che a maggio il principe Mohammad bin Salman, ministro della Difesa saudita, aveva formulato esplicite minacce all’Iran, sostenendo: «Non aspetteremo che la battaglia sia in Arabia Saudita. Invece, lavoreremo in modo che la battaglia sia in Iran».
Quindi, se gli Stati Uniti sono il grande nemico dell’Iran dal tempo della Rivoluzione islamica, oggi in campo ce ne sono altri due: l’Isis e Riyad.
L’Iran - cuore e roccaforte sciita nel mondo musulmano - non è omogeneo dal punto di vista etnico e religioso. Non si dispone di stime ufficiali, per cui ci si deve basare sui dati forniti dalla Cia (!): i Persiani sarebbero il 61-65% della popolazione, seguirebbero gli Azeri al 16%, i Curdi al 10%, i Luristani al 6%, un 2% di Arabi, Beluci e Turchi, più un restante 1% da ripartire fra altre etnie minori.
In merito a questa composizione vanno rilevati due aspetti: da un lato il livello di integrazione fra tali etnie è abbastanza alto, tant’è che i vertici politici e sociali non sono tutti persiani; dall’altro però ci sono stati conflitti con movimenti indipendentisti in Khuzestan, Kurdistan e Belucistan (regioni a forte presenza sunnita), dove il fuoco cova sotto la cenere oppure è acceso.
L’integrazione riguarda meno le differenze religiose. La religione ufficiale in Iran è lo Sciismo duodecimano, a cui appartiene circa il 90% della popolazione, l’8% è sunnita (per lo più Khuzestani, Curdi, Beluci e Turkmeni) e il restante 2% va ripartito fra le minoranze non musulmane (Zoroastriani, Bahá’í, Ebrei, Cristiani orientali, Yezidi, Induisti ecc.).
Per l’Iran la minaccia jihadista sunnita ha cominciato a concretizzarsi con la presa di Mosul da parte dell’Isis. Al che gli Iraniani procedettero a una sorta di “blindatura” della frontiera con l’Iraq.
All’inizio dell’estate del 2014 il portavoce del ministero dell’Interno di Teheran comunicò che in quella frontiera non esistevano “vuoti di sicurezza”, e il comandante delle Forze terrestri, generale Kiumars Heidari, riaffermò il concetto e negò che i terroristi operanti in Iraq fossero una minaccia per l’Iran. A luglio il capo della Polizia, generale Ismail Ahmadi Moqaddam, comunicò che nessun gruppo armato dell’Isis aveva potuto varcare la frontiera.
Comunque a maggio del 2016 l’Iran stabilì una “fascia di dissuasione” larga 40 km in territorio iracheno, a ridosso della frontiera fra i due paesi: ogni violazione avrebbe comportato una risposta militare iraniana. Fra 2014 e 2015 l’Isis si avvicinò di 12 km a quella fascia, e cinque brigate dell’esercito iraniano furono allertate. Tuttavia la zona di sicurezza non venne massicciamente violata, all’epoca.

sabato 10 giugno 2017

DANDO CUENTA (MAYO 2017), por Hugo Blanco

Hugo Blanco durante la presentación de su libro en Lima, 24 de mayo de 2017
El mes de mayo anduve ocupado en la presentación de la tercera edición de mi libro Nosotros los Indios. Los editore/as del Programa Democracia y Transformación Global (PDTG) aprovecharon la ocasión para reunir en los días previos a representantes de diversas luchas, con quienes conversamos sobre la coordinación de ellas.

Agradecimientos
Agradezco mucho a Raphael Hotmer y los otros compañeros del PDTG por su magnífico trabajo en la composición del libro, del cual son co-autore/as. Además ellos organizaron un evento especial de homenaje a mi persona en el que dieron la palabra a compañeros de lucha que expresaron su aprecio a mis luchas.

Conversaciones previas
Los días 5, 6 y 7 de julio se ha de realizar en Lima el Encuentro Nacional del Agua.
En las conversaciones que tuvimos, acordamos llevar a dicha reunión la proposición de la realización de una marcha nacional del agua que culminaría en Lima.
Tenemos la experiencia de la marcha del agua que realizaron los compañeros cajamarquinos. Participé en esa marcha y los pueblos por los que pasábamos nos recibían con cariño y solidaridad. Realizábamos un mitin en cada pueblo. Los de la localidad manifestaban los problemas locales que tenían. En todo el trayecto contamos con la solidaridad de compañeros que nos ofrecían agua.
Otra experiencia valiosa fue la de la bandera verde que también fue impulsada por un compañero cajamarquino y su pareja. Cada organización contribuía con una pequeña tela con el nombre de su organización o una consigna. Esas telas se unieron hasta formar una bandera larga que era portada por compañeros. Esa bandera recorrió varias localidades, llamando la atención de los pobladores, a quienes les explicábamos las razones de nuestras luchas.
Ambas luchas fueron parte del combate contra el proyecto minero Conga que amenaza el agua de Cajamarca.
Imaginémonos la fuerza que tendría una marcha del agua de las diversas luchas del país con sus banderas verdes. Eso significaría un gran avance de todos los de abajo, que luchamos contra la minería a cielo abierto que envenena el agua, contra el envenenamiento con petróleo del agua de la selva, contra la usurpación del agua y la tierra a la pequeña agricultura familiar que nos alimenta en forma sana por la agroindustria, que les roba el agua para cultivar a cachofas y espárragos para Europa y Estados Unidos, además de envenenar la tierra con fertilizantes químicos y usar insecticidas y herbicidas que matan a la naturaleza y envenenan a los obreros agrícolas y al vecindario de pequeños campesinos.

giovedì 8 giugno 2017

DOHA, ANKARA, RIYAD, TEHERAN: LA CRISI SI FA INTRICATA, di Pier Francesco Zarcone

Oggi più che mai nel Vicino Oriente il già variabile gioco delle alleanze risponde alle contingenze del momento, con giri di valzer improvvisi mediante cui “verso sera” ci si trova sullo stesso fronte di chi “fino alla mattina” era nemico. Ne deriva una confusione pericolosa anche per i disinvolti attori locali, che rischiano di perdere l’orientamento e di indebolirsi sul piano interno, poiché lì nessuno di loro è privo di grossi problemi.

DOHA E ANKARA

Due notizie riguardo alla crisi qatariota sono importanti, in quanto ne attestano la potenziale pericolosità. La prima è che il Qatar ha mobilitato le sue Forze armate: in sé la cosa sarebbe risibile poiché si tratta di truppe essenzialmente mercenarie, come mostrano le foto delle sfilate militari in cui abbondano i soldati di pelle nera, e quindi tutt’altro che arabi. Inoltre un comunicato ufficiale del Qatar mostra la “faccia feroce” annunciando che navi e aerei dei Sauditi o di loro alleati che violassero cieli e acque qatarioti sarebbero colpiti. Vero è che l’esercito saudita (in Yemen lo sta dimostrando) è da barzelletta, tuttavia è sempre meglio star sicuri; e qui interviene la seconda notizia, meno comica della prima: il Parlamento turco ha approvato uno schieramento di truppe - fino a 3.000 uomini - in Qatar.
In quel paese la Turchia, a seguito di un accordo del 2014, ha cominciato la costruzione di una base militare capace di ospitare fino a 5.000 soldati. Oggi ce ne sono 150. L’iniziativa di Ankara fa alzare potenzialmente il livello di un possibile scontro e attesta che la Fratellanza Musulmana (appoggiata dal Qatar) può contare ancora sull’alleanza con la Turchia di Erdoğan. Si tenga presente, infine, che fra Turchia e Qatar esiste un accordo difensivo in base al quale Ankara si impegna a intervenire in caso di attacco a Doha.
A navigare senza bussola è proprio il presidente turco. Lo “stato degli atti” che lo riguarda è il seguente: da un’iniziale (e non breve) benevolenza verso il regime di Assad è passato all’ostilità attiva, rischiando pure di urtarsi con la Russia; poi le mutevoli circostanze del Vicino Oriente l’hanno portato a cercare un accordo con Mosca, e quindi si è in parte defilato dal fronte anti-Assad, assumendo posizioni concilianti verso Damasco e anche verso Teheran; le polemiche sull’appoggio statunitense al fallito golpe imputato a Fethullah Gülen e il sostegno militare di Washington alle milizie curde in Siria (sicuramente legate al Pkk di Turchia) non hanno certo contribuito ai buoni rapporti con gli Stati Uniti. È probabilissimo che alla fine gli Usa scarichino i Curdi come tanti altri loro “alleati” del passato, ma allo stato delle cose sono proprio i Curdi ad attaccare Raqqa con armi statunitensi.
Oggi - poiché è assai difficile che la rottura delle petromonarchie arabe col Qatar sia avvenuta senza il placet di Washington - la Turchia di Erdoğan è più schierata di ieri al lato di Teheran, cioè di quello che Trump considera il vero nemico, ben più dell’Isis. Mosca non può che esserne contenta.

RIYAD

I Sauditi sembrano più determinati che mai, ma sotto sotto la situazione non è delle migliori.
Nella Penisola arabica non c’è un compatto fronte saudita, giacché Kuwait e Oman non sembrano intenzionati a seguire Riyad nella “crociata” contro il Qatar. Inoltre l’Iran ha cominciato a fornire generi alimentari al Qatar per via aerea.

RED UTOPIA ROJA - Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

(January 2010)

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad

(Enero de 2010)

* * *

a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo.

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

(Gennaio 2010)

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

(Janvier 2010)

* * *

a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

(Janeiro de 2010)